India, ancora passi indietro: crescita 2013 più debole del previsto, minima da dieci anni

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Il periodo no dell'India sembra essere destinato a continuare, dopo che il governo ha abbassato le stime di crescita per l'anno conclusosi il 31 marzo scorso. L'India sarebbe quindi cresciuta soltanto del 4,5 per cento e non del 5 per cento: si tratta della crescita più debole degli ultimi dieci anni, lontanissima ad esempio dal quasi 10 per cento raggiunto nel 2007.

  

Secondo il governo di Nuova Delhi questa revisione è dovuta ad una crescita economica più forte nel 2012 rispetto al 2013, tanto che il tasso relativo all'anno fiscale concluso a marzo 2012 è stato alzato dal 6,2 per cento al 6,7 per cento. Il governo non ha comunque fornito ulteriori spiegazioni circa il motivo che ha portato al taglio della crescita relativa al 2013.

Il governo indiano revisiona tre volte l'anno le stime di crescita relative ai tre anni precedenti man mano che dall'economia arrivano nuovi dati a giustificare un tale aggiustamento: per questo motivo anche il tasso di crescita relativo al 2011 è stato modificato, questa volta al ribasso, dal precedente 9,3 per cento all'8,9 per cento attuale.

Mentre il governo preferisce dare la colpa dei problemi economici al rallentamento globale, gli economisti preferiscono focalizzare l'attenzione sul congelamento del settore privato: investimenti e manifattura continuano a manifestare debolezza mentre il denaro fatica a circolare poiché le persone tendono a cercare rifugio in asset come l'oro.

Intanto il paese si avvia ad elezioni alla fine del prossimo maggio con un tasso di inflazione in rialzo, fatto che insieme al rallentamento economico sta facendo buon gioco per le opposizioni, in particolare i nazionalisti, che secondo i sondaggi sono in vantaggio rispetto al Partito del Congresso che guida la coalizione di governo. Gli operatori tuttavia sono scettici riguardo questo cambio di leadership poiché la ricetta delle opposizioni sembra andare nella direzione opposta a quanto servirebbe al paese.

Sia come sia, stanno emergendo le crepe della costruzione economica indiana che, come altri paesi emergenti e quasi emergenti, non ha approfittato della liquidità facile fornita dalla Federal Reserve statunitense (fra le altre banche centrali) per porre in essere necessarie riforme strutturali, preferendo invece sussidiare in modo inefficiente l'economia. Ora, mentre la bonanza monetaria si avvia alla fine, Nuova Delhi sta sperimentando scossoni che forse si sarebbero potuti evitare con una politica economica più accorta, in particolare per quanto riguarda la lotta alla corruzione e all'eccessiva burocrazia e soprattutto all'arretratezza infrastrutturale.

Proprio nel tentativo di stimolare le riforme strutturali (oltre che per combattere l'inflazione) la scorsa settimana la Reserve Bank of India guidata da Raghuram Rajan ha deciso di alzare nuovamente i tassi di interesse per la terza volta in cinque mesi, sorprendendo così gli analisti. La mossa spingerà ovviamente al rialzo il costo del credito e quindi contribuirà a raffreddare ulteriormente l'economia, ma era forse necessaria per tentare di mantenere ferma la barra in un mercato valutario che ha cominciato a sperimentare i primi scossoni collegati al tapering. A tal riguardo Rajan non ha lesinato critiche alla Federal Reserve, colpevole di non tener conto degli effetti delle proprie politiche sugli altri paesi. Non c'è dubbio però che gran parte del male dell'India è autoinflitto.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/62092/20140202/india-crescita-2013-crisi-fed-tapering.htm

 

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