Quanto tempo rimane all'Argentina? (Poco, molto poco)

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Uno dei motivi che hanno portato ai crolli borsistici dell'ultima settimana è indubbiamente la questione argentina che sta affrontando quella che secondo molti osservatori è l'ultima parte del suo ennesimo declino. Come noto la banca centrale della Repubblica Argentina (BCRA) ha deciso di sventolare bandiera bianca e lasciare che la moneta locale, il peso, si svaluti, risultando in una perdita di valore del 18 per cento.

  

La decisione era attesa poiché il mantenimento del cambio era diventato enormemente costoso, tanto che attualmente sono necessari un miliardo di dollari al mese per evitare la svalutazione. Si pensi che il valore del dollaro USA al mercato nero è superiore ai 13 pesos, contro gli 8 del cambio ufficiale, e questa discrepanza è stata creata, per l'appunto, dagli interventi di sostegno della BCRA, che ha venduto dollari delle proprie riserve per comprare pesos.

Purtroppo le riserve valutarie necessaria allo scopo sono ormai ridottissime e sono scese sotto i 29 miliardi. Per quanto possa sembrare una cifra sufficiente ad evitare il disastro ancora per un paio d'anni, in realtà il tempo rimasto a Buenos Aires è molto più ridotto e probabilmente insufficiente a salvare l'Argentina.

Va innanzitutto ricordato che i controlli valutari (sempre più pazzeschi) sinora posti in essere si sono rivelati largamente insufficienti a contenere l'emorragia di valuta forte, poiché a fronte delle uscite che è obbligatorio sostenere, il governo non riesce ad attirare nuovi capitali dall'estero che possano rafforzare le riserve. Ciò era prevedibile: chi mai investirebbe in un Paese che non rispetta regolarmente contratti e proprietà privata? Il governo argentino ha però bisogno di valuta forte per pagare le proprie spese, in particolare il deficit energetico: parliamo di circa una decina di miliardi l'anno in un Paese nel quale i blackout sono già all'ordine del giorno.

Nel tentativo di riportare gli investitori nel Paese il governo del presidente Cristina Fernandez ha deciso di ritornare sui propri passi in molte delle più clamorose occasioni in cui si è scontrato con gli investitori internazionali, in primo luogo il club di Parigi e la spagnola Repsol.

Il club di Parigi è un gruppo di 19 tra le maggiori economie del mondo che vanta nei confronti di Buenos Aires un'obbligazione da 10 miliardi di dollari che il governo vorrebbe pagare nel tentativo di restaurare la fiducia nel paese sudamericano: un accordo era stato annunciato dal governo argentino, ma è stato smentito a stretto giro di posta dal club. La sfiducia nei confronti dell'Argentina è ovvia se si considera che il presidente Fernandez aveva già annunciato il pagamento del debito nel settembre 2008, ma fino ad ora non è stato corrisposto alcunché. Insomma le promesse dell'Argentina non valgono nulla per i creditori e qualche ragione di diffidenza sembrano esserci. In ogni caso il pagamento appare improbabile poiché le riserve crollerebbero a 19 miliardi.

La questione Repsol riguarda invece la nazionalizzazione della YPF che avvenne (con somma arroganza da parte del governo argentino) senza corrispondere alcun indennizzo alla compagnia spagnola, diventando il simbolo del disprezzo argentino nei confronti della proprietà privata e delle altre libertà economiche: nella speranza di fare ammenda ed invertire il modo in cui gli investitori internazionali vedono l'Argentina, Buenos Aires ha proposto un accordo da 8 miliardi di dollari.

Solo queste ultime misure farebbero crollare le riserve valutarie ad una quantità appena sufficiente a pagare il deficit commerciale, se tutto va bene, di un solo anno. Ma purtroppo per gli argentini i problemi non sono ancora finiti.

Pende infatti una causa negli Stati Uniti che potrebbe costringere l'Argentina a pagare altri 1,5 miliardi di dollari a chi non ha aderito agli accordi relativi al default di inizio secolo. Nel 2002 infatti l'Argentina impose una perdita del 70 per cento ai possessori di obbligazioni sovrane: il governo ottenne l'assenso del 93 per cento dei creditori, tuttavia il rimanente 7 per cento ha portato la questione in tribunale e l'ultima speranza del Governo di Buenos Aires di sconfiggere i cosiddetti  fondi avvoltoi risiede in un appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti, ma addirittura la speranza di ottenere udienza appare limitata. Gli avvoltoi hanno approfittato del costante dilettantismo del governo argentino nel gestire i propri conti e adesso bisognerà pagare tale negligenza amatoriale.

Altrettanto limitata è la speranza di ottenere aiuti di emergenza: il Fondo monetario internazionale è in rotta con il governo argentino, che da anni falsifica in modo grossolano i propri conti pubblici (ad esempio il governo annuncia un'inflazione del 10 per cento, ma altri dati rilasciati dallo stesso governo sottintendono una crescita del livello dei prezzi pari almeno al triplo). Anche in questo caso l'esecutivo sta tentando di correggere i propri errori, sperando di ottenere il privilegio di sedersi ad un tavolo, ma servirà anche in questo caso del tempo.

Il tempo però è una risorsa scarsissima per il presidente Fernandez: fino ad ora infatti a tamponare l'emergenza c'erano le iniezioni di liquidità forte attuate dal Venezuela di Hugo Chavez. Purtroppo per l'Argentina la morte di quest'ultimo ha messo a dura prova l'equilibrio politico ed economico di Caracas, che ora è a sua volta nei guai e pertanto impossibilitato a sostenere Buenos Aires.

Il governo cerca di correre ai ripari, sperando di non dover prendere le dolorose (per gli argentini) iniziative volte a rendere più solida la politica fiscale, ma la situazione sembra essere troppo disperata per essere risolta nel breve tempo concesso dalle attuali riserve valutarie. Sarebbe stato necessario intervenire anni addietro con soluzioni dure ma non drammatiche quando la situazione era difficile ma non critica, e il margine di manovra in termini di dollari era almeno doppio: il marito dell'attuale presidente nonché suo predecessore Nestor Kirchner aveva lasciato in dote alla signora Fernandes riserve valutarie per 80 miliardi nel 2007.

Questo tesoro è stato dissipato dalla volontà del governo di non accettare la realtà e soprattutto i rudimenti dell'economia: il governo sperava di nascondere le crepe nella propria costruzione attraverso la continua stesura di mani di vernice sempre più annacquata, ovvero stampando denaro per coprire le proprie spese (o meglio i propri sprechi, come i tanti sussidi alla popolazione, non ultimo il bonus da 600 pesos mensili per i giovani che non studiano né lavorano annunciato recentemente dal Presidente).

È possibile che l'amministrazione Fernandez, un regno del terrore accusato di corruzione, clientelismo, falsificazione dei conti pubblici e intimidazioni sia nell'informazione che per quanto riguarda le libertà economiche (talmente ristrette ormai da avere invaso anche altri aspetti delle libertà personali), riesca a prolungare l'agonia dell'Argentina ancora per qualche tempo, ma a giudicare dai credit default swap, che lasciano intendere una possibilità di fallimento nei prossimi 5 anni superiori all'80 per cento, il successore della dinastia Kirchner, che dovrebbe essere eletto nell'ottobre 2015, dovrà governare (per l'ennesima volta nella storia di questo sfortunato - quanto ricco di risorse naturali - Paese) sulle macerie del malgoverno.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61799/20140126/argentina-default-riserve-valutarie-svalutazione.htm

 

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