Europa, venti anni di declino: il costo dell'energia abbatterà la competitività UE

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Venti anni di declino per colpa dei costi dell'energia: è questo quanto prospetta l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) per l'Europa, che nei prossimi due decenni finirà per perdere un terzo della sua quota di mercato globale nell'export ad alta intensità di energia a vantaggio degli Stati Uniti, poiché i prezzi dell'energia resteranno più alti che nella terra a stelle e strisce. Questa differenza rappresenta e rappresenterà un peso per la crescita futura dell'Europa almeno rispetto ad altri mercati, fra i quali soprattutto quello statunitense.

  

Il problema era già noto se si considera che appena pochi giorni fa la Commissione europea aveva pubblicato un report in cui veniva messo a nudo il differenziale del costo dell'energia tra l'UE e i suoi maggiori partner commerciali: tale costo è per l'Europa doppio rispetto a quello USA e il 20 per cento più alto rispetto alla Cina.

L'IEA rincara la dose: il declino rispetto al resto del mondo rischia di durare due decenni e in questi vent'anni, se non si riuscirà a cambiare marcia, la competitività delle imprese europee si ridurrà rispetto agli Stati Uniti, mettendo a rischio i posti di lavoro di 30 milioni di persone nell'industria pesante. La colpa di tutto questo sarebbero, secondo l'agenzia, le politiche relative al cambiamento climatico e l'ambiente: in Europa infatti l'energia nucleare è in ritirata, sono previsti forti e inefficienti sussidi all'energia verde e vi sono restrizioni, normative o meno, all'esplorazione di quella risorsa che per gli Stati Uniti si sta rivelando una manna, ovvero il gas di scisto, che ha aiutato il manifatturiero americano a rinascere.

A conti fatti il gas che l'Europa importa viene pagato tre volte tanto rispetto a quanto paga Washington, mentre i prezzi dell'elettricità sono circa doppi. Il problema non riguarda tanto le politiche ambientali, poiché esse di per sé non sono le fondamentali responsabili di un aumento dei costi dell'energia nell'Unione europea: piuttosto la maggior parte dell'aumento dello spread di competitività è dovuto al fatto che l'Unione Europea si affida principalmente all'importazione di gas, avendo almeno sino ad ora rinunciato a sfruttare il proprio gas di scisto, che negli Stati Uniti hanno spinto i prezzi dell'energia al ribasso. Ciò ha creato (e allargherà) il gap fra le due sponde dell'Atlantico: mentre i prezzi dell'energia nel Vecchio Continente sono rimasti fermi o in crescita, nel Nuovo essi sono caduti, creando un vantaggio per le imprese statunitensi che rischia di durare 20 anni se l'Europa non interverrà per abbattere tali costi. Ad essere colpite sarebbero in primo luogo le imprese del siderurgico e del petrolchimico, che impiegano appunto circa 30 milioni di persone: secondo il presidente e amministratore delegato di ArcelorMittal, colosso dell'acciaio, se la sua azienda pagasse l'energia in Europa quando la pagherebbe negli Stati Uniti otterrebbe un risparmio superiore al miliardo di dollari ogni anno, riporta il Financial Times.

L'Europa, secondo Fatih Birol, capo economista dell'IEA, dovrebbe cercare di trovare un punto d'incontro tra l'intenzione di combattere il cambiamento climatico e quella di non far perdere terreno alle proprie imprese: Birol consiglia pertanto di far giocare un maggior ruolo all'energia nucleare e alla produzione di gas di scisto e di puntare sull'efficienza energetica, oltre che cercare di abbattere i prezzi del gas importato, visto che attualmente circa i due terzi dei contratti sono in scadenza nel prossimo decennio.

Quest'ultimo punto però appare un'impresa titanica, visto che sarebbe necessario che i paesi europei agissero con una sola voce nei confronti dei paesi fornitori (principalmente Russia, Algeria e Norvegia), mentre nell'attuale periodo storico l'Unione europea è disunita come non mai; inoltre, come del resto altri mercati, anche quello dell'energia risulta essere poco integrato e questo comporta evitabili perdite di efficienza. Non manca una stoccata ai sussidi relativi alle rinnovabili che, secondo Birol, andrebbero ridisegnati, poiché attualmente risultano essere una fonte di inefficienza: gli Stati europei, infatti, hanno deciso di raggiungere la quota del 20 per cento di energia da rinnovabili entro il 2020, e la spinta al raggiungimento del traguardo ha spianato anche troppo la strada dei sussidi pubblici.

Quanto alla rivoluzione dello scisto, l'Europa appare molto indietro nell'esplorazione, che risulta in fase più avanzata solo in Polonia. Investimenti nel settore potrebbero contribuire ad abbassare il costo dell'energia in Europa, anche se non quanto avvenuto negli Stati Uniti, poiché la maggiore densità di popolazione rende maggiormente difficoltoso il fracking e quindi lo sfruttamento dei giacimenti. Ma si tratta comunque di una strada da tentare per non far andare troppo a fondo la vecchia Europa.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/61963/20140130/costo-energia-europa-competitivit.htm

 

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