Crisi, provocazione Islanda: per uscirne non dobbiamo pagare i debiti, l'euro non serve

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Reykjavík non si piegherà al volere dei creditori internazionali e tantomeno è interessata all'entrata nell'euro, la 'bomba' finanziaria è presto servita.

  

Un necessario passo indietro ci aiuterà a capire meglio l'attuale presa di posizione del Paese: il percorso economico-finanziario seguito dall'Islanda negli ultimi anni è, infatti, degno di nota. Una parabola cominciata quando la preoccupazione degli autoctoni era semplicemente per il pescato, quando il merluzzo era ancora il tema principale. Poi la 'moda' degli ipertrofici centri finanziari ha raggiunto anche Reykjavík ed è nato così quell'innaturale 'sogno' di diventare un paradiso fiscale a tutti gli effetti.

Sogno realizzato a metà (grazie ad un uso scriteriato della leva finanziaria e degli strumenti affini) perché, puntuale, arrivò il crollo del sistema bancario nel 2008: una voragine da circa 85 miliardi di dollari inghiottì l'intero Paese. La crisi imperversò per le strade, i bancomat vennero bloccati ed i controlli sui capitali in uscita si fecero più che rigidi. Il pericolo di un salasso dato dalla fuga dei capitali esteri era più che probabile: fu così che 8 miliardi di dollari dei creditori internazionali rimasero ostaggio di Reykjavík.

Molto tempo è trascorso e l'Islanda sembrava voler puntare sulla via della 'redenzione' abbracciando l'Unione europea e l'euro come moneta. Le trattative procedevano tra molti intoppi (legati alla libera circolazione dei capitali e le regole comunitarie sulla pesca) ma con il fine ultimo di riportare l'Islanda ad una situazione di 'normalità' economica. I rapporti con Bruxelles non erano certo rose e fiori ma la questione sembrava poter giungere ad una positiva conclusione. Poi il fulmine a ciel sereno.

"L'eurozona non imparato niente dalla bancarotta della banche islandesi del 2008. Le banche della zona euro stanno ancora funzionando con le stesse regole che hanno portato le banche islandesi al collasso. Per questo non siamo più interessati ad entrare nell'Unione e neanche nell'euro" ha dichiarato il premier Sigmundur David Gunnlaugsson ai microfoni della Cnbc.

Il giovane premier aveva promesso il ritorno alla normalità ma questo, a quanto pare, potrebbe avvenire seguendo un canovaccio del tutto inaspettato. Reykjavík pretende uno sconto dai creditori per poter tornare al regime di libera circolazione dei capitali: voci di corridoio confermerebbero questa volontà per poter così arrivare ad una decurtazione di circa 3,8 miliardi di dollari sugli $8 miliardi ancora 'ostaggio' dell'Islanda.

Gunnlaugsson, insomma, ha deciso di puntare al rialzo in un difficile (quanto poco sostenibile) braccio di ferro con il resto del mondo: non serve l'euro, non siamo interessati all'entrata nell'Unione, non abbiamo alcuna intenzione di ripagare il debito in essere. La mossa suggerita dal premier sembra decisamente una soluzione 'alessandrina' al nodo di Gordio ma l'Islanda non sembrerebbe affatto nella condizione di poter dettare le regole di questo gioco. Intanto gli abitanti attendono, quasi da spettatori esterni alla vicenda, tornando a pensare alla pesca del merluzzo.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/56287/20130923/islanda-debiti-crisi-2008-banche-europa-euro-bruxelles-capitali.htm

 

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