Italia: il PIL resta al palo e il debito cresce. Ecco perché stiamo perdendo un’occasione

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L’ottimismo di Matteo Renzi è virale ed ha contagiato anche il cauto Ministro del Tesoro Padoan. In questi giorni di PIL in frenata, dati rivisti al ribasso, e bacchettate europee in via XX settembre a Roma si respira, comunque, aria di ottimismo. Il clima di dialogo con la Commissione, secondo il Ministro “è sicuramente migliorato” e tutto fila liscio. A guardare i numeri e il contenuto della missiva europea, però, qualche dubbio verrebbe anche ai più distratti. Il rapporto deficit/PIL è a rischio sforamento anche se l’UE ci accordasse tutta la flessibilità, il debito pubblico continua a salire nonostante le condizioni favorevoli per il suo calo, e la crescita resta al palo con prospettive ridotte nel 2016 e nel 2017. 

Dalla missiva della commissione intanto scopriamo che il nostro deficit anziché migliorare dello 0,1% si deteriora dello 0,7%e, infatti, dall’Eurogruppo è uscita quasi una sentenza che suona così: “anche nel caso di concessione massima della flessibilità richiesta rimane il rischio di significativa deviazione dei conti pubblici rispetto al cammino tracciato verso il pareggio di bilancio”.

Ma Padoan resta ottimista e continua a ribadire che il debito pubblico italiano si è stabilizzato nel 2015 e nel 2016 si ridurrà. Una tiritera ripetuta ogni anno e mai davvero azzeccata. In effetti l’Osservatorio di Mazziero Research racconta una storia ben diversa. “L’ultimo dato ufficiale, reso noto a febbraio da Banca d’Italia, riportava un debito pubblico a dicembre 2015 pari a 2.170 miliardi”, la società di ricerca finanziaria indipendente stima un “aumento del debito pubblico per il mese di gennaio 2016 a 2.188 miliardi (con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 2.185 e 2.190 miliardi) in aumento di 18 miliardi”. Dai 2.188 miliardi di gennaio si va a febbraio quando le stime di Mazziero research “indicano un debito a 2.212 miliardi (con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 2.208 e 2.215 miliardi) in aumento di 24 miliardi”. Insomma il debito pubblico italiano “continuerà a salire sino a maggio quando segnerà un nuovo massimo storico tra 2.259 e 2.269 miliardi, a cui seguirà un calo nel mese di giugno verso un valore compreso tra 2.247 e 2.260 miliardi”.

Il debito pubblico italiano è destinato a salire nei prossimi mesi sforando i 2.200 miliardi. E, infatti, nella lettera di richiamo della commissione europea si dice chiaramente che l’Italia “non rispetterà la regola del debito pubblico né nel 2015, né nel 2016”. Ma forse Padoan ha saltato questa riga della lettera.

Ma cos’è la regola del debito invocata dall’UE? Deriva dal Fiscal compact, un accordo approvato dai Paesi dell’Unione europea nel 2012 che prevede alcune regole d’oro per il bilancio statale. Tra queste, c’è anche la regola del debito pubblico. In pratica prescrive per i Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 60%, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno, per raggiungere quel rapporto al 60% considerato “sano” e sostenibile. In Italia il debito pubblico ha sforato da anni i 2.000 miliardi di euro, navigando oltre il 134% del PIL.

Molto si potrebbe dire sulle critiche al fiscal compact e sull’arbitrarietà con cui questi “paletti” di bilancio sono stati fissati, ma sarebbe necessaria una parentesi troppo ampia. In questa sede, sarebbe utile capire perché l’Italia non riesce a tagliare il debito pubblico. Il Paese sta perdendo un’occasione d’oro che potrebbe persistere ancora per poco e tornare chissà quando. L’avvio della politica monetaria ultraespansiva della BCE ha portato i tassi di interesse sotto zero, ciò significa che in questo periodo il nostro debito pubblico ci costa poco, molto meno degli anni passati. Sarebbe questo quindi il momento per spingere il piede sull’acceleratore e ridurre il debito pubblico italiano. Ma come?

Le strade maestre per tagliare il debito pubblico sono due e l’Italia non riesce a seguirne nemmeno una. Si può cercare di risanare i conti pubblici tagliando il deficit pubblico oppure accrescendo l’avanzo primario (la differenza positiva tra entrate e spese dello Stato), risultati ottenibili, per esempio, con il taglio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse o la lotta all’evasione fiscale. Scartando l’aumento della tassazione per ovvi motivi, restano in campo due meccanismi mitologici invocati di continuo della politica e mai raggiunti: la spending review e la lotta all’evasione fiscale. Per entrambe serve grande rigore e forte volontà politica: ecco perché nessun governo è mai riuscito a metterli in pratica.

Non potendo tagliare il nominatore (il debito), non resta che tentare alzare il denominatore, ovvero il PIL. E anche qui ci troviamo in un vicolo cieco. Tra il 2014 e l’inizio del 2015 l’Europa ha goduto di condizioni favorevoli per la ripresa: l’economia mondiale stava correndo, la BCE stava tagliando i tassi di interesse e preannunciando il QE, le materie prime costavano meno. Molti Paesi hanno preso al volo questo treno e ora, infatti, nonostante la situazione mondiale sia volta al peggio, mettono a segno dati di crescita interessanti. L’Italia no.

Intenti a introdurre una mancetta di 80 euro e ad abolire l’articolo 18, spazzando via quel che restava delle tutele contrattuali per i lavoratori, non ci siamo accorti che il treno delle ripresa stava sfrecciando accanto a noi. E così nel 2015, la stima di una crescita allo 0,9% (come indica il DEF del governo) ha dovuto fare i conti con la realtà del commercio globale in frenata, dell’inflazione che non cresce, della crisi degli emergenti per il prezzo troppo basso del petrolio, delle tensioni in Medio Oriente e dell’emergenza migranti che l’Europa non riesce a gestire. Il PIL del 2015, rivelato non senza polemiche di recente dall’ISTAT, si è fermato a +0,6%, briciole che niente possono fare di fronte ad un debito pubblico che sfora i 2.200 miliardi.

E la situazione non è destinata a migliorare. Mentre il governo promette riduzione del debito e crescita l’agenzia internazionale di rating Fitch taglia le previsioni per il PIL italiano da 1,3% a 1% per il 2016 e da 1,5% a 1,3% nel 2017 e anche le stime europee, previste a 1,7% nel 2016, sono riviste al ribasso a 1,5%. Intanto il debito pubblico continua a salire.

Il Ministro Padoan e il premier Renzi, commentando la lettera di Bruxelles, si rallegrano perché non è stata aperta alcuna procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (anche se saranno necessari degli aggiustamenti). Insomma il governo, per quanto riguarda l’economia italiana, vuole vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo pieno, ma vedendo la situazione, il rischio è che finisca per affogarci.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/italia-il-pil-resta-al-palo-e-il-debito-cresce-ecco-perche-stiamo-perdendo-unoccasione-1442337

 

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