Verso il settimo default: l'Argentina sempre più vicina all'appuntamento col destino

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L'Argentina sembra essere nuovamente prossima al fallimento: il meno credibile degli emittenti pubblici potrebbe decidere, a fronte di una economia sempre più fuori controllo e a riserve di valuta estera ormai ridotte al lumicino, di imporre nuove perdite ai (pochi) investitori che hanno deciso di credere in Buenos Aires dodici anni dopo il sesto default della storia del paese sudamericano (passata per un buon terzo nel caos economico).

  

Secondo Citigroup, le riserve della banca centrale finiranno sotto i 25 miliardi di dollari entro la fine del 2015, e ciò dovrebbe mettere sulle spalle dei possessori di debito pubblico argentino il timore che Buenos Aires possa cercare sollievo imponendo loro delle perdite: la possibilità di una ristrutturazione delle obbligazioni con scadenza nel 2015 risulta essere del 37,5 per cento secondo la banca newyorkese.

L'Argentina è già la triste detentrice del primato del paese più a rischio di default nel mondo, almeno guardando ai credit default swaps a cinque anni: gli strumenti che proteggono dal fallimento sovrano sono attualmente oltre i 2400 punti base, che si traduce in una possibilità pari all'80% di default nei prossimi cinque anni.

La Repubblica guidata da Cristina Fernandez de Kirchner sta passando un momento storico (l'ennesimo) di forti difficoltà cui il governo ha deciso di rispondere con una serie di orrori politici, oltre che economici: a conti pubblici in costante deterioramento il governo ha risposto utilizzando la banca centrale come un bancomat, depauperandone le riserve valutarie, e imponendo controlli valutari molto pervasivi.

Un passo indietro: nel tentativo di sostenere la crescita reale del Paese la banca centrale è stata costantemente spinta (costretta) a monetizzare il deficit pubblico, scatenando un'inflazione reale (misurata attraverso gli aumenti salariali concessi) intorno al 25 per cento annuo contro un tasso ufficiale inferiore al 10 per cento. Inoltre il governo ha deciso di impiccarsi ad cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, circa i due terzi rispetto al cambio al mercato nero, pari a 8,51 pesos per dollaro.

Questo continuo svilimento della valuta locale, però, ha provocato un costante di flusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca in modo disperato di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. Anche per questo motivo il governo ha deciso di imporre fortissimi controlli valutari, mentre gli argentini stanno tentando qualunque strada pur di riuscire a mettere da parte valuta forte.

In una simile situazione appare piuttosto evidente che il governo presto o tardi avrà crescente difficoltà a ripagare un debito denominato dollari. C'è di peggio: le riserve ufficiali consentono di pagare importazione di in beni e servizi ancora per pochi mesi, dopodiché bisognerà fare i conti con la realtà. Il governo sta tentando di recuperare valuta straniera con metodi anche molto fantasiosi (come i Cedin, che dovrebbero far emergere i dollari imboscati dagli argentini), segno che la resa dei conti potrebbe essere molto vicina. Se le riserve di valuta dovessero continuare a ridursi, l'Argentina sarebbe costretta a svalutare il peso, probabilmente del 30 per cento, e di conseguenza il debito denominato in dollari diventerebbe definitivamente non pagabile.

Il paese non sembra essere in grado di riprendersi in modo autonomo, se si considera che tutto ciò che tiene a galla questa costruzione è la monetizzazione della banca centrale e l'appropriazione/nazionalizzazione di qualunque cosa abbia un qualche valore, dai fondi pensione alle compagnie petrolifere. Peccato che tutto questo sia l'esatto contrario di ciò che l'Argentina ha bisogno: per attirare capitali esteri, ovvero valuta forte, è necessario un governo credibile in grado di garantire la certezza del diritto anche per le imprese straniere. È notizia di pochi giorni fa che le imprese minerarie sarebbero in procinto di lasciare l'Argentina: il Paese galleggia, fra le altre cose, su un oceano di scisto che però non può sfruttare perché non ha il denaro necessario per fare gli investimenti richiesti, né le compagnie straniere vogliono lasciare risorse in un Paese sempre più di proprietà pubblica.

Non sembra essere il paradiso degli investitori quest'Argentina, dove la Presidenta, oltre a nazionalizzare più o meno qualunque cose, continua a propagare crescente odio verso le imprese, le banche e le istituzioni straniere. Infine il Paese, già trattato da parìa sui mercati internazionali per via della sua scarsa (per non dire nulla) credibilità, rischia, per vie delle sue statistiche false, specie in materia di inflazione, di essere presto cacciata dal Fondo monetario internazionale, unica istituzione che, con una linea di credito, potrebbe effettivamente evitare ben maggiori disastri.

La via crucis dell'Argentina non sembra essere destinata a terminare presto.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/54362/20130812/argentina-default-riserve.htm

 

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