60 miliardi al mese da "Helicopter" Draghi. Missione compiuta per salvare l'Europa? Ancora no

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Mario Draghi non ha per nulla deluso le attese: la Banca Centrale Europea ha deciso di partire da subito con un programma di quantitative easing da 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016: in sostanza parliamo di un programma da mille miliardi di euro, peraltro estendibili se l'inflazione dovesse rimanere lontana dal target del quasi-2%.

  

Le attese degli analisti erano per un programma da 500 miliardi, e i mercati hanno reagito puntando al rialzo, mentre l'euro è affondato a quota 1,14 dollari, ai minimi dal 2003.

Il rischio degli acquisti verrà ripartito fra le banche centrali nazionali, che si accolleranno l'80%, mentre la BCE si assumerà il rischio del rimanente 20%. Si tratta di una specie di embrione di ministero delle Finanze europeo, ma i governi nazionali non potranno incamerare gli interessi che verranno raccolti, per evitare rischi di monetizzazione del debito, vietatissimi dai trattati europei.

Senza dubbio è stato un compromesso (al ribasso), ma, come dicevamo nell'anteprima, vista la portata del piano è qualcosa con cui si può convivere.Gli acquisti avverranno in proporzione al capitale BCE, con in testa Germania, Francia e Italia.

La decisione è stata presa all'unanimità, tranne che sui tempi: solo un'"ampia maggioranza" ha concordato di partire subito. Facile immaginare chi fosse contrario, ma il resto del Consiglio ha deciso che non c'era più tempo da perdere, ed era necessario mettere in atto una mossa scioccante e pesante. Ed è arrivata.

L'acquisto di titoli di Stato affianca le precedenti misure (il TLTRO, il mai attivato OMT, l'acquisto di ABS) e comprenderà anche Paesi come la Grecia anche se dovranno essere rispettate condizioni. Non ne dubitavamo: non esistono pasti gratis, ma la mossa è comunque un aiutino per i partiti "pro-Troika" attualmente al governo.

Abbiamo i soldi, dunque, ma che succede adesso? La manovra ha avuto indubbi effetti sul cambio: come detto l'euro si è portato a quota 1,14 dollari, livello che mancava da ben oltre un decennio.

Ci saranno aiutoni per l'export? Non molto, in verità: l'Eurozona è una grande area di consumo e solo una parte minoritaria della sua economia proviene dalle esportazioni (il 20% circa). L'euro ha già perso molto terreno e l'aiuto aggiuntivo di un cambio ulteriormente depresso (di quanto poi?) potrebbe essere limitato.

Aumenterà il credito verso aziende e famiglie? L'abbondanza di denaro senza dubbio sarà di aiuto per oliare i meccanismi del credito, ma non basta: già ora il denaro è relativamente abbondante, ma non riesce ad arrivare in modo efficiente all'economia reale.

Il motivo è dato dall'incertezza, sia sull'economia che sulle norme di patrimonializzazione delle banche. Circa il primo caso va ricordato che l'economia globale si sta muovendo verso una fase di rallentamento, di cui l'Europa, che già procedeva a stento, rischia di essere una grossa vittima. Draghi, ad esempio, ha già spostato la ripresa al biennio 2016-2017.

Circa i patrimoni bancari, agli istituti viene richiesto di accantonare una certa quota di denaro per ogni investimento che fanno: maggiore è il rischio, maggiore sarà l'accantonamento, e prestare ad aziende e famiglie in una fase complicata come quella attuale è certamente rischioso.

A ciò si aggiunge il fatto che i requisiti di patrimonializzazione potrebbero essere ulteriormente ristretti a breve: considerando questa incertezza, appare piuttosto ovvio che le banche preferiscano non mettere nei propri bilanci altri attivi rischiosi.

Insomma, il QE sarà olio nel motore economico, ma si tratta comunque di un motore che fatica ad andare.

La necessità, insomma, è che questo motore riparta perché il QE riesca a dispiegare i suoi effettisull'economia reale. Servono riforme e piani di stimolo per l'economia, in modo da "cambiare" la percezione delle banche circa gli attivi rischiosi, in modo che ricordino che maggiori rischi implicano di solito maggiori guadagni.

È necessario seguire l'esempio degli Stati Uniti e Regno Unito ed evitare gli errori del Giappone: nel primo caso i programmi di quantitative easing sono stati accompagnati da piani di stimolo varati dal governo, peraltro relativamente piccoli, almeno se si fa riferimento ad economisti come Paul Krugman.

Quanto al Giappone, Tokyo ha fermato i progressi quando si è trattato di eliminare ruggine e zavorre dal sistema economico, ovvero fare le fondamentali quanto impopolari riforme strutturali. Bisogna evitare questa trappola perché la crescita non si genera con il denaro facile, ma con un'economia in grado di dare certezze e con una politica in grado di creare un campo di gioco senza ostacoli e che favorisca il merito e il lavoro.

Non va dimenticato, infatti, che l'Europa condivide con il Giappone una popolazione in invecchiamento e non è possibile modificare dall'oggi al domani una curva demografica (salvo che con forti politiche di immigrazione, che sembrano peraltro fuori discussione attualmente): diventa quindi necessario che gli europei di oggi siano in grado di esprimersi al meglio e produrre di più.

Detto in pochissime parole, Draghi potrà anche buttare soldi dall'elicottero, ma finché i 19 governi dell'area euro non riusciranno a trovare una via comune per uscire dall'austerità insensata, la struttura continuerà ad essere traballante e l'uscita definitiva dal tunnel rimarrà lontana.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/articles/74813/20150122/60-miliardi-draghi-quantitative-easing-europa.htm

 

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