Turchia e Arabia vogliono comprarsi l'Egitto: Occidente sempre più ai margini

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Parlando da Martha's Vineyard a proposito della crisi egiziana il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel condannare le violenze in Egitto, ha annunciato come unica mossa pratica la sospensione delle esercitazioni militari congiunte previste nelle prossime settimane.

  

Da ormai inizio luglio gli USA evitano con accuratezza di definire la deposizione di Mohamed Morsi come un colpo di stato, perché non vogliono interrompere il flusso di aiuti che finiscono al Cairo, in particolare nelle casse dell'esercito: la legge statunitense, infatti, vieta finanziamenti non umanitari verso quei Paesi in cui è stato posto in essere un colpo di stato militare.

Se da un lato la Casa Bianca deve necessariamente intervenire a difesa della democrazia, da cui la condanna solo verbale delle violenze, dall'altro non può permettersi di alienarsi le simpatie nell'esercito egiziano per non essere escluso dal risiko del Vicino Oriente: l'Egitto nel corso degli ultimi anni ha ricevuto molti miliardi di dollari di aiuti da fonti molto diverse, che vogliono mettere le mani sul Paese, e molti altri soggetti come Russia e Cina sono pronti ad entrare nel gioco, magari subentrando proprio agli USA.

Il Qatar e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan nell'ultimo anno hanno finanziato i Fratelli Musulmani e il presidente Morsi rispettivamente con quattro e due miliardi di dollari e ovviamente sono stati fra i primi attori a richiedere l'intervento delle Nazioni Unite contro il golpe: la paura è ovviamente quella di perdere i propri investimenti.

Il colpo di stato, però, vede fra i suoi finanziatori Paesi con tasche evidentemente più larghe: l'Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno programmato aiuti per il governo militare per ben 12 miliardi di dollari complessivamente, e hanno più o meno apertamente approvato la repressione nel sangue delle proteste dei Fratelli Musulmani, in passato accusati a più riprese di volere minacciare la stabilità del mondo arabo (ovvero l'egemonia della penisola arabica, contro cui sta combattendo la potenza emergente della Turchia).

Nel mezzo di questo Risiko ci sono poco meno di 40 milioni di egiziani (su 90) che vivono sotto la soglia di povertà e che hanno bisogno di aiuti economici: il denaro proveniente dall'estero, infatti, serve a tenere a galla le scassatissime riserve valutarie egiziane, che servono a importare beni come grano e farina, che vengono poi venduti a prezzi sussidiati come strumento politico per conquistare consenso. L'inefficienza del governo dei Fratelli Musulmani, che disponeva tra l'altro di fondi inferiori, ha però rotto questo meccanismo, non riuscendo a mantenere consenso fra le fasce più basse della popolazione: l'opposizione e i militari hanno quindi approfittato delle difficoltà economiche per imporre un cambio di regime, che testimonia che la situazione nel mondo arabo è ancora estremamente liquida e che l'Occidente sembra essere destinato a viverne ai margini.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/54506/20130818/egitto-turchia-arabia-aiuti-miliardi-usa.htm

 

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