Alitalia e l'aumento di capitale per salvare la faccia alla politica

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Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia avrebbe varato, secondo fonti vicine nell'azienda, un aumento di capitale da 100 milioni di euro. La mossa serve solo per evitare una svendita Air France-KLM, in modo da poterne sorreggere la carcassa, ma non escluderne la vendita (senza la esse iniziale), che sembra semplicemente inevitabile.

  

Che la malandata compagnia di bandiera italiana fosse destinata al matrimonio (forzato o meno) con il colosso franco-olandese lo si sapeva già da molto tempo: gli osservatori meno distratti lo affermarono più volte sia quando vennero presentati i capitani coraggiosi - ma non con i propri soldi -, sia quando fu annunciato che Air France era entrata nel capitale di Alitalia, il giorno di capodanno del 2009, e lo dicevano nonostante una certa parte politica abbia spesso parlato di salvataggio e di missione compiuta.

Niente di tutto questo: i dirigenti di Air France conoscevano Sun Tsu, che dai tempi di Wall Street di Oliver Stone è uno dei libri che ogni manager dovrebbe avere sulla scrivania. Non in Italia, però, dove continua ad imperare il capitalismo di relazione, che poi altro non è che il capitalismo coi soldi degli altri, modello sconfitto dalla globalizzazione, che richiede efficienza, efficacia ed economicità, non amicizie importanti (o almeno non solo quelle).

Sfumata la vendita sotto il governo Prodi per un miliardo di euro più l'accollo dei debiti, Air France si mise semplicemente ad aspettare che il cadavere del suo nemico passasse lungo il fiume.

La compagnia italiana, infatti, pagava e continua tutt'oggi a pagare decisioni strategiche erronee alla radice, come le velleità di voler competere sul breve e medio raggio con le compagnie aeree low cost, mentre le altre compagnie di bandiera europea puntavano sul lungo raggio, dove Ryanair e soci non potevano arrivare.

I dirigenti di Air France non erano certo gli ultimi arrivati, e sapevano che per recuperare il tempo perduto di italiani avrebbero dovuto effettuare investimenti per i quali tuttavia non avevano sufficienti mezzi: la compagnia vanta i migliori fra i piloti, ha un rinnovato parco aerei (che pesa per circa la metà sul debito della compagnia che complessivamente ammonta 1,1 miliardi), ma evidentemente non era abbastanza per riuscire a trovare spazio in un mercato ormai maturato. Sarebbe servita un'alleanza con un vettore che investisse, ma Air France comprò il 25 per cento della compagnia italiana proprio per sbarrare la strada a ogni cavaliere bianco. Ad Air France serve un vettore regionale che supporti Paris-Charles de Gaulle, ed Alitalia è semplicemente perfetta. Bastava solo evitare che i concorrenti se la pappassero prima, cosa che fu bloccata (oltre che dal fatto che Alitalia non poteva uscire facilmente dall'alleanza SkyTeam) dall'accordo di capodanno del 2009.

I francesi sono così limitati ad attendere che la controparte italiana, la cui dirigenza soffriva sin dagli inizi di carenze di capitale, tanto che fu necessario l'intervento attivo dello Stato, che concesse il monopolio sulla tratta più redditizia (senza dimenticare che poi diversi soci hanno cominciato ad avere problemi con la giustizia), decidesse che era il momento di gettare la spugna e riconoscere che Compagnia Aerea Italiana era un progetto nato morto, perché non si può competere nel mondo attuale senza avere una visione strategica che vada oltre il "domani vado a pranzo col sottosegretario".

L'aumento di capitale permetterà ai soci attuali di salire qualche gradino nella trattativa che porterà alla vendita di Alitalia, ed evitare che Parigi possa rilevare facilmente e con minima fatica la carcassa.

O forse si tratta semplicemente di prendere tempo: già si sa che i Riva (quelli dell'Ilva, un'altra storia italiana), i Ligresti (alcuni ancora in carcere) e Bellavista Caltagirone (arrestato a marzo per frode) non sottoscriveranno l'aumento di capitale, e l'inoptato potrebbe essere sottoscritto dalla stessa compagnia franco-olandese, che salirebbe ancora in Alitalia.

Prendere tempo permetterebbe al governo Letta di condurre qualche trattativa sotterranea che comunque difficilmente potrà scongiurare la vendita: le trattative punteranno a salvare onore e posti di lavoro, a causa dell'ovvia riduzione della compagnia a vettore regionale.

Niente di nuovo, insomma, rispetto alla retorica che impedì la vendita ai francesi e che costò ai contribuenti italiani fra i quattro e i cinque miliardi di euro. Magari questa volta sarà diverso, ma considerando che al potere c'è ancora la stessa classe politica che ha combinato il guaio cinque anni fa non c'è molto da sperarne. Per i posti di lavoro, almeno, perché l'onore dell'italianità è stato svilito e perduto da tempo a colpi di retorica elettorale.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/56538/20130926/alitalia-aumento-di-capitale.htm

 

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