Argentina, ultima chiamata: il 2014 sancirà il futuro di Buenos Aires

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Complicato, difficile, conflittuale: il rapporto dell'Argentina con il resto del mondo non sta di certo vivendo uno dei suoi migliori momenti. E' bastata una 'goccia', il crescente tapering della Fed, per far traboccare quell'otre riempito precedentemente 'a secchiate' da numerose - discutibili - mosse del governo in campo economico. Una storia fatta di discreti alti ed abissali bassi quella di Buenos Aires ed i capitali esteri: Paese ricco di risorse naturali, l'Argentina si è troppo 'spesso' sporcata le mani di 'delitti' economici più o meno gravi.

  

L'arcinota vicenda del default da oltre 100 miliardi di dollari sui bond argentini del 2002 è solamente l'espediente più noto. Si potrebbe citare l'opinabile tentativo di dare a bere al mondo tassi ufficiali di inflazione pressoché ridicoli al posto di quelli realmente presenti (e ben più sostanziosi) nell'economia. Si potrebbe parlare dei conti in sospeso con il Club di Parigi, del perché dello strappo con il Fmi, del caso con la spagnola Repsol e dell'esproprio (chiamato nazionalizzazione) dell'YPF. La lista è lunga, la morale sempre la stessa: mattoncino dopo mattoncino, il governo argentino ha letteralmente creato un muro divisorio con il resto del mondo. Ha perso, contro il suo stesso interesse, anche quel minimo di fiducia rimasta nei suoi confronti. L'Argentina vive dell'afflusso dei capitali: tolta una buona fetta del controesodo di quest'ultimi innescato in tutti gli emergenti, perché mai la restante parte di investitori dovrebbe continuare a prediligere Buenos Aires? Chi è tanto bramoso di ritorni da esser pronto a scommettere su di un Paese costantemente in bilico e, per di più, guidato dal un governo fedifrago? Tanto vale guardarsi attorno, tanto vale - per dire - puntare sul quella Colombia, definita da molti nuovo astro economico. E' così che l'Argentina si ritrova sola.

Perdere appeal sui potenziali flussi di capitali in entrata si è definitivamente mostrato come un problema 'non da poco' per il Paese della Kirchner. 'Colpa' del peso, la valuta locale. O forse sarebbe meglio dire: tutta colpa di chi, da quando la moneta fu sganciata dalla parità con il dollaro statunitense nel 2002, ha deciso di intraprendere una dura e costosissima lotta contro la realtà dei fatti. Una battaglia lunga, impossibile da vincere, che ora porge al Paese il suo salato conto. Sostenere il peso era, d'altronde, diventato un lusso che nessuno poteva più permettersi: far permanere il cambio con il dollaro statunitense su livelli fittizi era arrivato a costare circa un miliardo di dollari al mese.

La BCRA, la banca centrale, aveva continuato a lungo la sua dura lotta contro la svalutazione del peso decisa dal mercato: attingendo dalle proprie riserve, ci ha reso testimoni di una incessante vendita di dollari per comprare la moneta locale. Un gioco costoso, al quale ha dovuto necessariamente dire 'stop' verso la fine di gennaio: bandiera bianca sventolata e svalutazione del peso, le riserve (ormai solamente a $29 miliardi - erano a quota $80 nel 2007-con $4 miliardi persi tra dicembre e gennaio) non potevano più sostenere l'andamento. La 'palla' è così passata al mercato, lo stesso che, spesso, è stato bistrattato dalla Presidenta e dal suo esecutivo. L'iniziale tonfo da 18 punti percentuali è stato solo l'inizio: se ne febbraio del 2012 bastavano poco più di 4 pesos per un dollaro, ora - invece - siamo giunti sopra quota 8 (tralasciando le contrattazioni al mercato nero - parallelo all'ufficiale e decisamente più fedele alla realtà - perché in tal caso si viaggia sopra i 13 pesos). A nulla è servita la retromarcia del governo all'ultimo istante (come il parziale via libera alle persone per l'acquisto di dollari - cosa proibita nella maniera più assoluta dal 2011). L'esodo è cominciato e chi può si salva: alcuni comprano monete forti prima che il peso crolli definitivamente, altri - come un sempre più crescente movimento di intellettuali ed artisti - preferisce cambiare aria ed andare poco più in là, in Uruguay.

Il problema è la maggioranza della popolazione, quella con le mani legate: non può spostarsi, non ha la facoltà di investire nelle valute forti e si appresta a vivere una nuova, impressionante, ondata di inflazione. Il mercato immobiliare è congelato: il diktat di poter condurre contrattazioni solo in pesos ha fatto sì che nessun proprietario tentasse la sorte con il rischio di vedersi pagare con 'carta straccia'. I sindacati si mostrano uniti nel richiedere un rinnovo dei contratti con emolumenti superiori al 30%, ossia perfettamente in linea con l'inflazione (reale) del 2013. E le cose potrebbero andare ancora peggio. Il 'gioco dello struzzo' fatto dal governo sui principali nodi dell'economia argentina non ha fatto altro se non ingigantirne i problemi. La fiducia nella macchina economica argentina è scarsa, quella nei confronti del governo ai minimi storici: le elezioni del 2015 sembrano - troppo - lontane, impossibile arrivarci (economicamente) vivi. Nessuno si fida di Buenos Aires: non lo fanno i capitali esteri (fondamentali per tenere a galla il barcone), non lo fanno (più) nemmeno i cittadini delusi ed amareggiati.

C'è molta psicologia in questa crisi 'di amore' tra l'Argentina ed il resto del mondo, ma ci sono anche molti 'numeri'. In aggiunta a quelli prospettati fino ad ora, che di certo non costituiscono il migliore dei background, molti altri fattori evidenziano la criticità del momento. I CDS, i Credit Default Swap, ad esempio, schizzano oltre 2800 punti base per Buenos Aires con una probabilità (ad un anno) di default percepita dal mercato che supera il 18% (le altrettanto critiche situazioni di Venezuela ed Ucraina, ad esempio, portano 'solo' a - rispettivamente - 1506 e 1053 bps). Oppure le obbligazioni, croce e delizia del Paese della Fernandez, che tornano ovviamente a subire i vuoti di fiducia che crea il governo. Se ad inizio gennaio (6/01) il bond argentino al 2015 (in dollari) viaggiava in prossimità della sua parità, una rapida discesa lo ha travolto fino all'attuale forchetta compresa tra 86 e 88. Tanto, troppo, per una obbligazione che scade - su carta - il prossimo ottobre.

La yield curve argentina è un mostro della letteratura economica: downward sloping all'ennesima potenza, ci fornisce alcune utili indicazioni sulle aspettative che riguardano il futuro del Paese. Quel 20% di yield ad un anno è il punto più alto della curva. Poi la discesa, fino al 14% circa per i due anni, e quindi una nuova 'gobba' al 16%. Chiude, infine, il termine a venti anni al 12% e quello a 30, impressionantemente basso, al 9,5%. Il messaggio, insomma, è chiaro: la crisi dell'Argentina è seria, CDS e rendimenti aggiungono nubi ad un cielo che di certo sereno non è. Solamente se 'il malato' passerà questo anno (il più difficile), e - quindi - i prossimi quattro (rischiosi ma meno critici), senza ulteriori scivoloni, allora, si potrà pensare di tornare a guardare con una certa serenità al futuro di Buenos Aires (Christina Fernandez ed il suo entourage, plausibilmente, esclusi).

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/62166/20140203/argentina-peso-riserve-capitali-esteri-fernandez-bond-2015-cds.htm

 

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