Roma non ha bisogno di elezioni farsa, ma è esattamente quello che sta accadendo

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“L’indagine ha rivelato la sistematica e diffusa violazione delle norme e il ricorso generalizzato e indiscriminato a procedure prive di evidenza pubblica, con il conseguente incremento di possibili fenomeni distorsivi che agevolano il radicarsi di prassi corruttive”.

È sotto questi auspici, scritti nero su bianco dal presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone nel documento di chiusura dell’ispezione effettuata dall’ANAC su Roma, che si apre la campagna elettorale per le Amministrative capitoline.

Un documento che analizza gli anni dal 2012 al 2014 e scandaglia l’operato di due sindaci, Gianni Alemanno prima, Ignazio marino poi. In base alle indagini, nulla nel periodo preso come riferimento, è stato fatto seguendo le regole: non solo gli affitti, ma anche la manutenzione delle strade, i servizi per disabili, la gestione dei canili, la tutela del verde e chi più ne ha più ne metta.

Parole redatte in calce che suonano quasi come un epitaffio e spingono a chiedersi se per questa città ci sia ancora almeno una speranza o se ormai occorra rassegnarsi all’illegalità, alla criminalità e al malaffare. Percorrendo le strade diroccate della Capitale, circondati dai fasti del passato, il presente appare in tutta la sua durezza, come uno schiaffo in piena faccia arrivato inaspettatamente. I romani si sono stancati, non hanno più rabbia, indignazione, non hanno più occhi. Il disgusto per le condizioni in cui è ridotta la città dopo decenni di malgoverno sembra aver lasciato spazio all’indifferenza, al disinteresse, al totale rifiuto per tutto ciò che è politica.

Eccolo lo scenario che si troverà davanti il futuro “re del Campidoglio”. Questa la situazione che dovrà affrontare quotidianamente, con lo spettro del fallimento sulle spalle e il degrado sotto gli occhi. Per questo motivo è vitale trovare la persona giusta ed evitare di compiere l’ennesimo errore. Perché stavolta lo sbaglio potrebbe essere quello definitivo.

A parole sembrano averlo capito tutti, nei fatti la farsa osservata nel corso degli ultimi mesi sembra cancellare qualsiasi barlume di fiducia in una politica che non ha ancora imparato e probabilmente non imparerà mai. Quanto accaduto nel recente passato non è bastato, Affittopoli non è bastata, Mafia Capitale non è bastata. Tra Gazebarie, Primarie e Comunarie lo spettacolo indegno di una classe dirigente pronta a tutto pur di spartirsi un pezzo della torta preannuncia mesi prima quale sarà il reale vincitore delle prossime elezioni: l’astensionismo.

Comunarie a 5 Stelle

I primi a scendere nell’arena sono stati i 5 Stelle. Le hanno chiamate Comunarie per distiguersi dal PD, sottolineando ancora una volta la differenza esistente tra loro e i partiti tradizionali.

L’esperienza democratica pentastellata è iniziata con l’assurda frase di Paola Taverna che a distanza di un mese è diventata una barzelletta raccontata in lungo e in largo nei bar dello Stivale. “C’è un complotto per farci vincere” ha tuonato la senatrice ai microfoni di  Radio Cusano Campus riuscendo a scatenare talmente tanta ilarità da far ingelosire pure Beppe Grillo che il comico lo fa (o faceva, decidete voi) di mestiere.

Poi la raffica di espulsioni (e relativi ricorsi) culminate con quella del professore negazionista Antonio Caracciolo. Di seguito le polemiche relative alla multa di 150mila euro per i consiglieri M5s che non rispettano il programma e l’obbligo di dover chiedere il parere preventivo dello staff sugli atti del sindaco. Infine, finalmente, il voto. A partecipare meno di 4mila iscritti. Il 45,5% ha scelto Virginia Raggi, tra tutti sicuramente la più quotata per la poltrona. A quel punto qualcuno aveva osato pensare che il peggio era passato e invece le critiche sul passato della candidata grillina sono arrivate puntuali come un orologio svizzero. Fare un controllino prima no?

Le Primarie “democratiche”

Neanche il tempo di inveire per qualche giorno sul M5S che i giornali hanno immediatamente trovato un altro argomento di cui parlare: le primarie del PD. Riassumendo quanto accaduto: migliaia di schede bianche, dati incerti sull’affluenza (i democratici hanno dato tre numeri diversi in meno di una settimana) e video di consiglieri che distribuiscono soldi all’esterno dei seggi (a Napoli). Un’occasione ghiotta per scatenare l’ennesima lite interna ad un partito ridotto a brandelli, ormai unito solo perché “l’ebrezza di governare” non la provava da parecchio e chissà quando e se ricapiterà. Renzi è mal sopportato dai “senatori del partito” che non hanno mai fatto nulla per nascondere la loro ostilità, attaccandolo alla prima occasione utile, salvo poi ripiegare e voltarsi dall’altra parte come da tradizione.

Nonostante le evidenti anomalie i vertici del partito hanno stabilito la regolarità delle primarie ancora prima che si riunissero gli organismi competenti a giudicare. Questi ultimi, giusto per non causare alcun rimpianto, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, hanno approvato i verbali di 78 seggi in 47 minuti, “una media di 36 secondi a verbale” sottolinea il giornale di Travaglio.  Quando la trasparenza vince su tutto verrebbe da commentare.

Per la cronaca, le Primarie si sono chiuse con la vittoria (scontata) di Roberto Giachetti, candidato ufficiale di Matteo Renzi e vicepresidente della Camera. A lui toccherà il “doloroso” compito di cercare di recuperare qualche punto dopo il disastro avvenuto ad ottobre 2015 con l’affaire Marino. In quel periodo il PD ha toccato il minimo storico nei sondaggi, salvo poi cominciare a risalire la china, aiutato generosamente dai rivali, impegnati a compiere errori e passi falsi da guinness.

Le Gazebarie del centrodestra

Lo scettro di nome più cacofonico della politica capitolina viene conquistato a furor di popolo dalle consultazioni effettuate dal centrodestra lo scorso weekend. Fosse solo questo il problema sarebbe già un passo avanti, ma lo spettacolo messo in scena dalla destra italiana va ben oltre.

La sagra dell’assurdo ha avuto inizio mesi fa, quando il nome in ballo erano quello di Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ma sgradito a Giorgia Meloni. Successivamente dopo la proposta di far scendere in campo Rita Dalla Chiesa, “un nome invincibile” naufragato alla velocità del suono, l’ex Cavaliere ha deciso di prendere la situazione in mano, annunciando la candidatura ufficiale di Guido Bertolaso.

Il leader di Forza Italia ha però sottovalutato il cambiamento politico avvenuto negli ultimi anni, dimenticando forse che quando è lui a fare una scelta il fuoco incrociato ricomincia a imperversare più potente che mai. Le prime dichiarazioni dell’ex numero uno della Protezione Civile e le polemiche relative alle sue pendenze giudiziarie hanno spinto Salvini prima e Meloni poi a fare marcia indietro.

A questo punto, il centrodestra ha deciso di imitare quanto fatto dagli avversari ponendo in essere delle “Gazebarie” su un solo candidato (le risate sono comprensibili): Bertolaso sì, Bertolaso no, queste le scelte a disposizione di chiunque volesse andare a votare. E quando diciamo chiunque intendiamo proprio chiunque dato che non era richiesta alcuna tessera, né registrazione, né altro. Dalle urne è giunto un plebiscito (97%) di voti favorevoli alla candidatura del “tecnico”. Immediatamente però sono arrivati i giornali a rovinare la festa: un giornalista del Tempo ha dichiarato di aver votato 22 volte, un collega del Fatto si è limitato a 6, evidenziando quanto la levatura politico-democratica di quanto avvenuto.

Chiuse le Gazebarie la decisione è presa, direte voi. E invece no, perché nonostante il parere dei cittadini Salvini e Meloni Bertolaso non riescono proprio a digerirlo. La leader di Fratelli d’Italia si è dunque decisa a compiere una mossa a sorpresa, annunciando la propria candidatura per mercoledì. Salti di gioia dal Carroccio e commento azzeccatissimo di Guido Bertolaso che, senza riflettere un secondo sul putiferio che avrebbe scatenato, ha pensato bene di sfoderare la dichiarazione più politicamente corretta che esista: “La Meloni deve fare la mamma”. D’accordo con lui anche Silvio Berlusconi, mentre sulla questione è intervenuto anche Matteo Renzi, che non c’entra nulla perché in teoria sarebbe di centrosinistra, ma che ha scelto di sfruttare come di consueto la situazione per ammiccare all’elettorato "Certo che una mamma può fare il sindaco, assolutamente sì. Ma io spero che lo faccia Roberto Giachetti"

Ad oggi dunque, non si sa ancora chi sarà il candidato del centrodestra. Le possibilità è che a scornarsi tra di loro alla fine siano in quattro. A Bertolaso e Meloni infatti si aggiungono anche Alfio Marchini e Francesco Storace, che rischiano di spartirsi circa un terzo dei voti di centrodestra.

Elezioni Amministrative: un unico vincitore

In tutto ciò, i nostri rappresentati sembrano aver al momento dimenticato la posta in gioco, vale a dire il futuro di una Capitale ridotta ormai allo stremo. “Per fortuna”, secondo i sondaggi, sembra che la maggioranza dei cittadini abbia deciso volontariamente di ignorare quanto accaduto, disinteressandosi totalmente di decisioni sulle quali ormai non nutrono la benché minima fiducia.

Attualmente sembra impossibile prevedere chi, tra i nomi in ballo, riuscirà a guidare Roma per i prossimi anni. Nonostante ciò, come affermato in precedenza, non risulta difficile prevedere chi, o meglio, cosa, vincerà le prossime Amministrative: l’astensionismo.

Le stesse primarie, cittadine e nazionali, hanno già registrato un calo generale di affluenza. Facendo solo qualche esempio: Alle Comunarie dei Cinquestelle a Milano hanno votato in 300 circa, a Roma in 3800, a Napoli in 588. Non è andata meglio al PD che, sebbene abbia potuto contare su un ammontare di voti di gran lunga superiore, ha registrato numeri inferiori alle precedenti consultazioni.

Misurare i dati del centrodestra dopo quanto scritto non è semplice, ma in questo frangente si può sottolineare che tra il 2008 e il 2013, Berlusconi &Co. hanno perso circa 7 milioni di voti.

Secondo le ultime rilevazioni demoscopiche (tutte), la percentuale di astensionismo a Roma sale di giorno in giorno. Ad oggi, una stima ottimistica situa l’area del non voto tra il 36 e il 42%, ma in molti pensano a cifre molto superiori, anche oltre il 50%. Guardando al passato, le prospettive non cambiano. Alle Amministrative del 2013, cioè prima di Mafia Capitale, Affittopoli, ecc.ecc., l’affluenza si fermò al 52,8% al primo turno per poi crollare al 44,9 al ballottaggio tra Marino e Alemanno. Facile presupporre dunque che dopo quanto accaduto il numero dei votati si riduca ulteriormente.

La possibilità reale, è dunque che il prossimo sindaco venga eletto da un’esigua minoranza degli aventi diritto. Un’opzione che non dispiace ai partiti date le numerose vicissitudini affrontate, ma che sembra preannunciare l’arrivo di una vittima sacrificale: la città di Roma. Anche facendo gli scongiuri su eventuali derive verso l’ultradestra che purtroppo nella Capitale sono sempre da prendere in considerazione, nella migliore delle ipotesi ci sarà ben poco da ridere. A prescindere dal complotti, Gazebarie e liti interne ai partiti.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/roma-non-ha-bisogno-di-elezioni-farsa-ma-e-esattamente-quello-che-sta-accadendo-1443040

 

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