Giappone, voto anticipato per salvare l'Abenomics (ed evitare il default, si spera)

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Come da previsioni il premier giapponese Shinzo Abe ha deciso di portare il Paese al voto il prossimo 14 dicembre per verificare di avere il consenso necessario per portare a compimento l'ambizioso (e mostruoso) programma di riforme economiche denominato Abenomics.

  

La decisione deriva dal disastroso dato sul prodotto interno lordo che è calato per due trimestri consecutivi, determinando per il Giappone l'entrata tecnica in recessione. Il responsabile di questa caduta è ritenuto l'aumento sull'imposta sulle vendite (una specie di IVA) che lo scorso aprile è stata portata dal 5 all'8%, affossando i consumi e quindi il PIL. Ma è solo una parte della storia.

L'Abenomics prevede tre linee di intervento aventi lo scopo di far tornare il Giappone alla crescita e stimolando l'inflazione, che per molto tempo è stata sotto o al massimo vicino allo zero per oltre dieci anni. Queste tre frecce sono l'aumento dello stimolo monetario, l'aumento dello stimolo fiscale e le riforme strutturali.

La prima freccia prevede che la banca centrale stampi denaro come se non ci fosse un domani, comprando praticamente di tutto, con lo scopo di deprimere lo yen e sperando di "creare" ricchezza che aiuti i giapponesi a spendere.

La seconda freccia prevede che aumenti la spesa pubblica finanziata in deficit (tale debito viene comprato dai privati giapponesi e da istituzioni giapponesi, come la Banca Centrale e, fino a poco tempo fa, l'enorme fondo pensioni pubblico).

Il problema è che la montagna di debito pubblico ha un volume ben oltre il doppio del PIL e, per tenere il bilancio in un equilibrio meno precario (anche perché la spesa in welfare continua ad aumentare insieme alla popolazione anziana), Abe è stato costretto ad aumentare le tasse, con inevitabili effetti depressivi sull'economia: l'alternativa sarebbe stata una sorta di dichiarazione informale di fallimento, perché quella montagna di debito era (e probabilmente è) non pagabile.

Anche per questa ragione, Abe ha annunciato che l'aumento dell'imposta sulle vendite al 10%, previsto per il prossimo ottobre, verrà rinviato di 18 mesi, ovvero da ottobre 2015 ad aprile 2017. Per tranquillizzare gli osservatori giustamente preoccupati per la tenuta dei conti pubblici giapponesi, Abe ha sottolineato che non vi saranno ulteriori rinvii. Ma in due anni c'è tempo per dimenticare tutto.

Se le prime due frecce stimolavano la domanda, la terza freccia stimola l'offerta. O meglio, avrebbe dovuto stimolarla: le riforme strutturali, lo sappiamo bene noi europei (che dobbiamo guardare con attenzione all'esperimento giapponese, visto che siamo sulla buona strada per imitarli), sono tanto necessarie quanto impopolari, ed Abe non è riuscito a portarle avanti.

La riforma più importante è quella del lavoro: i giapponesi sono per la stragrande maggioranza lavoratori dipendenti e, in misura crescente, pensionati. Le manovre di stimolo della domanda (in combinazione con altri fattori, come la chiusura delle centrali nucleari e la necessità di importare energia più costosa) hanno provocato un'inflazione dei costi che ha impoverito la gran parte dei giapponesi, i quali, ovviamente, non hanno la forza per spendere come vorrebbe Abe, ovvero con lo scopo di creare l'inflazione "buona", quella da domanda. Inoltre una fetta sempre più grande della popolazione è costituita da pensionati, ovvero piccoli consumatori, il che deprime strutturalmente l'inflazione giapponese. La deflazione, insomma, è inevitabilmente collegata al profilo demografico, non a fattori governabili nel breve periodo, ma questo i giapponesi non sembrano volerlo capire.

Ancora: la manovra depressiva sul cambio ha ovviamente provocato un aumento dei profitti per i grandi conglomerati, i quali hanno avuto spazio per dare ai dipendenti più soldi, purtroppo non agendo sul salario base, come Abe ha "consigliato" di fare, bensì agendo sui bonus, che sono percepiti come temporanei, e quindi non stimolano più di tanto i consumi.

Tuttavia la maggior parte dei giapponesi lavora presso piccole e medie imprese che lavorano come ancelle al servizio dei grandi conglomerati: qui i profitti non sono aumentati (anzi), per cui le imprese non hanno potuto distribuire molto ai dipendenti (diciamo pure niente). Come risultato una parte crescente della popolazione si è impoverita. Non esattamente una cosa che stimola i consumi.

Basterebbe che i grandi conglomerati dividessero una quota dei loro aumentati profitti con il resto della catena per far funzionare le cose? Forse, ma qui entra in gioco un altro problema, ovvero una congiuntura globale in indebolimento che non farà bene agli affari di tutti, grandi e piccoli. Insomma, dietro l'angolo potrebbe esserci un vicolo cieco.

La Camera Bassa giapponese verrà sciolta il 21 novembre per permettere il voto già il prossimo 14 dicembre. Non dovrebbero esserci grosse sorprese: nonostante Abe zoppichi, i suoi avversari sono più deboli di lui, dunque dovrebbe cambiare ben poco per il primo ministro. Tuttavia il rinnovo della fiducia da parte dei giapponesi dovrebbe permettergli di scagliare quella terza freccia che rompa il dualismo del sistema giapponese e permetta di fermare il drammatico impoverimento dei lavoratori e pensionati indotto dalle prime due frecce della sua politica monetaria.

Sarà difficile e doloroso, ma sembra essere l'unica strada per evitare il default. Purtroppo però il Giappone sembra non fare i conti con il vero nemico della sua crescita, ovvero una popolazione sempre più vecchia, sempre meno attiva e sempre chiusa all'immigrazione che potrebbe portare fondamentali forze fresche ad un'economia visibilmente affaticata. Come previsto da tempo, il sentiero giapponese si sta facendo sempre più stretto.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/72699/20141118/giappone-voto-anticipato-abenomics-default.htm

 

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