Uscire dalla crisi, la Spagna meglio dell'Italia? Ecco perché gli ottimisti iberici rischiano (ancora) grosso

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Sono tutti stufi di questa crisi. Lo sono le coppie con famiglia, lo sono quelle desiderose di averne una, lo è il single, lo è l'imprenditore, lo è la società: lo sono - letteralmente - tutti, dentro e fuori dai confini nazionali. La grande delusione targata 2013 ha lasciato un gusto amaro in bocca: l'anno della ripresa, dell'uscita dal tunnel, del ritorno agli antichi splendori (economici) promesso da politicanti e non ha rivelato il suo vero volto di "anno di purgatorio". Alla crescente insofferenza per il protrarsi della crisi, allora, si è aggiunto anche il fardello delle promesse infrante. Il tutto con un'unica, netta, conseguenza: è cresciuta a dismisura l'impazienza e con lei la voglia di vedere (trovare), ovunque, 'chiari' segni di ripresa. Ecco quindi che l'avvio di un nuovo anno, evento di per sé già psicologicamente carico di aspettative, ha trasformato il 2014 nel sacro gradale da ricercare. Eppure, mai come questa volta, è necessario rimanere con i piedi per terra: la crisi non sparirà dall'oggi al domani.

  

I positivi segnali che ci giungono dalle economie sono ovviamente da prendere in considerazione: ignorarli e/o sminuirli troppo ci farebbe cadere nell'errore speculare a quello degli 'ottimisti senza àncora'. E' però altrettanto vitale non lasciarsi andare a toni trionfalistici al primo indice economico 'non negativo' perché, come facilmente intuibile, questi favorevoli mutamenti poggiano ancora molto poco su fondamentali economici. E' saggio, quando si guarda a questo 2014, cercare di mantenere una visione fredda e distaccata che sappia scindere le componenti della ripresa che poggiano sulle ali del rinnovato entusiasmo da quelle meritatamente costruite con i lavori di riforma strutturale nel Paese. Il distinguo è d'obbligo perché le prime, a fronte di un tanto ipotetico quanto momentaneo rinato nervosismo, scoppieranno come una bolla di sapone. Con questo quadro, quindi, emergono due approcci differenti di guardare al futuro prossimo: uno più cauto, che prova a vedere oltre i dati apparentemente positivi del momento, ed uno più ottimista che considera l'entusiasmo attuale come dato e non come estremamente volatile. Vengono ad esempio, così facendo, l'Italia e la Spagna.

Ci tornano alla mente le parole del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che nel pieno del marasma economico targato 2012 disse: "Sono un ottimista, da italiano e da imprenditore", era il mese di maggio dello scorso anno. Passato il tempo, passato (con buona probabilità) il picco della tormenta, l'ottimismo cambia ruolo: da utile fiammella di speranza nella buia notte della crisi a 'pericoloso' strumento, capace di creare grandi - ingiustificate - illusioni. Intervenuto all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Modena e Reggio Emilia, il numero uno di Confindustria illustra, nella sua lectio magistralis, la chiave di lettura per questo 2014: razionalità e pragmatismo devono essere i binari sui quali far correre il giusto ottimismo della ripresa (prevista allo 0,7 e all'1,2% per il biennio 2014-2015 dell'Eurostat); la crescita interna sarà tuttavia ancora debole e a rischio di effetti tanto depressivi quanto deflattivi. Una recente valutazione del Centro studi di Confindustria, ha spiegato Squinzi, "dice che recupereremo i livelli pre-crisi nel 2021. Speriamo di sbagliarci". L'ottimismo sano, quindi, sarà indispensabile nel 2014 ma guai a caderne vittime.

Meno cauti, invece, sembrano voler essere i 'cugini' spagnoli. Tornano, in tono trionfale, le statistiche sul Prodotto interno lordo. E' lo stesso Luis de Guindos, ministro delle Finanze spagnolo, ad annunciare le 'buone nuove' al parlamento: il quarto trimestre 2013, chiuso a dicembre, regala un Pil al +0,3% (previsioni Eurostat a +0,5 e +1,7% per il biennio 2014-15), in risalita dello 0,1% sul trimestre precedente. In un'apoteosi dell'ottimismo, il ministro ha dichiarato: "Per la prima volta da quando è iniziata la crisi, ci troviamo in uno scenario differente". Il positivo dato, ancora da confermare ufficialmente, si aggiunge ad una serie di indici che farebbero ben pensare per i futuri sviluppi dell'economia iberica. Per la situazione spagnola regna su tutti il capitolo disoccupazione: quel sostanzialmente stabile tasso al 26,7%, con oltre 6 milioni di persone in cerca di lavoro, è giustamente visto come la macchia più scura dell'economia. Eppure il numero di disoccupati registrati è sceso per il terzo mese consecutivo, con un declino da 108 mila unità nel mese di dicembre, uno dei risultati migliori da quando si tengono tali statistiche. Anche dalle emissioni di nuovo debito, poi, sembrano provenire solamente segnali positivi: tanto i €3,5 miliardi a cinque anni al 2,41% raccolti dal Tesoro quanto il miliardo racimolato da Bankia (a fronte di una "forte domanda") sono segnali più che incoraggianti. Ma è messa davvero così bene la Spagna, allora? E' proprio in quest'ottica che il discorso di cui sopra legato ai 'dati conditi con l'ottimismo' torna in auge.

Volendo partire dal dato sulla disoccupazione, intanto, c'è da sottolineare come tanto il 'contro-esodo' dei lavoratori stranieri quanto la definitiva rinuncia alla ricerca di un lavoro da parte dei disoccupati 'di lunga data' siano due fattori sensibilmente condizionanti questa statistica. L'abbattimento del numero di disoccupati non sarà dato solo da questi due fattori, ovviamente, ma è altrettanto giusto non dare tutti i meriti alla riforma spagnola del mercato del lavoro che, comunque, "dovrebbe portare a circa 25 000 nuovi contratti ogni mese" (il costo, per ora, nominale del lavoro spagnolo ha segnato, nel confronto Q12013-Q12012 un -0,9%). Marcel Jansen, professore all'Università Autónoma di Madrid, commenta come "Le figure mostrano chiaramente segni di ripresa. Il difficile da spiegare è [però] quanto solida sia questa ripresa". Il più classico dei cicli economici legati alla ripresa, innescato da un recupero di competitività del mercato del lavoro, che conduce a più export, nuovi investimenti e - magari - nella crescita della domanda interna ed in una sostanziosa ripresa del gettito.

Allo stato attuale delle cose, buona parte di questi miglioramenti sono sostenuti da una sana dose di rinnovata fiducia mista ad 'ottimismo'. Nel breve termine, insomma, le cose potrebbero migliorare senza dover necessariamente badare (troppo) alla presenza (o all'assenza) di reali miglioramenti nei fondamentali dell'economia. Ma quanto andrebbe oltre questo meccanismo? Il 'via' per la ripresa della domanda interna è stato dato da questa ventata di ottimismo ma, per continuare, sarà necessario un miglioramento degli introiti delle famiglie che - in parte - ritornerà nel circuito sotto forma di nuova domanda. Il problema, spiega l'analista Edward Hugh, è che questo miglioramento delle disponibilità delle famiglie "non sta ancora avvenendo". I miglioramenti visti, in larga parte, sono stati raggiunti facendo ricorso ad un 'credito di fiducia/ottimismo' che non reggerà a lungo. Se poi si aggiunge che il 2014, tra sfide interne ai Paesi e sfide europee - con le mosse della Bce in primo piano -, non sarà esente da 'eventi' che potrebbero scatenare momentanee ondate di alta volatilità, appare del tutto chiaro quanto sia rischioso gonfiare a dismisura l'ottimismo che ora circola. I problemi strutturali della Spagna, così come quelli dell'Italia, permangono ancora in tutta la loro forza; ben venga, allora, un cauto ottimismo e nulla di più. Anche perché, ribadisce il Professor Jansen, "Sei mesi di buone notizie non cancellano cinque anni di disastro economico".

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61249/20140114/crisi-fine-2014-europa-italia-spagna-disoccupazione-mercato-lavoro-emissione-debito-fondamentali-exp.htm

 

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