La guerra (solitaria) fra BCE e deflazione continua: presto novità da Francoforte?

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L'area euro non riesce a liberarsi dello spettro della deflazione neppure nell'ultimo mese dell'anno, riaccendendo le pressioni verso la Banca Centrale Europea: secondo dati Eurostat, l'inflazione ha registrato un tasso  annuo dello 0,8 per cento, come da attese, ma in rallentamento rispetto al +0,9 per cento di novembre e nuovamente vicino al minimo di ottobre, quando i prezzi crebbero dello 0,7 per cento.

  

Ancora peggiore il dato se si escludono dal computo i beni più volatili, come alimentari ed energia: in questo caso l'inflazione registra il suo minimo dal 1996, a +0,7 per cento. Le pressioni disinflazionistiche, insomma, continuano a farsi evidenti, e i mercati sembrano invocare l'intervento dell'Eurotower, l'unica istituzione che, attualmente, riesce a tenere il timone di un'Europa che non riesce a prendere pesci.

Diventano quindi più calde le attese per il meeting di politica monetaria in programma giovedì 9 gennaio: tornano dunque le speculazioni circa un taglio del tasso di interesse, che porterebbe il tasso di riferimento più vicino allo zero per cento dagli attuali 25 punti base. Non si esclude neppure il più volte invocato taglio del tasso sui depositi detenuti dalle banche presso la BCE, il che comporterebbe un passaggio in territorio negativo e abbondantemente inesplorato.

Come noto tassi negativi sui depositi potrebbero spingere gli istituti di credito a non detenere liquidità a Francoforte, poiché significherebbe rimetterci denaro: in questo modo il denaro potrebbe essere messo in circolazione e pompare sangue in un'economia, come quella europea, fortemente anemica.

D'altro canto, però, le banche potrebbero ritenere di non avere adeguate alternative (per esempio, l'erogazione di nuovi prestiti alle imprese e alle famiglie potrebbe essere percepito come più rischioso) e preferire una perdita piccola sicura che una maggiore perdita incerta. Ancora peggio, le banche potrebbero semplicemente decidere di rifarsi del denaro perduto a Francoforte aumentando i costi per i clienti, ad esempio richiedendo tassi più elevati sui prestiti, mossa che implicherebbe una conseguenza contraria a quella voluta dalla BCE, ovvero un avvitamento del credit crunch in luogo del suo auspicato rilassamento, su cui già pesano le incognite già espresse su queste pagine.

L'euro si indebolisce contro il dollaro: EURUSD, in prossimità della chiusura dei mercati cash europei, scivola sul supporto di 1,36. La lettura che i mercati danno alla rilevazione sembra quindi essere che la BCE interverrà, ma non è detto che questo accadrà nel corso del prossimo meeting.

In primo luogo il recente taglio dei tassi è stato malamente digerito dai tedeschi, ed è quindi improbabile che vi siano nuovi tentativi di forzare la mano; il secondo motivo, ricollegato al primo, è che Francoforte potrebbe aspettare di avere dati maggiormente precisi per quanto riguarda le tendenze inflazionistiche future: attualmente l'inflazione nel medio periodo resta ancorata nei pressi degli obiettivi di Draghi e soci, e inoltre il rallentamento del dato core sembra essere dovuto in maniera principale ad un cambiamento all'interno del paniere di beni di riferimento per la Germania. Per ora l'Eurotower prevede un'inflazione all'1,1 per cento nel 2014 e al 1,3 per cento nel 2015, e per ora i movimenti restano "in linea" rispetto a quanto previsto dalla BCE.

Francoforte ha ferma intenzione di utilizzare le frecce a sua disposizione in modo prudente e circostanziato per evitare fiammate inflazionistiche (non necessariamente negative) nel cuore dell'eurozona (leggi: in Germania) e per non alimentare bolle finanziarie (visto che già Fed e BoJ, fra le altre, potrebbero già avere gonfiato il palloncino): sebbene le armi convenzionali siano agli sgoccioli, per via della vicinanza allo zero lower bound, la BCE mantiene allo studio misure meno "da manuale". Oltre al già citato tasso negativo sulle riserve non obbligatorie, Francoforte potrebbe passare all'acquisto diretto di titoli di Stato (sul mercato secondario, ovviamente), nonché di obbligazioni corporate ed altri strumenti finanziari sulla scia del Quantitative Easing già avviato dalle banche centrali statunitense e giapponese.

Va tuttavia ricordato che la crisi europea, in atto nonostante i festeggiamenti per una ripresa da prefisso telefonico, non potrà trovare soluzione di lungo periodo nella BCE: Francoforte è una toppa in un buco che continua ad allargarsi (ad una velocità inferiore rispetto agli anni scorsi), ma i sarti che dovranno riparare lo squarcio sono l'Unione Europea e i governi nazionali, che prima o poi dovranno mettere da parte gli orgogli nazionalisti e spiegare all'elettorato continentale che, allo stato attuale dell'integrazione, non è possibile andare avanti senza maggiore Europa, né è possibile tornare indietro ad una (tutta da verificare) età d'oro degli Stati (e delle monete) nazionali in un mondo che, al contrario, si muove veloce verso l'integrazione e la costituzione di sempre maggiori raggruppamenti statali.

Senza Unione Europea, insomma, molti Paesi Europei, Italia compresa, saranno definitivamente costretti al vassallaggio di più grandi organizzazioni, nonché ad un declino economico difficilmente (e comunque dolorosamente) irreversibile.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/60984/20140107/bce-deflazione-eurostat-inflazione-tassi-negativi.htm

 

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