Addio a una delle poche cose che funzionano in Italia: il regime dei minimi

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Una delle ragioni per la quale l'Italia stenta a crescere è la difficoltà con la quale sta affrontando il rapido cambiamento dell'economia globale, che richiede una crescente flessibilità dei fattori produttivi per adeguarsi alla nuova realtà. Uno dei mezzi con il quale si stava provando a contrastare questo deterioramento che sta provocando elevata disoccupazione specie fra i giovani era il regime di fiscalità vantaggio per le nuove iniziative imprenditoriali, specie giovanili, il cosiddetto regime dei minimi. Parliamo al passato poiché una delle poche cose che funzionavano in questo Paese scomparirà domani.

  

Il governo Renzi ha infatti deciso di cambiare il cosiddetto regime dei minimi, che finora ha permesso di pagare solo i contributi previdenziali in percentuale del reddito (senza imporre un minimo che avrebbe stroncato sul nascere molte iniziative) e un forfait IRPEF e addizionali varie del 5% sul reddito netto. Il nuovo regime dei minimi allarga la platea che potrà beneficiarne (anche se ne restringe i requisiti) e non introdurrà limiti temporali, attualmente fissati a cinque anni o fino a 35 anni di età. Il rovescio della medaglia è che il forfait triplicherà al 15%.

Il risultato è che le nuove iniziative imprenditoriali godranno di un regime meno vantaggioso (in molti casi molto meno vantaggioso, per un motivo che vedremo tra un attimo), mentre verranno favorite vecchie iniziative imprenditoriali, come idraulici, commercianti e artigiani vari. Non un bello scenario per un Paese che dovrebbe favorire chi innova e chi entra nel mondo imprenditoriale, e che ora rischia di incentivare il lavoro nero.

Inoltre chi è entrato nel regime entro il 2014 potrà continuare a usufruire delle agevolazioni fino alla regolare scadenza (o fino a nuovo ordine del legislatore, che negli ultimi mesi si è "divertito" a cambiare le cose in modo retroattivo diverse volte), provocando un'evidente distorsione fra due attività concorrenti entrate sul mercato in momenti diversi. Forse era il caso di mantenere il vecchio regime dei minimi e far scattare il nuovo allo scadere dei cinque anni o al compimento dei 35 anni di età.

C'è pero una beffa che riguarderà tutti coloro che sono impegnati in attività non tradizionali, e quindi non inquadrate in casse specifiche: l'aumento delle aliquote contributive per la gestione separata. Da diversi anni questa aliquota è letteralmente esplosa, e il governo Monti decise un ulteriore aumento graduale, per arrivare al 33% nel 2018.

L'aliquota attuale è al 27%, cui si aggiunge uno 0,72% per maternità e altri oneri; l'aliquota doveva salire al 28% nel 2014, ma il governo Letta decise di rimandare l'aumento al 2015, con il risultato che nel 2015 si salirà direttamente al 29,72%, perché Renzi, nonostante le pressioni, ha deciso di non fermare l'aumento.Il motivo è molto semplice: il governo Renzi ha svariati problemi di soldi e la gestione separata è sempre stata un'interessante mucca da mungere, poiché dietro non c'è una corporazione o un mestiere, per cui i tapini non sono abbastanza organizzati per avere effetti sul consenso del governo. Questa aliquota, infatti, non paga tutele per gli iscritti a questa gestione, che restano quindi privi di maternità, infortuni, malattie, disoccupazione... (insomma se smettono di lavorare non hanno alcuna rete di sicurezza); i soldi che vengono prelevati finiscono per finanziare le tutele di altri lavoratori, ovvero per tappare uno dei tanti buchi che affliggono l'INPS.

I vecchi minimi in gestione separata, dunque, vedranno crescere i propri oneri verso lo Stato fino a un terzo dei propri guadagni, mentre per i nuovi minimi si potrà arrivare fin quasi alla metà. Si tratta di una pressione fiscale molto vicina a quella "normale", per cui non si può più parlare granché di fiscalità di vantaggio. Il passo indietro è notevole.

Renzi ha annunciato cambiamenti per le partite IVA nei prossimi mesi, ma intanto le novità sono diventate legge in Stabilità e il disperato bisogno di denaro non lascia molti spazi di manovra (infatti il popolo delle partite IVA è fra gli esclusi del bonus 80 euro).

Ci auguriamo che almeno in questo caso un governo solitamente parolaio riesca a passare ai fatti, ma intanto una delle poche cose che funzionavano in Italia termina oggi, 31 dicembre 2014. Buon 2015 alle partite IVA dimenticate.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/74078/20141231/nuovo-regime-minimi-2015.htm

 

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