Argentina, primo bagno di realtà: la banca centrale si arrende e lascia crollare il peso

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Il momento tanto atteso e temuto sembra essere arrivato: la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) ha deciso di non difendere più il cambio lasciando così che sia il mercato a decidere il valore della valuta locale, ovvero il peso. E il mercato sembra aver deciso che non vale granché.

  

Il peso argentino ha perso valore al ritmo più veloce dal 2002, più o meno all'indomani del celebre (suo malgrado) default, quando la moneta di Buenos Aires fu sganciata dalla parità con il dollaro statunitense: mentre pochi giorni fa erano necessari sei pesos per acquistare un dollaro, nella giornata di giovedì il mercato ne ha richiesti ben otto, valore tuttavia ancora basso, poiché il mercato ha avuto difficoltà a fare prezzo per via della scarsa liquidità. Ancora peggio va sul mercato nero, dove per acquistare un dollaro ne erano necessari addirittura tredici.

L'Argentina è arrivata a questo punto dopo anni di controlli valutari sempre più stretti (e sempre più folli), decisi dal governo del presidente Cristina Fernandez nel tentativo di fermare l'emorragia di capitali conseguenti al deteriorarsi non solo dell'economia argentina, ma anche del quadro normativo, reso sempre più incerto dalla disperazione del governo, ormai ritenuto inaffidabile, anche fra gli argentini, quando si tratta di rispettare i contratti. Ciò ha reso l'Argentina uno dei posti in cui è più rischioso investire, inaridendo il flusso degli investimenti esteri, nonostante abbia risorse naturali che aprono le porte a molte opportunità.

Il timore di default in un Paese che già ne ha vissuti una mezza dozzina nel corso della sua storia ha spinto chiunque avesse in mano dei pesos a liberarsene, costringendo la banca centrale ad intervenire per evitare una eccessiva svalutazione del cambio. Con il tempo ciò è diventato progressivamente più costoso: per acquistare i pesos che venivano svenduti la BCRA è arrivata a spendere un miliardo di dollari al mese, facendo crollare le riserve valutarie al minimo degli ultimi sette anni, sotto i trenta miliardi di dollari, in tracollo del 30 per cento in un anno. Peccato però che minori riserve valutarie significa minore flessibilità finanziaria, minore capacita di pagare i propri debiti in valuta forte, una delle "ricchezze" argentine, necessari per acquistare beni provenienti dall'estero.

D'altro canto il declino del pesos colpirà duramente il potere d'acquisto degli argentini, per i quali le merci importate, da cui il Paese dipende, diventeranno più costose, anche se questo non dovrebbe accadere nel breve periodo visto che già oggi i beni vengono importati usando i dollari "blu" del mercato parallelo, e vi è una dollarizzazione parziale dell'economia. Non è comunque una buona notizia per un Paese che già oggi subisce una crescita dei prezzi a due cifre, alimentata da una banca centrale che, stampando denaro, ha contribuito a svilire la divisa, che ora nessuno vuole più tra le mani. L'alternativa, però, sarebbe stata un progressivo deterioramento delle capacità della banca centrale di contenere l'inflazione, che avrebbe aggiunto velocemente cifre all'assottigliarsi delle riserve, provocando tensioni sociali.

Il percorso, nonostante questo primo bagno di realtà, rischia di essere comunque duro per gli argentini: il governo non ha accompagnato l'abbandono del peso a una politica macroeconomica adeguata, forse perché l'esecutivo non sa esattamente cosa fare. Purtroppo non sembrano esserci troppe alternative: gli argentini dovranno infatti fare i conti con la "normalizzazione" della politica fiscale (che dovrà, in pratica, essere ristretta), e non è detto che il processo riesca ad essere ordinato e pacifico.

I segnali sono cautamente ottimisti, poiché l'esecutivo ha ricominciato a fare i conti con la realtà: si è seduto al tavolo con i creditori per sistemare un debito da dieci miliardi, ha cominciato le negoziazioni per l'indennizzo per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera YPF e comincerà a rilasciare (finalmente) dati meno falsi su inflazione e crescita economica, dopo che per lungo tempo sono state rilasciate cifre palesemente truccate male.

Se il governo, però, risulterà essere debole nel fare la cosa giusta, tanto da far sospettare che non abbia più il controllo della situazione, la questione argentina potrebbe deteriorarsi velocemente. Ammesso che non sia già troppo tardi per evitare una crisi della bilancia dei pagamenti: il problema restano i capitali che non entrano, e non è per nulla facile decidere di investire nel futuro di un Paese perennemente instabile.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61694/20140124/argentina-peso-inflazione-banca-centrale-riserve-valutarie.htm

 

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