QE, Draghi si prepara a buttare soldi dall'elicottero. Forse. Il rischio è che non serva a nulla

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I dubbi che più attanagliano gli analisti sono sostanzialmente quattro: quanto comprerà? Cosa comprerà? Chi comprerà? E, soprattutto, funzionerà?

Quanto comprerà?

Gli analisti puntano in maggioranza su un pacchetto da 500 miliardi, che sembra comunque un limite minimo. Rumors circolati alla vigilia hanno eccitato i mercati, presupponendo che Draghi butterà dagli elicotteri denaro per 50 miliardi al mese per almeno un anno, con possibilità di prorogare fino a fine 2016: si tratta, insomma, di 500 miliardi in un anno e 1000 in due, coerentemente con l'obiettivo dichiarato da Draghi a dicembre di riportare il bilancio della BCE verso i massimi di 3000 miliardi del 2012 contro i 2000 attuali.

Cosa comprerà e chi li comprerà?

Molto probabilmente titoli di Stato, ma quali esattamente è difficile predirlo: la BCE deve contemperare due obiettivi, ovvero far circolare denaro ad ogni costo (come vuole il board della BCE e una certa maggioranza di governatori) e minimizzare i rischi per i singoli Stati e i contribuenti (come vogliono i falchi tedeschi e soci). In pratica ok buttare denaro dagli elicotteri, ma senza comprare spazzatura.

Una prima ipotesi è comprare titoli ultrasicuri, ovvero AAA, da iscrivere nel bilancio BCE: in pratica quelli di Germania, Finlandia e Lussemburgo. Bisogna poi sperare che le banche che riceveranno questi soldi investano nell'economia, soprattutto quella della periferia. Buona fortuna con questo piano.

Una seconda ipotesi è che la BCE compri tutti i titoli che non siano spazzatura, escludendo quelli di Portogallo, Cipro e soprattutto Grecia, cosa che potrebbe essere politicamente importante visto che domenica Atene rinnoverà il Parlamento nazionale. I titoli potrebbero essere iscritti nei bilanci delle singole banche centrali nazionali, che se ne assumerebbero il rischio.

La terza ipotesi è comprare tutto, titoli di Stato di ogni Paese e magari anche corporate bond. C'è chi parla anche di azioni, ma sembra un po' troppo per una BCE che è modellata su una banca centrale (la Bundesbank tedesca) che è l'emblema della prudenza.

Una volta deciso cosa comprare, resta poi da stabilire in che proporzione comprare: le due ipotesi sul tavolo sono comprare in proporzione al debito presente sul mercato o in proporzione al bilancio BCE. Le conseguenze (e quindi le probabilità che si avveri una delle due ipotesi) sono chiare se si guardano i potenziali maggiori beneficiari: nel primo caso, nell'ordine, Italia, Francia e Germania (ovvero ordine di affidabilità crescente); nel secondo, Germania, Francia, Italia (ovvero ordine di affidabilità decrescente).

Il "guaio", infatti, è soprattutto l'elefante nella cristalleria, ovvero l'Italia e il suo gigantesco problema di debito pubblico: mentre i PIGS "riceverebbero" un centinaio di miliardi in totale in entrambi i casi, per l'Italia fra la prima e la seconda soluzione passano fra i 40 e i 50 miliardi di differenza(nel caso di un QE da 500 miliardi in totale). Insomma, un decimo del QE

Funzionerà?

La domanda delle domande: in Regno Unito e Stati Uniti il QE ha portato crescita (ma non era solo nell'operazione), in Giappone ha portato inflazione ma non crescita. E in Europa?

L'Europa rischia una deriva giapponese: la disinflazione (core, ovvero escludendo cibo ed energia) è dovuta ad un problema di domanda depressa. I consumatori non consumano, le aziende non investono, dunque non assumono, magari licenziano e i consumi calano o restano depressi. I prezzi calano e, se diventano negativi, possono spingere i consumatori a rimandare i consumi, in attesa di prezzi più bassi. Questa è una spirale negativa chiamata deflazione, e crea grossi guai.

Per questo la BCE e le altre banche centrali mondiali puntano ad un'inflazione moderata: è più facile convincere un lavoratore ad accettare un aumento di stipendio del 2% piuttosto che una diminuzione del 2%, anche se, in termini reali, nulla cambia per il lavoratore, che potrà comprare la stessa quantità di pagnotte di pane in entrambi i casi.

Con il quantitative easing il valore del denaro cala, perché ce n'è di più in circolazione: se c'è tanto denaro in giro è possibile che aumenti la domanda dei beni, il che ne fa aumentare i prezzi, il che genera inflazione. Questo in teoria. Nella pratica, molto dipenderà dai canali sui quali si propagherà il quantitative easing.

Se si pensa che le banche utilizzeranno denaro per fare prestiti e mutui, probabilmente si è un po' ingenui. Il problema nel mercato del credito non è l'offerta di denaro: le banche hanno sì problemi di capitalizzazione, ma tutto sommato avrebbero denaro da prestare.

Il problema è la domanda di denaro, che resta depressa: aziende e famiglie non chiedono in prestito perché la situazione attuale non gli consente di vedere con sufficiente ottimismo al futuro (il motivo per il quale aumenta la propensione al risparmio, che al contrario di quanto dice Renzi non *è "arricchimento"), e quindi temono di non poter pagare i propri debiti.

Questo probabilmente rende più "sporco" il mercato del credito, e le banche si ritrovano molti richiedenti ad alto rischio, cui non vogliono prestare denaro e a cui probabilmente neppure possono per via di sempre più stringenti norme di patrimonializzazione.

Un secondo canale è il tasso di cambio: l'euro cala ed è più facile esportare, le aziende hanno più soldi per investire, espandersi, assumere, i beni importati aumentano di prezzo, l'inflazione sale, i consumatori spendono e tutti vissero felici e contenti.

Qui ci sono due problemi: il primo è che le esportazioni europee hanno già ben recuperato dalla crisi, e questo vale anche per l'Italia. Purtroppo, però, le esportazioni verso l'esterno dell'Eurozona valgono circa un quinto dell'economia. L'Eurozona è un'area di grandi consumatori di beni prodotti in Europa, quindi il tasso di cambio aiuta fino a un certo punto.

Il secondo problema è che il tasso di cambio è già calato molto, e non sembra esserci spazio fondamentale per scendere molto di più. I benefici rischiano di essere trascurabili, e questo vale anche nel caso di uscita dall'euro. La leva del cambio, insomma, è rotta.

L'ultimo canale è probabilmente quello più importante ed sarà quello che deciderà se il quantitative easing funzionerà o sarà solo uno spreco di tempo e denaro: quello fiscale.

C'è un problema di domanda aggregata: il QE può rendere più semplice far fluire il denaro ma questo potrebbe non raggiungere facilmente i privati. I governi dovrebbero usare il tempo e il denaro "comprato" con il QE per varare stimoli anche a deficit (tagli di tasse o aumenti di spesa) e fare riforme strutturali (anche e soprattutto dal lato fiscale), per spingere la domanda aggregata e far ripartire la crescita (che è quella cosa con cui si pagano i debiti, tra l'altro).

In sintesi, cosa è meglio sperare?

La cosa migliore è che il QE sia potente, molto potente, ovvero Draghi deve impegnarsi nel riportare l'inflazione al target a qualunque costo, anche comprando 100 miliardi al mese per due anni e oltre, anche sacrificando la condivisione dei titoli di Stato in seno alla BCE. Non importa, insomma, chi produce le palle di cannone, importa che siano tante e pesanti.

Ma non basta: Draghi deve dire ai governi di usare questo denaro facile per spingere la domanda aggregata e fare riforme strutturali, perché altrimenti si fa la fine del Giappone, dove l'inflazione è tornata, ma la crescita non si vede, i cittadini perdono reddito in termini reali e i debiti sono sempre meno ripagabili.

Il rischio è di avere un QE troppo moderato, ovvero un compromesso al ribasso che servirà solo a rimandare, non a risolvere i problemi, il tutto mentre i governi continueranno a nicchiare e a litigare, invece di impegnarsi, tutti insieme, a far ripartire l'Europa, ricordando che si risorge insieme e si affonda insieme.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/74798/20150122/qe-draghi-elicottero-anteprima.htm

 

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