Sull'orlo dell'abisso: il Venezuela e lo spettro del default

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Caracas, anno domini 2014: un comune cittadino venezuelano entra in un negozio di abbigliamento per rinfoltire un po' il suo scarso guardaroba. Dopo essersi registrato all'ingresso, riceve un numero e può procede con gli acquisti. Due paia di jeans, una camicia, una t-shirt e un paio di scarpe. Cinque capi, non uno di più. Il cliente infatti ha già usufruito non tanto del suo budget mensile, bensì dello spazio concesso dalla legge.Cinque acquisti al mese, non uno di più. Il provvedimento è figlio dell'insuccesso della legge dei prezzi giusti, i cui unici risultati sono stati un'impennata dei prezzi, la chiusura di decine di imprese e la sparizione dei generi di prima necessità dai negozi. Ogni venezuelano è tracciabile tramite le proprie impronte digitali, e sforare può costare sino a 12 anni di reclusione. Il controllo biometrico sugli acquisti colpisce indistintamente jeans e magliette come fossero beni di prima necessità, accanto a latte, farina, zucchero, riso. Si razionano indiscriminatamente anche merci di marchi apertamente low cost, come nel caso esemplare del brand spagnolo Zara. La valuta locale crolla, ma nel frattempo la multinazionale iberica può importare a tassi agevolati, rientrando nei parametri dei prodotti dimáxima prioridad. Risultato: con i tassi di cambio fissi e i prezzi calmierati, gli stock si stanno esaurendo e Zara ha dovuto imporre un tetto agli acquisti.

  

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Nel 1975, Michel Foucault chiudeva il suo saggio Sorvegliare e punire con quest'explicit: "Interrompo qui questo libro che deve servire da sfondo storico a diversi studi sul potere di normalizzazione e sulla formazione del sapere nella società moderna". Oggi, a quarant'anni di distanza, il Venezuela di Nicolàs Maduro sembra offrire un appiglio per proseguire la riflessione iniziata dal filosofo francese. Sono le contraddizioni di un Paese sull'orlo dell'abisso, legato a doppio filo al destino del mercato dell'oro nero (la bilancia dei pagamenti del Venezuela dipende al 96 percento dalla voce petrolio e affini), in cui da qualche tempo ormai scarseggia praticamente tutto, persino la carta igienica. Di contro, cresce notevolmente il mercato nero di qualsiasi prodotto che abbia subito restrizioni. Nella fitta trama di quest'economia underground, il dollaro viene scambiato a un tasso molto più alto di quello ufficiale, che è di 6,3 bolivares per dollaro, anche se Francisco Rodriguez, capo dell'Office of Economic and Financial Advisory of the Venezuelan National Assembly sotto la presidenza Chàvez, arriva a ipotizzare una percentuale 1.700 volte superiore.

La giovane giornalista Marinellys Tremamunno,fuggita dal proprio Paese cinque anni fa e oggi corrispondente da Roma per l'emittente messicana Cadena Tres, parla senza mezzi termini di regime dittatoriale, in cui il tasso di criminalità ha portato 24mila vittime da arma da fuoco nel solo 2013, e dove pratiche come l'arresto ingiustificato e la tortura sono all'ordine del giorno. La situazione assume contorni grotteschi quando si parla di stampa: dipendendo esclusivamente da approvvigionamenti esterni di carta, può andare in stampa solo chi ha l'ok del governo. La vicenda venezuelana condivide numerose dinamiche con quelle di altri Paesi dotati di ingenti quantità di una materia prima fondamentale, che pensano di poter fare leva su una rendita costante, senza diversificare la propria economia e vincolando esclusivamente a un solo prodotto. L'ex colonia spagnola possiede infatti le riserve di petrolio più grandi del mondo, ma quando il mercato connesso a esso subisce potenti scosse di assestamento, non esiste un piano B per evitare il crollo. Per mantenere stabile la situazione, al Venezuela servirebbe un prezzo internazionale del petrolio di 117 dollari al barile. Al di sotto di quella soglia, si crea inevitabilmente un buco di bilancio. Oggi che il prezzo del greggio è sceso poco meno del 40 percento in sei mesi, oscillando tra i 60 e i 70 dollari al barile, il Paese è alle prese con un tasso di inflazione che ha toccato la punta del 70 percento e minaccia di raggiungere quote a tre cifre. All'ultimo vertice OPEC Vienna, poi, ha prevalso la linea saudita e non c'è stato alcun taglio della produzione. Tradotto: prezzo del greggio in caduta libera.

Complessivamente, la situazione macroeconomica è tragica. L'ingente quantità di denaro stampato e immesso sul mercato nell'ultimo biennio non ha fatto altro che creare una voragine il cui il deficit pubblico ha raggiunto un rapporto con il Pil che va dal 15 al 20 percento. Nei prossimi tre anni il Paese dovrà rimborsare l'astronomica cifra di dieci miliardi di bond, ragione per cui la business community al Venezuela comincia a guardare come paese in cui aleggia lo spettro dell'insolvenza. Il presidente Nicolàs Maduro - che lo scorso anno aveva creato il viceministero per "la Suprema Felicità del popolo" venezuelano con l'intenzione di assicurare la "suprema felicità sociale" per il suo popolo e deciso addirittura di anticipare le festività di Natale - conta di fronteggiare l'emergenza con la nuova riforma fiscale (leggi aumento delle tasse) annunciata per il prossimo anno. Anno in cui si voterà il rinnovo del Parlamento e il partito dell'ex delfino di Chavez ha già fatto sapere che intende utilizzare l'aumento della spesa pubblicacome arma elettorale. Ma non finisce qui: oltre all'aumento delle aliquote previste per l'acquisto dei prodotti di lusso e degli alcolici, la Legge dei prezzi giusti punirà con la confisca tutti i beni venduti con un margine di guadagno maggiore rispetto a quello stabilito dal governo. Per evitare spiacevoli tensioni sociali, non verranno toccati i sussidi alla benzina, che a Caracas costa meno dell'acqua: tutto l'insieme di queste norme e provvedimenti sono la cartina al tornasole di un paese fortemente spaccato a metà, che difficilmente favoriranno l'iniziativa privata.

La condicio sine qua non per cui il Venezuela potrà tentare di evitare il default nel 2015 è quella di un aumento del prezzo internazionale del petrolio. Gli attuali 60 dollari al barile potrebbero infatti far precipitare gli eventi. Sul collo di Maduro soffia forte il fiato della Cina, ormai banchiere di fatto di Caracas, che lo attende al varco dopo la sua decisione di tagliare le forniture a Cuba e ad altri Paesi del programma Petrocaribe e rinviare i costosi programmi infrastrutturali. Il presidente non può permettersi altri passi falsi: il suo indice di popolarità è ai minimi storici, e a differenza del "Redentor" Hugo Chavez - come lo ha ribattezzato il collaboratore del New York TimesEnrique Krauze - non potrebbe superare indenne una simile prospettiva. Tutto ruota, a ben vedere, intorno al petrolio: il Venezuela è uno dei tanti teatri del grande gioco geopolitico tra Stati Uniti e Cina, che assommano più della metà dell'export petrolifero. Può sembrare strano, ma, i dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia indicano il Venezuela come dodicesimo produttore del mondo e il nono esportatore. Oggi l'import americano dal Venezuela è decisamente calato e, malgrado la volontà di diversificare i compratori, il petrolio venezuelano continua a prendere la direzione di Washington. E la Cina? L'esportazione di petrolio venezuelano verso Pechino ammonta al 15 percento del totale e le forniture petrolifere vengono utilizzati come garanzia dei prestiti bancari concessi dalla China Development Bank, fondamentali per la conservazione del regime. Il Dragone oggi comincia a vedere il Venezuela per quello che è e fidarsi sempre meno. Oggi sono sempre di più i Paesi che possono fare concorrenza a Caracas e Maduro può dunque contare solo fino a un certo punto su Xi Jinping per evitare il default. Per spiegare la situazione, Maduro ha attivato il frame del complotto: il crollo del prezzo del petrolio, il boom dello shale, i giudizi delle agenzie di rating sarebbero parte di una trama ordita per screditare la sua governance.

L'eredità delle nefaste politiche che hanno segnato chavismo comincia pertanto ad essere una zavorra insopportabile per un Paese che non ha investito un centesimo in innovazione e ammodernamento tecnologico. Uno dei segnali inequivocabile che il Venezuela sta letteralmente tornando indietro, è il rapporto dell'OMS che rivela come le condizioni sanitarie del Paese continuano a peggiorare: nel 2013 si sono verificati 76.621 casi di malaria, soprattutto nella fascia maschile tra i 15 e i 44 anni. Una cifra preoccupante, se si considera che poco meno di 50 anni fa la stessa Organizzazione aveva dichiarato fuori pericolo malaria il settanta percento del suolo venezuelano. Dov'è finito il "socialismo del XXI secolo"?

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/73678/20141215/venezuela-maduro-default-chavez-petrolio-mercato-nero.htm

 

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