Saccomanni si erge a paladino dell'economia: l'ultima, ridicola, difesa dei 'risultati ottenuti'

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Punto e a capo. Il turbinio di eventi innescato da Matteo Renzi chiude il capitolo Letta con tutti i ministri al suo seguito. L'avvicendamento ha congelato i lavori, il tempo a disposizione è finito e ci si guarda indietro per capire quanto è stato fatto. Una sorta di pausa di riflessione di qualche 'ora', giustificata dai tempi tecnici per trovare la quadratura del cerchio del nuovo governo, che fa focalizzare l'attenzione sull'operato degli ormai ex-ministri. Bene, benino, male: il gradi di giudizio sul loro operato variano molto. Saccomanni, uscente ministro dell'Economia e delle Finanze, si è - chissà perché - sentito in dovere di aiutare l'opinione pubblica nel valutare l'operato del suo ministero.

  

"C'è una scelta politica del Paese che ha chiesto di accelerare il passo della politica economica. Io lo capisco, perché l'economia italiana viene da un periodo di grande recessione", commenta Saccomanni. Già, la Crisi. Quella 'congiuntura economica sfavorevole' che ha fatto precipitare il nostro Prodotto interno lordo a livelli miserrimi; quello stato delle cose che ha abbattuto il Pil di quasi 9 punti percentuali dai valori della fine del 2007 (e che non recupereremo entro il 2017 neanche concedendoci il lusso di stime di crescita decisamente troppo ottimistiche); quella crisi che ha esacerbato la forchetta tra i cittadini ricchi e quelli poveri: il 10% delle famiglie più ricche detiene il 46,6% della ricchezza totale, nel 2010 eravamo al 45,7% (con la ricchezza media crollata del 6,9%). Anni duri, anni bui, che - forse - cominciamo a lasciarci alle spalle.

E allora il nostro ministro Saccomanni vuole gli venga riconosciuto il merito. Ora che la sua avventura al ministero è finita in quel di Via XX Settembre, Saccomanni ci tiene a sottolineare i 'suoi' 'meriti'. "Quando abbiamo preso il potere avevamo un'economia che si contraeva al tasso del 2%". Erano momenti non felici, all'epoca, non solo per la nostra perennemente traballante Italia ma anche per l'Eurozona tutta. Nel Bel Paese il differenziale tra i titoli nostrani e i 'cugini' tedeschi viaggiava ancora tra i 300 ed i 350 punti base, la disoccupazione si attestava nei dintorni dei dodici punti percentuali. Il Pil, come prontamente ricordato da Saccomanni, si contraeva di oltre due punti percentuali. Poi la situazione si è rilassata, alcune di quelle criticità che ci opprimevano si sono ridimensionate, una visione più distesa dell'economia italiana ha preso il 'sopravvento'.

Stiamo, sostanzialmente, meglio di prima: questo è quanto ribadisce Saccomanni. E lo fa con un chiaro proposito: "Capisco l'esigenza di vedere i risultati. Capisco meno il non voler leggere che certi risultati ci sono già stati. Adesso il nuovo governo prenderà un'economia che cresce di uno 0,1, poco ma comunque una situazione sui mercati finanziari molto più positiva". Basta pessimismo, basta dare voce ai 'miopi' detrattori: oggi la situazione generale è molto più positiva. Guardiamo allo spread, ed esempio. Quel maggior rendimento richiesto per i titoli nostrani rispetto ai bund tedeschi, quel differenziale - alimentato dalla sfiducia - che tanto ci è costato (e ci costa) in termine di interessi da riconoscere. "Oggi il Tesoro si finanzia a un costo medio inferiore al 2%". Vero, lo spread odierno (196 bps) è sostanzialmente inferiore a quello dell'aprile 2013. Una visione 'stabile' del governo avrà di certo influito su questo calo, Saccomanni può prendersi qualche merito a tal proposito. Il punto, tuttavia, è che ancorare questo declino ai semplici fattori interni è del tutto riduttivo. Il differenziale non riguarda solamente l'Italia: va contestualizzato, inserito in quel ben più ampio mercato dell'Eurozona. Ecco allora che con questo 'zoom out' le variabili in grado di influenzare il dato aumentano moltissimo (a scapito dell' 'importanza' del lavoro di Saccomanni). I discorsi della Bce, le sue grandi manovre, la stato di 'salute' degli altri periferici in crisi: sono questi elementi che hanno - questa volta positivamente - concorso all'abbattimento del differenziale. E non solo. Lo spread, per 'definizione', è un valzer che si balla in due. Se da una parte, quindi, la migliore situazione italiana lo deprime, dall'altra va fatto il medesimo ragionamento per la Germania. La discreta ripresa di quota del rendimento dei Bund (dall'1,165 di maggio all'attuale 1,70), infatti, ha anch'essa partecipato alla riduzione dello spread, questo non va dimenticato.

L'uscente ministro, comunque, ci tiene a ribadire gli 'achievements' raggiunti dal governo Letta e finisce, così, nel ricordare come "abbiamo restituito 22 miliardi della pubblica amministrazione. Questi sono andati alle imprese. Queste provvidenze hanno fatto crescere le spese per ristrutturazione da 16 a 25 miliardi. Abbiamo dato 2 miliardi e mezzo per la Cig nel 2014. Abbiamo dato oltre 2 miliardi per i cosiddetti esodati".

Liste della spesa a parte, l'Italia non ha affatto risolto tutti i suoi problemi. Come quella disoccupazione, ancora decisamente alta, che se in lieve calo nell'ultimo dato (12,7%) rappresenta ancora un enorme punto interrogativo. Problema nel problema, poi, è il caso del tasso di giovani disoccupati che, dal 2006 al dicembre 2013, è più che raddoppiato - passando dal 20,2 al 41,6%. Anche le imprese, profondamente colpite e troppo poco 'aiutate', si sono lamentate per bocca di Giorgio Squinzi, leader di Confindustria. Un j'accuse che non è piaciuto a Saccomanni, che ha replicato stizzito: "Come sindacato degli imprenditori Confindustria ha tutto il diritto di chiedere, ma quando si pone come interlocutore deve anche indicare cosa il mondo delle imprese può fare per superare gli squilibri strutturali: dalla sottocapitalizzazione all'incapacità di competere".

Nel momento stesso dell'uscita di scena del ministro, insomma, molti (troppi) nodi sono ancora presenti nel tessuto economico della nostra Italia. Tornano in mente, ironicamente, le parole del marzo 2013, quando Saccomanni annunciò: "il governo ha in programma il taglio delle tasse sulle case e sul lavoro entro i primi cento giorni, finanziandosi con tagli alla spesa e misure contro l'evasione fiscale" (e a tal proposito si legga, ad esempio: Arriva la ritenuta del 20% sui bonifici dall'estero: per il fisco gli italiani sono tutti riciclatori di denaro). La sensazione, quindi, è che troppo poco sia stato fatto, troppe remore, troppa poca audacia nel premere affinché venissero riscritte da zero alcune pagine di un Paese con seri problemi.

Saccomanni prova a fornire l'ultima chiave di lettura. Prova l'ultima similitudine che giustifichi alcune di quelle mancanze di cui sopra: "Bisogna anche capire che l'Italia è come una grande petroliera che non può virare in un momento. Ci vuole un lavoro costante che sta producendo i risultati che volevamo (...) [è necessario] si facciano le cose che noi abbiamo già impostato: [sia] sul piano del rilancio dell'attività economica che sul piano delle riforme strutturali".

Ma ancora: "Posso dire che in questi mesi ho lungamente discusso con i colleghi europei sulla necessità di dare un segnale forte di cambio di strategia passando dalla linea di austerità e necessità di consolidare le finanze pubbliche ad una linea di sostegno di una crescita per la lotta alla disoccupazione giovanile". Sentir uscire dalla bocca dell'ormai dimissionario Saccomanni quanto sia importante la lotta alla disoccupazione giovanile e il sostegno alle riforme strutturali, allora, non può non lasciarci con l'amaro in bocca. Arrivederci, Signor Saccomanni - o forse è meglio di no, per entrambe le parti.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/62715/20140217/saccomanni-italia-economia-ripresa-crescita-disoccupazione-spread-riforme.htm

 

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