Rapporto Censis, Italia "sciapa e malcontenta". Classe dirigente inadeguata

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Il 47esimo Rapporto Censis, presentato questa mattina al Cnel da Direttore Generale Giuseppe Roma e dal presidente Giuseppe De Rita, presenta una situazione sociale del Bel Paese ormai in frantumi e parla di un'Italia "sciapa e malcontenta", che non ha più aspirazioni, che si trascina tra "furbizia generalizzata" e "immoralismo diffuso".

  

Si legge nel rapporto che "negli anni della crisi abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la sopravvivenza. C'è stata la reazione di adattamento continuato delle imprese e delle famiglie. Abbiamo fatto tesoro di ciò che restava nella cultura collettiva dei valori acquisiti nello sviluppo passato (lo "scheletro contadino", l'imprenditorialità artigiana, l'internazionalizzazione su base mercantile), abbiamo fatto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), abbiamo sviluppato la propensione a riposizionare gli interessi (nelle strategie aziendali come in quelle familiari)". Secondo il Censis, in Italia "circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, passiva accettazione delle impressiva comunicazione di massa" che causano diseguaglianze sociali, che a loro volta provocano "uno scontento rancoroso , che non viene da motivi indentitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti".

Nella cornice nera nella quale di delinea il quadro italiano, il Censis ha individuato, tuttavia, alcune dinamiche interessanti, processi ancora allo stadio di lenta emersione, ma che potrebbero con gli anni permettere al Bel Paese di andare oltre la sopravvivenza: il consolidarsi dell'imprenditoria femminile e l'affermazione degli immigrati, definiti "un volano", che dinanzi alla difficoltà di trovare un lavoro, si assumono il rischio di aprire nuove imprese. Si stima che mentre la percentuale di imprenditori italiani è scesa del 4,4% dal 2009 al 2012, quella degli imprenditori stranieri è aumentata del 16,5%. Nel commercio dal 2009 a oggi, i negozi gestiti da immigrati sono cresciuti del 21,3%, a fronte di una riduzione di quelli italiani del 3,3%.

Allarmanti, invece, i dati che mostrano la fuga degli italiani all'estero, circa 4,3 milioni, spinti al grande passo del non ritorno dall'assenza di meritocrazia, dalla bassa qualità delle classi dirigenti, dall'imbarbarimento culturale della gente, dalla scarsa qualità dei servizi e dallo sperpero di denaro pubblico. Ma il "difetto più intollerabile" dell'Italia è la poca attenzione ai giovani: circa il 54,1% dei 106 mila italiani di età inferiore ai 35 anni, nel 2012, si è trasferito all'estero (rispetto a dieci anni fa, il numero è raddoppiato). La fuga ha subito un'accelerazione nell'ultimo anno, rispetto del 28,2% del 2011. La ragione principale del trasferimento giovanile è la ricerca di migliori opportunità di carriera e crescita professionale, nonché il miglioramento della qualità della vita.

Oltre ai 4,3 milioni di disoccupati in cerca di nuove opportunità oltre i confini nazionali, il Bel Paese è costretto ad affrontare un'altra grave questione: i 6 milioni di occupati che si trovano in una situazione di precarietà lavorativa, un'area di disagio che rappresenta oltre un quarto della forza lavoro. La precarietà si abbatte senza pietà sui risparmi, con il 76% degli italiani, contro il 43% europeo, va alla ricerca di sconti e promozioni, il 62% predilige i prodotti non di marca, il 24,4% si dedica all'acquisito di prodotti in rete. Nonostante i tagli sui beni di prima necessita, ancora troppe famiglie vivono sul filo del rasoio, incapaci di fronteggiare una spesa improvvisa, di pagare le tasse, bollette, rate ed assicurazioni.

La crisi poi avrebbe accentuato il divario tra il Sud ed il Centro Nord, con un Pil Procapite nel Mezzogiorno di 17.957 euro, inferiore ai livelli di Grecia e Spagna. Il Censis parla del Meridione come un "problema irrisolto", anche se i dati mostrano un grave peggioramento: "l'incidenza del Pil del mezzogiorno su quello nazionale è passata dal 24,3 al 23,4% nel periodo 2007-2012, frutto di una contrazione di 41 miliardi, il 36% dei 113 persi dall'Italia a causa della crisi".

Anche dal punto di vista dell'istruzione, i numeri lasciano poco spazio all'immaginazione. Circa il 21,7% della popolazione italiana con più di 15 anni oggi possiede, al massimo, la licenza elementare, una percentuale nella quale rientrano anche i giovani nelle fasce di età comprese tra i 15 e i 19 anni (2%), tra i 20 e i 24 anni (1,5%), tra i 25 e i 29 anni (2,4%). Il dato è aggravato anche da un sistema universitario italiano troppo provinciale, che ha difficoltà di collocarsi all'interno delle reti internazionali di ricerca, poiché la "prevalente connotazione locale pesa sulla reputazione internazionale".

Infine, il Censis accusa la classe dirigente italiana che "tende a ricercare la sua legittimazione nell'impegno a dare stabilità al sistema, partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi". Nel rapporto, infatti, si legge che "tre tematiche sembrano onnipotenti nello spiegare la situazione del Paese. La prima è che l'Italia è sull'orlo dell'abbisso, la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità e la terza è che non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro".

Il Censis continua poi additando la politica di non essere in grado di sviluppare la connettività tra i soggetti coinvolti, quale nuovo motore di sviluppo, perché troppo "propensa all'enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l'antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide". Per creare connettività, tanto meno si può contare sulle istituzioni "perché autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo".

Se dunque, conclude il Censis, "istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva. A riprova del fatto che questa società, se lasciata al suo respiro più spontaneo, produce frutti più positivi di quanto si pensi".

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/59932/20131206/censis-rapporto-sopravvivenza-crisi-disoccupazione.htm

 

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