Davos, Europa bocciata dagli economisti al WEF; anche Draghi è costretto a "placare" gli ottimisti

E-mail Stampa PDF

Quella di questa settimana potrebbe essere un'Eurozona che uscirà, forse più moralmente che nei numeri, con le ossa rotte in materia di "futuro prossimo e rosee prospettive". Molte parole sono state già spese sulla fantomatica grande ripresa di questo 2014 e del ritorno ad una crescita che, si è visto, poggia su ipotesi alquanto opinabili. Grandi incognite, come inflazione (deflazione?) e disoccupazione (giusto per citarne due), aleggiano sulle nostre teste europee: nubi, che se proprio non preannunciano un nuovo uragano, di certo non possono far gridare ad un cielo completamente sereno. Su questa visione d'insieme, allora, ecco che certe dichiarazioni fatte (da Draghi al Neue Zuercher Zeitung fino ai vari commenti in quel di Davos)  e alcuni dati in uscita (Pmi francese, tedesco ma soprattutto la disoccupazione spagnola) potrebbero sensibilmente cambiare lo stato d'animo (e le aspettative) dei cittadini europei che guardano all'Europa come fuori dalla crisi e ormai in ripresa.

  

Cosa succede a Davos? Tra le Alpi svizzere è in corso l'annuale World Economic Forum che riunisce i grandi della finanza mondiale e stimola dibattiti, spesso propositivi, sui più disparati temi economici (ad esempio sull'Impact Investing). I primi commenti emersi dal forum raccontavano di manager più convinti ed ottimisti circa la ripresa globale. Quindi anche per l'Europa? Non proprio: il Vecchio Continente, anche se rientrato sulla strada della ripresa, procederà a lungo a 'passo d'uomo' e sarà sempre a rischio fintanto che non risolverà alcuni dei suoi cronici problemi accresciuti (o meglio ingigantiti) ormai dalla crisi.

Proprio in linea con questo pensiero, dunque, sono piovute critiche su critiche sull'Eurozona: la provenienza, ovviamente, è sempre Davos. Cosa dicono? Di tutto, letteralmente. Cresce (poco) ma non convince, "non prendetela come una provocazione - ci fa sapere Christophe de Margerie, a capo della Total - ma penso che l'Europa debba essere riclassificata come un Paese emergente". Però, potrebbe ribattere qualcuno, c'è comunque un segnale di crescita, un indizio che possa far ben sperare per tornare ai 'fasti' del passato, no? Non del tutto. Nessuno nega la ripresa, spiegano dal World Economic Forum, ma - afferma Alex Weber a capo della UBS, "se guardate alla ripresa nel Vecchio Continente, [questa] è debole e diseguale nei diversi Paesi. Non c'è nessuna ragione per entusiasmarsi per una crescita che non supera i gap e che non crea abbastanza posti di lavoro".

Già, il lavoro. Quella bestia nera chiamata disoccupazione ("L'alto livello di disoccupazione - spiega l'analista Behravesh - ha creato una situazione molto, molto pericolosa") che diventa un incubo quando, in alcuni Paesi, si guarda a quella giovanile. Ferma al 12,1% per l'aggregato, la disoccupazione resta preoccupantemente alta in Grecia, Spagna (l'ultimo dato macro, appena uscito, conferma il tasso al 26% e - anzi - suggerisce un lievissimo aumento), Portogallo, Italia e così via. Ma c'è di peggio, c'è quella fetta di giovani europei (più di cinque milioni, tra i 14 ed i 25 anni) che è senza occupazione. L'economista Kenneth Rogoff, a tal proposito, è stato lapidario: "Stiamo perdendo una buona parte della nuova generazione", stiamo rinunciando al futuro nel momento stesso in cui speriamo di averne uno migliore. L'Europa ed il suo mercato del lavoro che non funziona: "abbiamo chiesto - spiega Sorrell del Wpp - (...) quale era la parte più critica dell'Europa e ci hanno risposto «la scarsa flessibilità del lavoro»". Riforme, riforme strutturali per migliorare ogni singolo aspetto di una competitività europea che ha perso troppo terreno rispetto agli altri nell'ambito di questa crisi. In questo ampio spettro di opinioni, assai poco edificanti, chiude quella del noto economista Nouriel Roubini che riassume: "I rischi di una crisi imprevista nell'Eurozona sono diminuiti ma i problemi fondamentali restano in larga parte irrisolti".

E sostanzialmente in linea, anche se meno 'dura', è la considerazione fatta dal numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, al giornale svizzero Neue Zuercher Zeitung. Il pensiero di Draghi è chiaro: non è assolutamente il momento di lasciarsi andare ad un incauto ottimismo perché alcuni rischi sostanziali (vedi commenti sopra) sono ancora in essere, pronti a creare nuovamente scompiglio. "Vediamo segnali incoraggianti, (come i recentissimi dati sul Pmi manifatturiero francese e tedesco, entrambi sopra le aspettative, N.d.R.), ed i primi segnali di una ripresa economica nell'Eurozona ma la ripresa è ancora debole e distribuita in maniera diseguale (...) Complessivamente, il rischio di [nuove] battute d'arresto è [ancora] alto (...) E' necessario essere attenti a non fornire outlook eccessivamente ottimistici". Sorvola, infine, sull'altro grande punto interrogativo europeo: quanto è grande il rischio di deflazione? Secondo Draghi, poco: si dichiara non troppo preoccupato per l'inflazione così come per il rischio deflazione. L'equivalente di un "no comment" che di certo non ci libera dai dubbi in materia.

C'è bisogno di ottimismo, insomma, per continuare a supportare questa Europa: "Together we stand, divided we fall", il motto è sempre valido. Ma i numeri, i gentili signori in quel di Davos e lo stesso Draghi ci hanno avvertito: vivere di soli voli pindarici è un espediente decisamente pericoloso. Tanto vale guardare al futuro con un pizzico in più di realismo e sopravvivere, così, al purgatorio che ancora ci attende.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61646/20140123/europa-crescita-ripresa-world-economic-forum-wef-davos-draghi-disoccupazione.htm

 

Menu Principale

Risorse Utili