Argentina e Venezuela: due crisi simili, ma solo uno ha speranza di sopravvivere

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«Da dicembre siamo più preoccupati - ha detto ai reporter il chief financial officer di Ford Bob Shanks - penso che sia un'area che dovremo continuare ad osservare molto da vicino».

Entrambi i governi di Caracas e Buenos Aires stanno provando a controllare i tassi di inflazione, sempre più fuori controllo, e tenere le proprie valute sopravvalutate, mentre un mercato nero dei dollari americani prende sempre più piede. In Argentina la gente può vendere i propri dollari a circa il 50 per cento in più (circa 13 pesos attualmente) rispetto al cambio ufficiale (8 pesos per un dollaro) ed usare il ricavato per acquistare automobili. In Venezuela la discrepanza è almeno doppia.

Ma la crescita in questi due Paesi non è sostenibile, e per questo Ford si prepara a vedere un calo delle vendite, mentre si assisterà a un inevitabile riassestamento del sistema economico: nonostante, però, Argentina e Venezuela siano vittime di dinamiche simili, in quel di Dearborn, Michigan, hanno deciso di focalizzarsi principalmente solo su uno dei due Paesi, diminuendo le risorse e l'attenzione destinate all'altro.

Secondo gli analisti, infatti, nonostante i due Paesi siano in situazioni simili l'Argentina potrebbe recuperare terreno meglio che il Venezuela.

Sebbene entrambi i Paesi siano stati colpiti da fughe di capitali, da riserve in via di esaurimento e da una inflazione galoppante, i politici argentini hanno perlomeno mostrato l'intenzione di adattarsi alla situazione e cambiare qualcosa, mentre il governo venezuelano ha insistito fortemente nel non riconoscere la realtà.

Entrambi i Paesi hanno imposto controlli sui capitali e tengono sotto controllo i propri tassi di cambio, ma la siccità di dollari iniziata negli ultimi mesi con l'annuncio del tapering ha finito per colpire le rispettive economie, causando carenze di molti beni (leggendaria ormai la mancanza di carta igienica in Venezuela) e provocando crescente inflazione, secondo l'opinione di David Rees, economista specializzato in mercati emergenti presso Capital Economics. «Tuttavia il governo argentino ha mostrato maggiore volontà di cambiare i propri piani economici in modo tale da placare la crisi.»

È evidente che entrambi i Paesi abbiano passato un brutto periodo nel corso degli ultimi anni.

L'Argentina perde all'incirca un miliardo di dollari in valuta forte ogni mese e le sue riserve internazionali sono scese sotto i 29 miliardi, in ribasso di 13 miliardi di dollari rispetto all'anno prima. La sua inflazione è salita più del 25 per cento quest'anno, secondo le stime non ufficiali (essendo quelle ufficiali unanimemente ritenute malamente truccate) e continua a salire.

Intanto le riserve venezuelane sono crollate a 20 miliardi di dollari, nonostante il fatto che il Paese guadagni più di 100 miliardi grazie alle esportazioni di petrolio. Qui l'inflazione è a doppia cifra sin dagli anni Novanta ed è attualmente superiore al 56 per cento, la più alta nell'emisfero occidentale, grazie ai durissimi controlli valutari che rallentano le esportazioni e generano carenze di beni.

L'Argentina ha avuto, come noto, un pessimo tasso di inflazione per una buona metà dell'ultimo decennio. Quando il governo ha deciso il default su titoli di Stato per un valore di circa 100 miliardi di dollari nel 2002 l'inflazione ha cominciato a galoppare senza fermarsi praticamente mai.

L'attuale presidente argentino Cristina Fernandez de Kirchner ha nazionalizzato le pensioni, una compagnia aerea e una petrolifera, spendendo gran parte del denaro statale in sussidi. Ciò ha finito per far sprofondare i conti pubblici; se a questo aggiungiamo il deficit delle partite correnti, ovvero la differenza fra quando l'Argentina importa e quanto esporta, otteniamo ovviamente conti in profondo squilibrio. Fra le altre politiche che hanno contribuito a far affondare l'economia non si possono dimenticare le alte tasse alle importazioni, volute nel tentativo di frenare l'emorragia di capitali.

Un economista presso UBS, Rafael de la Fluente, in una nota sottolinea che la crescita delle entrate fiscali del governo non ha tenuto il passo della spesa primaria, in particolare poiché le autorità hanno continuato a seguire un aggressivo programma di sussidi per un valore stimato del 4,5 per cento del prodotto interno lordo nel 2013. Al cuore dei problemi di bilancio argentini c'è la volontà di perseguire politiche fiscali e monetarie che sono inconsistenti con la stabilità dei prezzi: in altre parole il governo vuole spendere e spandere, ma anche non dover affrontare il problema inflazione che da tale progetto deriva. Il vecchio dilemma della botte piena e della moglie ubriaca.

In risposta a questa situazione il governo argentino ha permesso al peso di perdere il 15 per cento del proprio valore la scorsa settimana, rimuovendo alcune restrizioni valutarie. Il cambio nel corso di questa settimana si è stabilizzato a circa 8 pesos per dollaro, ma al mercato nero il valore resta superiore ai 12 pesos.

Gli argentini utilizzano il dollaro americano sin dalla crisi del 2002: quando il governo fece il celebre default su 100 miliardi di Tango bond l'inflazione è salita alle stelle e la valuta statunitense è diventata sempre più affidabile rispetto ad un peso sempre più screditato.

Lunedì il governo ha permesso ai cittadini di acquistare dollari americani per vie legali per la prima volta dopo anni. I cittadini possono richiedere al massimo 2000 dollari americani ogni mese, anche se la misura interesserà soltanto una piccolissima parte della popolazione, vale a dire la più ricca. Inoltre l'aliquota applicata agli acquisti di dollari è stata abbassata dal 35 al 20 per cento e può essere azzerata se il denaro acquistato viene lasciato in banca per almeno un anno.

Circa 150 mila persone hanno richiesto di cambiare pesos per un totale di 72,4 milioni di dollari secondo Jorge Capitanich, capo di gabinetto del presidente. Il governo tuttavia ha deciso che rilascerà soltanto 122373 dollari alla volta.

Tutti questi aggiornamenti della politica economica argentina restano lontani dalla perfezione, ma sono quantomeno un segno della volontà del Governo di aggiustare le proprie politiche, anche se la strada sarà lunga e probabilmente molto dolorosa. Si tratta di un inizio ed è questo che rende la situazione Argentina migliore di quella venezuelana.

«Il paragone tra Venezuela e Argentina è valido - ha affermato al Financial Times l'economista con base a Caracas Leonardo Vera - l'Argentina ha ancora qualche munizione per combattere i suoi problemi, mentre il Venezuela sta velocemente esaurendo i propri proiettili».

I prezzi al consumo in Venezuela sono saliti di circa il 50 per cento nel corso dell'ultimo anno a causa della debolezza della moneta locale, il Bolivar. Ciononostante gli sforzi posti in essere dal presidente Nicolas Maduro per tirar fuori il proprio paese dal buco nero economico non hanno avuto i successi sperati.

«Maduro è stato estremamente dogmatico riguardo la politica economica, spazzando via le speranze che egli potesse essere più pragmatico del suo predecessore, Hugo Chavez» spiega David Rees di Capital Economics.

Il 15 gennaio Maduro ha annunciato che il tasso di cambio di 6,3 Bolivar per dollaro statunitense sarebbe rimasto tale per tutto il resto dell'anno, negando così la possibilità di future svalutazioni. Appena una settimana dopo, tuttavia, esponenti del governo hanno annunciato l'introduzione di un tasso di cambio duale, sottolineando comunque che il nuovo piano non era una svalutazione. Il tasso di cambio ufficiale (e ultrafisso, almeno a parole) continuerà ad essere utilizzato per i beni di prima necessità come cibo e medicine. Un altro cambio, questa volta fluttuante e stimato poco sopra gli 11 Bolivar per dollaro, sarà usato per alcuni tipi di investimenti, per le rimesse e per alcuni acquisti, come i biglietti aerei.

Il 24 gennaio Maduro ha poi annunciato l'introduzione di un tetto del 30 per cento ai profitti delle imprese e ha aggiunto restrizioni agli acquisti fatti all'estero attraverso carte di credito e la rete internet.

In molti ritengono che questi cambiamenti faranno ben poco per mettere sotto controllo l'inflazione e potrebbero in verità peggiorare le cose. Tutte queste manovre non hanno migliorato la percezione della situazione di chi, da straniero, lavora in Venezuela, come i dirigenti della Ford. Parlando dal Venezuela il chief financial officer della Ford ha criticanto queste politiche: «il governo sta provando a gestire ogni aspetto dell'Economia» ha dichiarato a Reuters, spiegando inoltre che la mancanza di accesso alle valute straniere renderà difficile per Ford pagare i propri fornitori.

«Sapete bene che tutto questo non potrà funzionare», ha chiosato.

Kathleen Caulderwood perIBTimes USA

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/62010/20140131/argentina-venezuela-crisi-economica-futuro.htm

 

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