La Turchia e il club dei Paesi immergenti: anche la lira crolla per paura di Bernanke

E-mail Stampa PDF

La banca centrale turca ha deciso di alzare il tasso di interesse overnight di 50 punti base, portandolo al 7,75 per cento: l'obiettivo, comune ad altri Paesi "emergenti", è sostenere la valuta locale, in questo caso la lira turca, che sta subendo gli ormai notissimi effetti del previsto cambiamento di politica monetaria negli Stati Uniti.

  

Come noto la Federal Reserve statunitense potrebbe decidere nelle prossime settimane di cominciare il cosiddetto tapering, ovvero la riduzione del piano di acquisti a sostegno dell'economia, che attualmente procedono al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese.

Prevedendo la fine del denaro facile gli investitori hanno cominciato a ritirare il denaro investito nei paesi emergenti negli anni passati nel tentativo di trovare rendimenti positivi, divenuti sempre più rari sui mercati tradizionali.

Come e forse più di altri Paesi emergenti, anche l'economia turca è particolarmente sensibile alla direzione del flusso di capitali stranieri: anche la Turchia ha un deficit delle partite correnti che deve essere finanziato attraverso capitali non domestici, deficit che secondo Eurostat arriva al 10 per cento, risultando peggiore (anche se di poco) di quello greco. Dei circa 6,7 miliardi di euro entrati nel Paese fra gennaio e maggio, circa un terzo ne sono già usciti nei due mesi successivi.

La crescita economica è attesa in rallentamento rispetto agli anni precedenti: dopo l'8 per cento annuo del 2010-2011, il PIL è cresciuto di appena il 2,2 per cento nel 2012 e dovrebbe crescere del 3 per cento quest'anno. Ma potrebbe non essere così semplice: le proteste dei mesi scorsi hanno contribuito a far vacillare la fiducia degli investitori nel governo guidato da Recep Tayyip Erdogan, che negli ultimi tempi, a differenza che negli anni scorsi, quelli del boom, sembra essere più interessato ad attuare riforme sociali in senso islamista piuttosto che sostenere l'economia turca.

L'annuncio del possibile freno sul pedale del quantitative easing non ha fatto altro che esacerbare una sfiducia che già si poteva toccare con mano: nel caso in cui dovesse scattare una vera e propria crisi, inoltre, va ricordato che la Turchia, per via delle sue carenze per quanto riguarda il capitale fisico e quello umano, risulta essere più lenta nel rispondere agli shock. Insomma, Ankara non sembra essere un bel posto in cui investire nel lungo periodo, specie se la Fed deciderà di chiudere i rubinetti.

Inevitabile che la lira turca finisca per soffrire. A maggio, vale a dire prima che Ben Bernanke annunciasse il tapering, la lira turca era quotata circa 1,8 per dollaro: oggi, dopo la decisione a sorpresa della banca centrale turca, la moneta si è sì rafforzata, scendendo a 1,9420 per un dollaro, ma si è nuovamente indebolita poco dopo, recuperando i livelli precedenti all'annuncio, ovvero poco sotto 1,95. Contro l'euro la lira turca quota oltre 2,65, ai minimi assoluti.

Difendere la lira turca attraverso manovre restrittive non sembra essere così facile, e forse neppure una buona idea, visto che si rischia così di deprimere la crescita: chiedere all'India e all'Indonesia per avere conferme.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/54600/20130820/turchia-paesi-emergenti-lira-bernanke.htm

 

Menu Principale

Risorse Utili