ISTAT: PIL 2015 definitivo a +0,6%. Tutti pazzi per uno zerovirgola

Lunedì 07 Marzo 2016 09:30 InvestireOggi.it Economia - Macroeconomia
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Alla fine il PIL definitivo del 2015 è stato +0,8% come dato grezzo e +0,6% come dato destagionalizzato cioè tenendo conto che i giorni lavorativi nel 2015 sono stati tre in più rispetto al 2014. Un dettaglio a prima vista, ma in realtà non lo è affatto. Intorno al PIL definitivo per il 2015 si è aperta una baruffa tale che manca solo una puntata di Porta a Porta con tanto di plastico della sede dell’ISTAT.

Ricapitoliamo. Nel DEF, redatto nella scorsa primavera il governo aveva previsto un PIL a +0,9%. Nella nota di aggiornamento al DEF, con il sentore che l’economia globale e quindi anche italiana stava rallentando, il governo ha ridotto di un decimale la stima, a +0,8%. Ma l’ISTAT trimestre dopo trimestre raccontava un’altra storia. Nei primi tre mesi del 2015 l’Italia, spinta dal buon andamento del commercio globale, da condizioni favorevoli create soprattutto dall’avvio del Quantitative easing della BCE e dalla performance della FCA che spinge in positivo la produzione industriale, cresce dello +0,4%. Nel secondo trimestre la crescita inizia già la sua discesa fermandosi allo +0,3%; così nel terzo, +0,2% per chiudere il quarto con un risicato +0,1%.

Alla luce di questo progressivo indebolimento della crescita sembrava impossibile che il dato definitivo della crescita potesse combaciare con quello del governo. E infatti nella nota preliminare del 12 febbraio l’ISTAT stimava un +0,6% di PIL destagionalizzato. Martedì scorso (il primo marzo), però, l’ISTAT ha rivisto al rialzo la sua stima precedente indicando il PIL del 2015 con una crescita dello 0,8% in linea con l’ultima previsione del governo. La reazione del premier Renzi non si è fatta attendere: festeggiando il dato zittisce i gufi dicendo che “le chiacchere stanno a zero”. Peccato che anche il nostro PIL graviti intorno a quel numero.

Passano i giorni, alcuni economisti notoriamente gufi (per primi Mario Seminerio e Francesco Daveri ) alzano la mano e chiedono lumi all’ISTAT su questo balletto di zerivirgola e il mistero s’infittisce. Alla fine, ieri, arriva il comunicato ufficiale: il PIL del 2015 corretto per gli effetti del calendario (cioè dei giorni lavorativi in più o in meno sull’anno precedente) è +0,6% a causa di “progressivo indebolimento” della crescita nel corso dell’anno.

Ma allora questo balletto degli zerivirgola da cosa deriva? Sulle diverse stime dell’ISTAT hanno pesato due diversi fattori. Il primo meccanismo era stato intuito da Daveri che su Twitter ha ipotizzato che lo 0,8% derivasse dalla “revisione straordinaria delle serie storiche” delle stime di crescita. In pratica il PIL definitivo del 2014 è stato ridotto di circa 2 miliardi e quindi il PIL del 2015, calcolato come maggiore crescita rispetto a quello del 2014, risulta più alto.

L’ISTAT ha smentito l’ipotesi sostenendo che l’impatto della revisione delle serie storiche “potrebbe avere qualche effetto di trascinamento sul 2015, ma data la sua dimensione minima, l’Istat può già affermare che l’impatto sarà infinitesimale”.

Altro punto da evidenziare: il PIL può essere indicato come dato grezzo e come dato corretto per gli effetti del calendario quindi depurato della differenze delle giornate lavorative in più o in meno rispetto all’anno precedente. Nel 2015 ci sono state tre giornate lavorative in più rispetto al 2014, quindi il PIL “lordo” risulta più alto di quello al “netto” degli effetti del calendario. Ma stiamo parlando di numeri davvero infinetesimali. Il dato grezzo è 0,759 e quindi arrotondando allo 0,8, mentre la variazione destagionalizzata è pari a 0,642, arrotondando a 0,6. In pratica, da giorni stiamo discutendo del niente, di uno 0,117 in più o meno che modifica il PIL da 0,6% la stima fatta dai gufi allo 0,8% la (seconda) stima del governo. Alla fine, nella nota di ieri, l’ISTAT mette nero su bianco che “nel 2015 il PIL corretto per gli effetti del calendario è aumentato dello 0,6%”. A malincuore il premier dovrà prendere atto che il dato ufficiale è due decimali meno “ottimista” della stima governativa, oppure continuerà a prendere per buono il dato grezzo non considerando forse che nel 2016 ci sono due giornate lavorative in meno rispetto al 2015 e quindi la spintina dello zerovirgola in più quest’anno se la sogna.

La realtà è che l’ISTAT ha confermato ancora una volta che la ripresa nel 2015 è stata anemica: le famiglie non spendono perchè hanno ancora paura dal futuro e il taglio della pressione fiscale si è sentita a parole, ma non sulle tasche; gli investimenti sono rimasti al palo, e la produzione industriale tira avanti soltanto grazie alla FCA (così come le scorte).

I Paesi che crescono sul serio non hanno bisogno di scannarsi per uno 0,12 perchè il loro PIL non è sottoforma di prefisso telefonico. In Italia, al contrario, l’entità del contendere indica chiaramente a che siamo ancora lontani da quella cosa mitologica che sia chiama "ripresa". 

Authors: InvestireOggi.it

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