Che succederà all'Iran (e al petrolio) dopo l'accordo di Ginevra?

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L'accordo di Ginevra, che dovrebbe rappresentare un tentativo di riportare la quiete nei rapporti tra l'Iran e l'Occidente, diffonde ottimismo sui mercati mediorientali aperti domenica, rappresentando così un buon segnale per i mercati in generale, che avranno un motivo di preoccupazione in meno in vista del cosiddetto rally di Natale, come sembra probabile grazie alla droga monetaria iniettata dalle banche centrali, salvo sorprese.

  

Ovviamente è la moneta iraniana, il rial, a godere in primo luogo dell'accordo guadagnando oltre il 3 per cento contro il dollaro statunitense nel libero mercato, sulle speranze che con l'alleggerimento delle sanzioni internazionali l'economia locale possa finalmente riprendersi. Per via delle sanzioni internazionali infatti l'Iran non ha potuto sfruttare al meglio le sue risorse petrolifere, ed è stato in sostanza tagliato fuori dal sistema bancario globale.

Fino al 2011 l'Iran era il terzo esportatore globale di petrolio greggio, ma le sanzioni hanno gravemente colpito l'economia locale, facendo venire meno entrate per circa 50 miliardi di dollari annui, portando il rial da circa 13 000 per un dollaro fino a 40 000 e gonfiando l'inflazione, arrivata anche al 40 per cento su base annua; il prezzo del carburante (acquistato soprattutto dall'India per la penuria di raffinerie iraniane) è passato dai sette centesimi di euro per litro del 2010 agli attuali 31 cent, ma per quantità più elevate di quanto strettamente necessario il prezzo sale a 50 cent, secondo Reuters.

Alla svalutazione della moneta, che ha reso più care le importazioni, si è aggiunta la necessità da parte del governo di difendere le proprie riserve valutarie, eliminando sussidi anche su beni essenziali; i paesi vicini comunque hanno già ridotto le proprie esportazioni verso l'Iran per timore di insolvenze.

L'Iran, insomma, sia a causa delle sanzioni sia per colpe della precedente gestione Ahmadinejad, sembra essere ritornato in condizioni simili a quelle che seguirono la guerra con l'Iraq negli anni Ottanta: anche le esportazioni di greggio, ad esempio, sono ai minimi dal 1989. Le entrate petrolifere, secondo il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, rappresentano la metà dei ricavi del governo iraniano nonché l'80 per cento delle esportazioni. Al suo picco la produzione iraniana di greggio aveva raggiunto i quattro miliardi di barili giornalieri.

Come conseguenza della crisi economica, ovviamente, sono state perse diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro e sono state registrate anche forti proteste che hanno almeno fatto il solletico al regime, divenuto più aperto al dialogo a seguito delle elezioni del luglio scorso che hanno portato al potere un esponente dell'ala moderata della teocrazia che governa l'ex Persia.

Il ritorno alla normalità non sarà comunque semplice, poiché l'esecutivo iraniano cercherà di mantenere basso il cambio per favorire le esportazioni e stimolare quindi l'economia partendo dall'esterno: Teheran potrà comunque recuperare poco più di 4 miliardi di dollari, ovvero circa 3 miliardi di euro di ricavi petroliferi oltre frontiera, nel tentativo di alleggerire il peso degli ultimi (si spera) strascichi di sanzioni. Si calcola che dal 2011 l'Iran abbia accumulato 100 miliardi di dollari di rendite petrolifere congelate in banche fuori dal territorio iraniano a causa delle sanzioni.

Non bisogna comunque aspettarsi un repentino calo del costo del petrolio, sia perché il greggio è già sceso sulla speranza di un accordo a Ginevra, ma anche perché non ci si aspetta un aumento dell'offerta prima di sei mesi: secondo quanto affermato dalla Casa Bianca le esportazioni resteranno limitate ancora ad un milione di barili al giorno contro i precedenti 2,5 milioni, sicché l'Iran continuerà a perdere all'incirca 4 miliardi di dollari al mese in mancate esportazioni.

Inoltre per alleggerire le pressioni sul prezzo del petrolio sarà necessario arrivare ad una normalizzazione nei rapporti anche con Israele e Arabia Saudita, due cose che però non sembrano attualmente all'ordine del giorno. Non va inoltre dimenticato che il teatro siriano, attualmente governato dallo sciita alawita Bashar al Assad, alleato storico dell'Iran (a sua volta governato da sciiti), è ancora incerto, e l'Arabia non sembra voler mollare la presa su un paese (la Siria) a maggioranza sunnita e strategicamente interessante.

L'Occidente oltretutto non ha molta fretta di recuperare gli 1,5 milioni di barili iraniani mancanti che sono stati coperti sinora dall'Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, che stanno vivendo un boom del gas di scisto: Washington è riuscita a convincere i maggiori importatori di greggio iraniano, ovvero Cina, India, Giappone e Corea del Sud a tagliare la quantità greggio di provenienza iraniana di circa 500 mila barili giornalieri in media rispetto al 2011.

Non è poi detto che l'Iran riesca a recuperare velocemente clientela: se comunque potrà contare sull'accresciuta fame di petrolio giapponese a seguito dell'incidente di Fukushima, Teheran potrebbe trovare difficoltà nel recuperare il suo maggior cliente ovvero Pechino. In controtendenza rispetto agli altri importatori, infatti, nel mese di ottobre la Cina ha tagliato del 47 per cento rispetto a settembre la quantità di barili iraniani importati, ai minimi degli ultimi tre anni, secondo l'IEA, gli obiettivi economici pianificati dal governo cinese non sembrano lasciare molto spazio ad un aumento delle importazioni. Tecnicamente comunque, nel caso in cui dovessero essere alleggerite le sanzioni a carico dell'Iran, le esportazioni verso l'Asia potrebbero aumentare di circa 300 mila barili al giorno molto velocemente.

Un altro motivo di cautela, che impedirà una caduta repentina delle restrizioni internazionali, è dovuto al fatto che attualmente gli Stati Uniti non avrebbero granché da guadagnare dall'accordo con l'Iran: quest'ultimo infatti ha bisogno di investimenti esteri per sfruttare al meglio le proprie riserve petrolifere, una delle più grandi al mondo, ed avrà pertanto bisogno dell'aiuto di compagnie straniere. I difficili rapporti con l'Occidente negli ultimi decenni hanno infatti depresso gli investimenti per tenere industria petrolifera iraniana al passo con i progressi tecnologici e le difficoltà degli ultimi anni hanno probabilmente peggiorato le condizioni delle infrastrutture petrolifere che pertanto andranno ripristinate.

In questo senso ad essere avvantaggiate da una riapertura delle frontiere sarebbero in primo luogo le compagnie petrolifere e del gas europee, sinora tenute lontane dalla Persia più da pressioni statunitensi che per altre cause: il Wall Street Journal di giovedì segnalava che il governo iraniano avrebbe testato l'interesse delle compagnie petrolifere francese Total (TOT) e olandese Royal Dutch Shell (RDSA), ma anche della statunitense Chevron (CVX). Va comunque ricordato che gli interessi delle compagnie petrolifere attualmente sono rivolti maggiormente verso l'Africa e gli Stati Uniti, e molto dipenderà anche dalla reale volontà dell'Iran di rispettare gli accordi e proseguire con le riaperture verso la comunità internazionale, al fine di dare stabilità di lungo periodo alla regione.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/59366/20131124/iran-petrolio-accordo-ginevra.htm

 

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