Economia del riciclo: in Italia vale un punto di PIL. È l’ora di pensare ad una normativa?

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L’economia del riciclo, ovvero la pratica di vedere e comprare oggetti di seconda mano anziché nuovi di zecca in Italia è arrivata a valere circa 18 miliardi di euro, un punto di PIL. Tutt’altro che briciole. La crisi economica ha sdoganato anche nel Belpaese la second hand economy, per dirla all’americana, l’economia generata da oggetti di seconda mano. Ma non si tratta solo di una questione puramente economica, comprare oggetti usati, magari vintage è diventata una vera e propria moda, uno status symbol che va oltre alle necessità del portafoglio, ma che si sposa perfettamente con il momento storico attuale.

E così dopo la rivoluzione della net economy, l’imporsi della sharing economy, anche la second hand economy si sta creando il suo spazio nel mondo. Tanto che c’è già chi preme per una regolamentazione dell’economia del riciclo, dal punto di vista legale, commerciale e soprattutto fiscale per dare il giusto riconoscimento ad una fetta dell’economia che vale l’1% del nostro PIL. Sulla scia di ciò che è accaduto per la sharing economy - che prima ha conquistato utenti e città italiane e poi è stata riconosciuta dalla legislazione nazionale - anche l’economia del riciclo potrebbe arrivare ad ottenere regole proprie.

I numeri dell’economia del riciclo

L’entità dell’economia del riciclo è stata fotografata da Doxa che ha svolto una ricerca per Subito, il portale online principe della compravendita di oggetti usati. Secondo la ricerca, l’usato in Italia coinvolge il 50% della popolazione sotto i 45 anni e genera un giro d’affari di 18 miliardi di euro. Il canale principale di sbocco di questa nuova tendenza è internet: il 38% del volume d’affari, ovvero 6,8 miliardi di euro è venduto e comprato online e permette di guadagnare, agli utenti più devoti, oltre mille euro.

Considerato il mezzo principe con cui si manifesta l’economia del riuso, non stupisce che interessi principalmente la popolazione under 45 che rivela di aver comprato o venduto oggetti di seconda mano perché considera questa scelta un modo intelligente di fare economia e il 40% di questi usa il web in quanto è un canale veloce (68%) per trovare ciò che cercano.

I protagonisti dell’economia del riciclo

Ma per dare una seconda vita ad un oggetto non è necessario essere online. Anche se adesso il canale digitale sta avendo il sopravvento, la vera culla dell’economia digitale è costituita dai mercatini e dai negozi dell’usato, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento.Nelle grandi città italiane, chi cerca oggetti usati non è obbligato a rivolgersi a negozi o bancarelle polverose, ma può andare nei negozi di abbigliamento di seconda mano eco-chic e solidali sempre più diffusi, a testimonianza di quanto l’economia del riuso sia diventata un vero e propri business. Ha recentemente aperto a Milano il sesto negozio in Italia di una vera e propria catena di second hand store di abbigliamento che propone vestiti di seconda mano ad un prezzo scontato.

Ma dall’analisi dell’Osservatorio 2015 Second Hand Economy di Doxa emergono interessanti profili dei discepoli del riuso. I più diffusi sono i profili di coloro che non hanno grandi disponibilità economiche, ma non vogliono fare a meno del superfluo e di chi cerca di comprare a poco e rivendere a tanto per farci la “cresta” e vivere felice. A seguire ci sono gli ideologici, ovvero i nostalgici delle cose di una volta e coloro che amano il vintage e lo trovano un modo per essere elegante a prezzi contenuti.

Gli aspetti normativi

Da molti mesi si è imposta all’attenzione della politica la necessità di normare (come sempre in ritardo) dei fenomeni che avevano già preso il sopravvento sulla realtà. Questo accade soprattutto per la sharing economy, per Uber che si scontra con le accuse di illegalità dei tassisti e Airbnb considerata offerta ricettiva extralberghiera, ma ancora senza regole fiscali adatte. Il 2 marzo scorso, dopo tanto discutere, è approdata alla Camera una proposta di legge già rinominata Sharing economy Act. E solo di recente la politica italiana ha portato in discussione in parlamento la legge sugli sprechi alimentari, un’altra faccia dell’economia del riciclo che si è imposta negli anni della crisi economica mondiale.

Quindi ora tocca alla second hand economy? E’ quello che vorrebbe la Rete operatori nazionali dell’usato (Onu) che chiede al governo meno barriere all’economia riciclo e regole chiare per promuovere il settore che ha già sviluppato una proposta di legge per costruire regole su misura per i beni usati e il riutilizzo che consentano il completo dispiegarsi dell’economia della seconda vita delle cose.

Secondo Antonio Conti, portavoce della Rete nazionale operatori dell’usato anche in Italia si dovrebbe seguire la strada europea che attribuisce alla pratica del riuso anche una funzione ambientale inserendola nella cornice dell’economia circolare e della green economy. La Rete ONU ha già presentato due proposte di legge in parlamento che, però, non sono state ancora calendarizzate.  

Nei testi si chiede il riconoscimento della figura dell’operatore dell’usato. “Si tratta di inquadrare giuridicamente ciò che già esiste nella realtà - spiega la Rete -. Tale riconoscimento dovrà avere un codice attività specifico, il codice Ateco, per definire i soggetti su cui vanno a ricadere i provvedimenti in materia fiscale, commerciale, urbanistica, ambientale oggetto del provvedimento legislativo”. Poi l’istituzione del Consorzio nazionale del riuso a cui vanno affidati compiti di indirizzo per “stabilizzare un sistema di relazioni tra organismi pubblici e privati. La finalità è assicurare efficienza alla funzione ambientale attribuita al riuso, partendo dalla gerarchia della normativa quadro europea del 2008”. 

Il mercato dell’usato, trattato come il fratello minore del commercio, deve sottostare alle stesse regole di chi vende oggetti nuovi di zecca. Gli operatori del settore lamentano di dover perdere molto tempo per reperire gli oggetti da vendere, al contrario di ciò che accade per il commercio tradizionale. Un lavoro diverso, ma che viene tassato come chi vende il nuovo. “Oggi – spiega Conti - chi vende l’usato paga la tassa sui rifiuti nello stesso modo di chi vende il nuovo. Se noi contribuiamo a prevenire la creazione di rifiuti, è evidente che questo deve essere riconosciuto anche dal punto di vista materiale”. Regolamentare il settore dei beni usati e del riutilizzo, inoltre, favorirebbe anche un’emersione dal lavoro nero, regolamentando coloro che, invece, operano onestamente in questo settore.

Insomma idee, richieste e proposte ci sono, ora resta solo da capire quanto le proposte di legge sull’economia del riciclo dovranno dormire in un cassetto del parlamento prima di essere prese in considerazione. 

 

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/economia-del-riciclo-italia-vale-un-punto-di-pil-e-lora-di-pensare-ad-una-normativa-1443552

 

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