Il piano Polonia dell'Electrolux? È solo l'inizio dell'ultima fase del declino italiano

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Il caso Electrolux forse si concluderà in modi migliori rispetto a quanto prospettato all'inizio dall'allarmismo sindacale (capiremo se giustificato o meno), magari grazie all'ennesimo aiutino mercantilista del governo, ma di sicuro evidenzia che la realtà italiana sta entrando nell'ultima frase del declino, prima di entrare nella serie B delle economie, quella dei paesi emergenti.

  

La questione in breve: gli impianti italiani non sono competitivi rispetto ad altri dell'Europa dell'Est. Produrre elettrodomestici in Italia, in altre parole, è troppo costoso, i prodotti finiscono fuori mercato e l'azienda è già abbastanza sotto pressione per quanto riguarda il calo degli utili (-29 per cento nel terzo trimestre del 2013). La soluzione è quindi la compressione dei costi o la chiusura degli stabilimenti più inefficienti: piaccia o meno un'azienda che non produce utili alla fine sarà costretta licenziare tutti i propri dipendenti perché presto o tardi sarà costretta a chiudere. "Meglio", insomma, sacrificare una parte di stipendio in attesa di tempi migliori (al netto del cosiddetto "metodo Marchionne", ovvero lo sciopero del capitale, beninteso) piuttosto che lasciare migliaia di famiglie per strada all'improvviso.

All'improvviso per modo di dire. Il declino italiano è storia vecchia di almeno vent'anni, e finora è stato affrontato (come sempre) solo tamponando le emergenze nel modo elettoralmente meno doloroso possibile, portando la corda, tesa oltremisura dalla speranza che i vincoli esterni sparissero magicamente, al punto di rottura. Ad esempio, la riforma del lavoro e quella delle pensioni degli anni Novanta (con la complicità dei sindacati) non hanno toccato i costosi privilegi di chi già aveva un lavoro più o meno assicurato per tutta la vita nonché una pensione sproporzionata rispetto ai contributi versati, ma si è limitato a togliere anche il minimo indispensabile a chi stava per entrare nel mondo del lavoro (e dunque non era "sindacalizzato"), spacciando la precarietà per flessibilità. Risultato: "polonizzazione" dei giovani (in atto da anni, ma mai affrontata seriamente, perché i precari non sono "sindacatizzati", ergo non fanno rumore), disoccupazione in inesorabile crescita, intervento drastico sulle pensioni (sempre quelle future, beninteso).

Insomma, i problemi sono noti da decenni, perché vengono da lontano, e sono stati studiati e denunciati a più riprese anche da coloro i quali dovrebbero risolverli: uno, in particolare, riguarda la questione del costo del lavoro, divenuto un tema pressante almeno da otto anni, ovvero da quando il secondo governo Prodi tentò una riduzione del cuneo fiscale risoltasi (per la solita necessità di accontentare tutti e nessuno) in un inutile taglio da appena pochi miliardi spalmati su tutti i lavoratori. Un beneficio impossibile da percepire per gli addetti, ma soprattutto effimero per le aziende: quei pochi euro sono stati infatti divorati dal continuo declino della produttività dei lavoratori italiani, sicché nel giro di poco tempo la questione è ritornata al via.

Da quel lontano 2006 si sono susseguiti altri tre governi che hanno perso tempo per un motivo o per un altro, due recessioni e innumerevoli scandali che sono riusciti a distrarre l'opinione pubblica, tanto che oggi le porcherie possono essere fatte alla luce del sole, perché ognuno dei tre poli ha gioco facile a distrarre i propri elettori accusando gli altri due. Nel frattempo si sono affacciati sul panorama politico altri attori arruffapopolo che non solo hanno contribuito alla distrazione di massa, aggravando l'ammuina generale, ma hanno pure trovato buon gioco, nel senso elettorale del termine, nel dare la colpa a qualunque complotto esogeno e ad altre spiegazioni e soluzioni semplici e semplicistiche, pur di non prendere contatto con una realtà che li distruggerebbe all'impatto così come sta frantumando il Paese. Insomma, da una guerra fra tifoserie siamo passati a un circo a tre piste con elefanti ubriachi.

Nel frattempo però l'Italia, come una pallina su un piano inclinato, ha continuato la sua discesa, la cui percezione però è stata offuscata dall'ubriacatura provocata dalla Banca Centrale Europea di Mario Draghi, che pure aveva intenzione di dare più tempo ai governi come quello italiano di fare le necessarie riforme. Peccato però che una volta terminata l'emergenza il tempo guadagnato grazie a Draghi è stato usato per continuare a non fare nulla facendo finta di stare facendo qualcosa, ognuno (imprenditori, sindacati e governo, nessuno è incolpevole) perseguendo i propri scopi deviati, ovvero mantenere un non più sostenibile status quo credendo di poter ignorare i vincoli esterni.

Continuando su questo percorso l'Italia è destinata a diventare la prossima Polonia (e se si è giovani, polacchi lo si è già): persistendo sulla strada del declino politico, economico e sociale i contratti proposti dalla multinazionale svedese diventeranno prima la regola e poi un lusso. Non è chiaro se siamo già al punto di non ritorno, ma quantomeno c'è ancora spazio per tentare una manovra di inversione.

Si potrebbe ad esempio tagliare il cuneo fiscale in modo chirurgico, in particolare a favore dei nuovi assunti e delle imprese che aumentano l'occupazione (ovvero limitare il beneficio alle aziende che non licenziano persone con lo scopo di assumerne altre a sconto); si dovrebbe definitivamente stroncare la pessima regola in base alla quale gli aumenti dei salari sono una variabile indipendente rispetto alla produttività, decentrando la contrattazione a livello di fabbrica; bisognerebbe cominciare a tagliare le imposte ai redditi più bassi in modo da stimolare la domanda e quindi la produzione senza però punire il capitale come vorrebbe fare il nuovo che avanza, poiché il denaro è necessario per effettuare gli investimenti. Quanto al denaro necessario per fare tutto questo (che, almeno nei primi due punti, è molto poco) ci sono talmente tanti piani e proposte accumulatesi negli anni che qualche miliardo si potrebbe pure riuscire a trovare, se solo ci si sedesse tutti a un tavolo con adeguata buona volontà e senza pensare a "come posso utilizzare questa cosa per danneggiare il mio avversario politico?".

Purtroppo però questo non è il Paese in cui si deve fare qualcosa, ma quello in cui bisogna fare finta di stare facendo qualcosa: l'esempio è il governatore del Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani che invoca l'intervento del governo, in particolare quello del ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato, con il quale è in atto una specie di faida,  gridando "convocateci!" e così dimenticando che lo stabilimento Electrolux di Porcia, a rischio chiusura, risiede nella sua di lei Regione e che potrebbe intervenire in modo autonomo, senza aspettare l'arrivo di Roma. In altre parole anche quest'altra esponente del "nuovo che avaria" approfitta di una tragedia in via di definizione non per trovare una soluzione, bensì per attaccare il suo avversario politico.

L'importante è che l'orchestrina continui a suonare, mentre la nave affonda e le scialuppe vengono imboscate dai più furbi. Intanto le prime pagine dei giornali anche oggi sono occupate dal dibattito relativo a una legge elettorale che permetta a qualcuno di governare anche senza prendere voti. Il piano Polonia della Electrolux (il primo di una lunga serie) passerà velocemente in secondo e terzo piano, mentre il Paese si lascerà distrarre ancora una volta da Dudù, dai giacconi di pelle e dalle scie chimiche. Il default magari arriverà all'improvviso, i motivi saranno materia di talk show eternamente inconcludenti, dimostrando che non solo ce lo siamo meritato, ma anche che lo abbiamo passivamente voluto.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61894/20140128/piano-polonia-electrolux-declino-italia-costo-lavoro.htm

 

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