L'OPEC non taglia la produzione: la "guerra" del petrolio continua

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L'OPEC, il cartello che controlla circa un terzo della produzione globale di petrolio, non ha raggiunto un accordo sul taglio della produzione nel tentativo di sostenere i prezzi del petrolio: da diverse settimane, infatti, il prezzo del greggio sui mercati è crollato dai 115 dollari al barile di giugno ai 77 dollari attuali, sui minimi da oltre quattro anni.

  

Diversi Paesi produttori, sia aderenti all'OPEC che non, avevano provato a spingere per un taglio della produzione che aiutasse a sostenere i prezzi. Il cartello formato da 12 Paesi produttori dovrebbe dunque continuare a pompare 30 milioni di barili di petrolio al giorno (almeno in teoria, come vedremo più avanti).

Il Brent ha reagito alla decisione toccando nuovi minimi da 4 anni scendendo sotto quota 74 dollari al barile prima di provare un rimbalzo verso quota 75. Quest'ultima cifra è quella al di sotto della quale la rivoluzione dello shale oil che sta portando gli USA all'indipendenza energetica deve essere temporaneamente sospesa,visto che sotto quella soglia nessun giacimento è profittevole.

Senza l'auspicato taglio, le conseguenze rischiano di essere gravi (quando non fatali) per diversi di Paesi produttori, che basano gran parte dei propri bilanci proprio sulla vendita di petrolio, ma probabilmente il loro sudore freddo potrebbe essere un "effetto desiderato" da parte dei potenti Sauditi.

Molti fattori remano contro un rialzo del prezzo del barile, come abbiamo spiegato in questo precedente articolo: in breve c'è un aumento dell'offerta in una fase di calo della domanda per via del rallentamento globale che spinge naturalmente i prezzi al ribasso. A questo si aggiungono calcoli politiciche influenzeranno la decisione di non sostenere i prezzi tagliando la produzione.

Oltre a Paesi non-OPEC che si stanno riversando sul mercato (specialmente in Africa, di recente), si sta imponendo un metodo innovativo per estrarre petrolio in precedenza inaccessibile, il cosiddetto fracking, da cui si ricava lo shale oil.

Questo metodo è diventato sempre più diffuso proprio grazie all'aumento del prezzo del petrolio, poiché permette di raggiungere giacimenti che non era conveniente sfruttare a prezzi di mercato più bassi. Se l'OPEC avesse deciso di sostenere il prezzo del petrolio con un taglio importante della produzione avrebbe fatto un favore a questi concorrenti, che con prezzi più elevati potrebbero aumentare ancor di più la produzione, vanificando l'effetto del taglio: in altre parole, se l'OPEC taglia l'offerta, i produttori di shale oil potrebbero aumentarla, vanificando la ragione del taglio e nel mentre accaparrandosi nuovi clienti.

Lo scopo dell'Arabia Saudita, però, sembra essere l'esatto opposto, ovvero deprimere i prezzi in maniera sufficiente da buttare fuori dal mercato i pericolosi concorrenti dello shale oil, frenare gli investimenti e poi lasciare "risalire" il prezzo fra un paio di anni. Il problema è che non tutti i Paesi dell'OPEC (e non dell'OPEC) possono permettersi di perdere soldi troppo a lungo.

Fra i Paesi dell'OPEC quello che ha più bisogno è certamente il Venezuela: il Paese guidato da Maduro aveva già grossi problemi quando il prezzo del greggio era sopra 100 dollari al barile, figurarsi adesso. Al Venezuela, che a causa di politiche di sussidio troppo morbide (la benzina costa un centesimo di euro al litro, ad esempio) non riesce a sostenere gli investimenti necessari alla produzione, servirebbe un prezzo del barile a 140 dollari per rimanere a galla, ovvero pagare l'import e sostenere il debito pubblico.

Con appena 20 miliardi di dollari di riserve e il petrolio che è l'unico bene esportato, non c'è molto da scherzare, eppure Maduro non sembra voler porre in essere le riforme necessarie per evitare il default, che sembra sempre più vicino qualunque sia il prezzo del petrolio.

Solo la Libia ha probabilmente bisogno di un prezzo del petrolio più alto (circa 150 dollari) per sostenere le proprie spese (quasi la totalità del budget governativo deriva dal petrolio), ma con circa 100 miliardi di dollari di riserve può provare a passare il periodo con (relativa) tranquillità.

Fuori dall'OPEC è la Russia che rischia di avere maggiori mal di testa: si ritiene a Mosca serva un petrolio appena sopra i 100 dollariper andare in break-even e continuare a pagare il proprio welfare (nonché le varie corruttele). Il rafforzamento del dollaro, come spiegavamo mesi fa, non aiuta.

Con riserve valutarie ben oltre 400 miliardi non avrebbe troppi problemi, se non fosse che la situazione geopolitica non è molto tranquilla: lo stand-off in Ucraina ha portato ad una crisi con i Paesi occidentali, soprattutto quelli europei, con i quali c'erano ricchi scambi prima che venissero approvate le ben note sanzioni.

Anche la strada dal gas, altra solida fonte di guadagno per il Cremlino, rischia di prosciugarsi: spostare il baricentro verso la Cina, come Putin "minaccia" di fare, non è semplice, in primo luogo perché serve tempo per costruire gasdotti adeguati, in secondo luogo perché la Cina potrebbe atteggiarsi da "quasi-monopsonista" (unico compratore) e quindi ottenere un prezzo inferiore.

Attualmente la produzione dell'OPEC è fissata a 30 milioni di barili al giorno, ma la forte concorrenza fra i Paesi produttori li ha spesso spinti a sforare la produzione con un'eccedenza di 600 mila barili lo scorso mese. Nonostante il cartello, insomma, i Paesi produttori, OPEC o meno, non sembrano essere molto coesi, e il rischio di finire colpiti da "fuoco amico" è alto.

Alcuni Paesi hanno già agito per tagliare la produzione (la russa Rosneft ha ridotto la produzione di 25 mila barili, meno dell'1% della sua produzione) nella speranza di "convincere" l'OPEC a seguire la stessa strada: un altro dei motivi per il quale i Paesi arabi (soprattutto) non vogliono tagliare la produzione - e anzi sono propensi a sforare - è il timore di perdere market share.

L'Arabia Saudita, che già ha avuto qualche scaramuccia sui prezzi con i vicini, come Kuwait e Iraq, vuole probabilmente garanzie che non perderà preziosi petrodollari sottratti dalla concorrenza (per esempio, da una Russia che "scippa" clienti cinesi), visto che già ora il mercato vede concorrenti agguerriti per accaparrarsi la fame di energia dei macro-stati di domani, a partire da India e Cina.

La mossa di Rosneft serve a dimostrare buona volontà, ma non basta: ci sono altri produttori non-OPEC, a cominciare dal Brasile, che non aspettano aaltroche un taglio della produzione per rubare clienti agli incumbent. E infatti il mercato ha reagito all'impasse con nuovi minimi, fino sotto i 77 dollari per il Brent.

Insomma, un taglio sostanziale della produzione non sembra essere all'ordine del giorno nel breve periodo, visto che a Vienna non c'è stato accordo fra rappresentanti OPEC e non-OPEC sulle "garanzie" che i secondi dovrebbero fornire ai primi.

Su una cosa sembra esserci accordo: che i prezzi sono troppo bassi per permettere che restino a tali livelli tanto a lungo. Anche l'Arabia ha un prezzo di breakeven un 20% sopra i livelli attuali (circa 95 dollari), ma, pur ricavando quasi il 90% del proprio bilancio dal petrolio, gli oltre 740 miliardi di riserve fanno dormire sonni tranquilli. Almeno per un po'.

Come da previsioni il meeting di Vienna di giovedì non arginerà il calo del prezzo del petrolio (che comunque potrebbe essere vicino al fondo). I Paesi produttori (OPEC e non-OPEC) probabilmente concorderanno di rivedersi fra qualche mese sia per valutare l'evoluzione del mercato sia, soprattutto, per discutere meglio le garanzie che permettano al business del petrolio rimanga com'è: ricco e in mano a pochi eletti. Possibilmente, gli stessi di sempre.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/73055/20141127/meeting-opec-petrolio-taglio-produzione.htm

 

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