Giappone, Abe ha deciso: sì ad aumento delle imposte sulle vendite e stimolo da 5 bilioni di yen

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L'annuncio atteso da mesi è finalmente arrivato: il premier giapponese Shinzo Abe ha deciso che a partire dal primo aprile 2014 l'imposta sulle vendite (più o meno l'IVA italiana) salirà dal 5 all'8 per cento. Si tratta del primo aumento dal 1997, quando l'imposta salì dall'originario 3 per cento del 1989 all'attuale 5 per cento.

  

Per attutire gli effetti evidentemente depressivi il governo ha contestualmente approvato un piano di stimolo da 5 mila miliardi di yen, pari a circa 38 miliardi di euro.

Comincia così la fase più rischiosa della cosiddetta Abenomics, un insieme di riforme economiche che dovrebbero tentare di far uscire il Giappone da una stagnazione che dura ormai da due decenni.

Il piano di stimolo avrà come obiettivo il sostegno alla crescita economica, che in realtà è già tornata in Giappone; tuttavia la necessità di cominciare a far quadrare i conti ha richiesto al governo di aumentare le proprie entrate fiscali: il governo ha come obiettivo il dimezzamento del deficit entro il 2015 per cercare di abbattere un debito pubblico grande oltre due volte il prodotto interno lordo.

L'imposta sulle vendite, che è dovuta dal consumatore finale, raddoppierà entro ottobre 2015, quando l'aliquota che verrà applicata giungerà al 10 per cento. Il governo ha inoltre ha approvato una serie di sgravi fiscali volti ad incoraggiare le imprese ad aumentare la propria spesa in investimenti e nella crescita dei salari, mosse fondamentali non solo per far crescere il PIL, ma anche per completare il percorso di reflazione, ovvero l'aumento indotto dell'inflazione che dovrà porre un freno al quindicennale declino dei prezzi al consumo (la "leggendaria" deflazione giapponese).

Sinora il governo è riuscito ad ottenere sia crescita e inflazione: la ripresa economica tuttavia dovrebbe essere zavorrata dall'introduzione dell'aumento della tassa sulle vendite nel corso dei prossimi mesi, sicché nel 2014 l'espansione dovrebbe rallentare all'1,6 per cento dall'1,9 per cento di quest'anno.

Meno netta è invece la vittoria sulla deflazione all'inflazione, che è stata guidata principalmente dall'aumento dei prezzi dell'energia e dalle importazioni in generale: a seguito dello spegnimento di praticamente tutti i reattori nucleari giapponesi a seguito del disastro di Fukushima il Giappone ha cominciato massicciamente ad importare energia, proprio in un momento in cui il governo Abe, supportato dalla Nippon Ginkou, la banca centrale del Giappone, ha deciso di svalutare la valuta, provocando una crescita dei prezzi all'importazione.

La crescita dei salari e di conseguenza la spesa delle famiglie continua poi a deludere: le imprese continuano a non avere abbastanza fiducia per essere spinte ad aumentare i salari, nonostante secondo la Banca del Giappone abbiano accumulato 220 mila miliardi di yen in contanti alla fine del mese di giugno.

Restano comunque ancora numerose incognite legate soprattutto al progressivo invecchiamento della popolazione: più persone anziane significa maggiori costi in welfare, e dunque la necessità di puntellare continuamente le finanze pubbliche. Secondo il più grande fondo pensione del mondo, il giapponese Governament Pension Investment Fund, sarà necessario aumentare le tasse sui consumi ad almeno il 20 per cento entro il 2020 per riuscire a sopportare il cambiamento della demografia.

Sembra quindi che il Giappone dovrà continuare a lungo a camminare come un elefante sospeso su un baratro, in equilibrio su un filo di seta.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/56813/20131001/giappone-abe-aumento-imposta-vendite.htm

 

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