I 300 miliardi di Juncker? Sono solo 21. E purtroppo non sono l'unica bufala

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Il piano da 300 miliardi di Juncker dovrebbe essere la chiave per far voltare verso all'intero Continente. Una pioggia di quattrini per far ripartire un'Europa stanca, vecchia e senza direzione, e intanto un ottimo argomento da usare nei talk show per dire che va tutto bene, e andrà anche meglio. Uno hashtag perfetto per una maggioranza contemporaneamente sempre a corto e in abbondanza di slogan. Poi però ci mette lo zampino la realtà, e si scopre che i 300 miliardi di Juncker in realtà sono 21.

  

Per la precisione sedici miliardi verranno tirati fuori dal bilancio dell'Unione Europea, altri cinque verranno tirati fuori dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI): questo capitale servirà come garanzia per emettere titoli che permetteranno (si spera) di raccattare presso i privati i 300 miliardi tanto pubblicizzati.

Sembra il solito piano perfetto di cui abbiamo sentito parlare molte altre volte nel corso di questa crisi infinita, e temiamo che come al solito finisca in un nulla di fatto. Juncker spera che impiegando una garanzia da 21 miliardi i privati riprenderanno fiducia e cominceranno a investire come mai prima d'ora, dotando l'Europa di infrastrutture efficienti, posti di lavoro e punti di PIL.

Troppo bello per essere vero? Forse lo è: l'effetto miracoloso del piano molto difficilmente verrà rilevato, poiché, se l'ambiente politico ed economico lo permettesse, i privati starebbero già investendo attratti da potenziali opportunità di guadagno. Ma questo non sta succedendo (neanche in Germania, il cui PIL è tenuto sopra lo zero per cento solo dai consumi privati, mentre gli investimenti restano deboli).

Inoltre non si tratta di capitali freschi: i 21 miliardi che poi andranno moltiplicati come pani e pesci verranno tolti a fondi stanziati per le infrastrutture e per la ricerca per essere investiti in... infrastruttura e ricerca. La differenza, insomma, è solo nell'ingegneria finanziaria: invece di usare soldi per investire, vengono usati soldi per creare nuovo debito da usare per investire.

Qui nasce un altro problema: questi 300 miliardi garantiti solo per il 7% creeranno problemi alla BEI? Ovvero, la Banca rischia di perdere la tripla A e quindi essere costretta a pagare tassi di interessi più elevati, che rischiano di strozzare il piano? La risposta, probabilmente, è sì, visto che il club tripla A in Europa è sempre più piccolo e in generale il merito di credito è in deterioramento: solo tre Paesi nell'Eurozona (Germania, Lussemburgo e Finlandia) e uno UE (Svezia) hanno la tripla A secondo tutte le maggiori agenzie di rating, ed è possibile che altri downgrade arriveranno con il deteriorarsi della situazione nei prossimi mesi, come sembra probabile. L'Italia è vicina al livello "spazzatura" (un paio di notch) oltre il quale molti investitori istituzionali saranno costretti a vendere, scatenando l'inferno. Ma questa è un'altra storia.

Cos'altro potrebbe andare storto? Ad esempio il fatto che gli investitori privati potrebbero non volere investire nei Paesi più a rischio o quelli che danno minori garanzie all'investimento privato, per esempio con elevata tassazione sul lavoro e sul risparmio, oppure con una burocrazia pressante, oppure con una malavita organizzata che proverebbe in tutti i modi ad assorbire quei 300 miliardi, o molto altro. Sembra la descrizione dell'Italia, ma molti di quei tratti sono comuni ad altri Paesi.

Insomma gli investitori potrebbero decidere che è meglio investire in Germania, in Svezia, nel Benelux, nel Regno Unito, ovvero le zone meno disastrate d'Europa, quelle che garantiscono che qualcosa resterà in piedi semmai l'Europa dovesse collassare. È già successo: nel 2012 un piano da 10 miliardi della BEI finì dove ce n'era meno bisogno. Vedremo se stavolta cambierà qualcosa, ma i problemi strutturali restano: l'Italia ha costruito l'Autostrada del Sole in otto anni, ma non riesce a completare la Salerno-Reggio Calabria (si prevede che la costruzione andrà avanti fino al 2016, ovvero a oltre cinquant'anni dall'inizio dei lavori). Quanti altri miliardi di fondi europei sono bloccati perché la burocrazia fa male il suo lavoro? Troppi, e infatti rischiamo di perderli. Perché con i 300 miliardi dovrebbe cambiare qualcosa? In che modo l'Italia darebbe garanzie che utilizzerà meglio questi soldi rispetto agli altri fondi che l'Europa ci ha versato? L'Italia non cresce da due decenni, non fa riforme da quattro e il dibattito si inceppa dando la colpa all'euro e all'Europa. Non riusciamo ad essere seri, figuriamoci essere affidabili.

Riassumendo, l'Europa proverà a portare avanti un piano giapponese: Draghi proverà a lanciare un quantitative easing (prima freccia dell'Abenomics); l'Europa proverà a lanciare uno stimolo da 21 miliardi da moltiplicare per 15 volte grazie a fondi privati non troppo sicuri (seconda freccia dell'Abenomics, che però prevede un minor grado di ingegneria finanziaria); intanto i singoli Paesi dovranno portare avanti le riforme strutturali (terza freccia dell'Abenomics).

A differenza della strategia di Abe (che si è bloccata sulla terza freccia, quella più difficile da implementare per via della transizione dolorosa che essa comporta), l'Europa rischia di rimanere inceppata anche sulla seconda freccia, visto che la terza difficilmente verrà mai scoccata (e queste due vanno a braccetto): mentre Abe ha dalla sua un forte seguito elettorale (almeno in teoria) che gli permetterà di continuare nella sua strategia dopo le elezioni di dicembre, i governi europei sono pressati da minoranze sempre più irresponsabili, e quindi non sembrano avere la forza sufficiente per portare avanti queste (necessarie) riforme. Senza considerare che, in caso di elezioni e vittoria di quelle minoranze, tali riforme verrebbero velocemente smantellate, come stanno già provando a fare in Italia con la (necessaria, per quanto imperfetta e incompleta) riforma delle pensioni, attraverso un referendum. Riforme tardive, fatte male e per giunta precarie: non un bel panorama di lungo periodo.

Servirebbe una Banca Centrale disposta a oliare bene gli ingranaggi (ma ce l'abbiamo solo parzialmente); servirebbe un piano fatto di soldi veri e non di speranza e slogan (e non ce li abbiamo); servirebbero governi europei in armonia tra loro e in grado di capire quanto sia necessario fare riforme impopolari cercando di lenire l'effetto della transizione (grazie ai due punti precedenti), opposizioni responsabili e elettori che non diano retta ai pifferai magici e alle ricette economiche alla Vanna Marchi. Ma non ce li abbiamo.

Insomma, non abbiamo quasi niente di quello che ci serve. Cosa può andare storto?

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/72971/20141125/300-miliardi-juncker-bufala.htm

 

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