Riforma credito cooperativo: il governo modifica il testo sulle BCC e pone la fiducia. Ecco novità e critiche

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Come previsto il passaggio in parlamento ha modificato il decreto che riforma le banche del credito cooperativo. In particolare il passaggio in commissione Finanze della Camera ha introdotto nuove regole per la way out delle BCC che vogliono uscire dalla capogruppo. Il governo, ieri, ha deciso di porre la questione di fiducia sul testo che poi passerà al Senato per la seconda lettura dove, considerata la pausa di Pasqua e i tempi stretti, non dovrebbe subire grandi modifiche.

La riforma delle BCC ha l’obiettivo di rafforzare il sistema del credito cooperativo mantenendo, però, la sua vocazione mutualistica e di sostegno al tessuto economico dei territorio a cui è legato. Negli ultimi mesi, la discussione intorno alla riforma delle BCC è stata molto accesa: siamo partiti con la proposta di autoriforma da parte di Federcasse, seguita dallo schema modellato sulla Credit Agricole francese indicato dal governo che, però, non piaceva alle BCC, poi siamo arrivati al testo di riforma sulle BCC emanato dal CDM e ora modificato in parlamento con un serie di emendamenti bipartisan che prendono le mosse anche da nuove indicazioni di Federcasse e Bankitalia.

Ma anche l’ultima versione della riforma non è immune dalle critiche degli operatori del settore che denunciano nuovi aspetti critici per il futuro delle BCC e il rapporto con il territorio.

Riforma BCC: la prima stesura

La materia è complessa e rende necessario ricapitolare brevemente le puntate precedenti. La prima versione della riforma delle BCC prevede l’obbligo per le banche del credito cooperativo di aderire ad una holding con una capogruppo con un patrimonio minimo di un miliardo di euro. L’adesione al gruppo bancario è il requisito necessario per ottenere il rilascio da parte di Bankitalia dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo.

Ma la riforma prevede anche una possibilità di uscita, cioè per non aderire alla holding. Questa riguarda però le BCC con almeno 200 milioni di patrimonio che per scegliere la strada di uscita, la way out, dovranno dare allo Stato il 20% delle proprie riserve e deliberare la trasformazione in SpA. Considerato il requisito minimo dei 200 milioni, le BCC al bivio sarebbero 12: BCC Roma (747 milioni), Credito coop ravennate e imolese (322), BCC di Pompiano e Franciacorta (311), BCC di Alba (311), BCC di Cambiano (278), Cassa rurale di Cantù (274), BCC di Carate Brianza (264), Banca centropadana (263), BCC di Carugate (249), Cassa Padana (232), Emil banca (231), Chianti banca (226).

Altro punto molto criticato è quello relativo alle riserve indisponibili, frutto dell’accantonamento di almeno il 70% degli utili della banca che godono di una tassazione privilegiata e non possono essere distribuiti nemmeno in caso di scioglimento della BCC. Secondo il decreto, le BCC con patrimonio superiore ai 200 milioni hanno la possibilità di diventare banche SpA tenendosi le riserve indisponibili e pagando allo Stato un'imposta del 20% delle proprie riserve.

Riforma BCC: le modifiche

Una serie di emendamenti bipartisan hanno, però, apportato importanti modifiche alla prima stesura della riforma: sono state modificate le modalità per il way out nei tempi e nei modi, dati nuovi poteri a Bankitalia, deciso di mantere le riserse indivisibili e l’introduzione di un meccanismo di recesso.

Le modifiche più significative riguardano le modalità con cui le BCC possono tirarsi fuori dalla holding.La way out non sarà possibile soltanto per le BCC con patrimonio superiore ai 200 milioni, ma anche per le altre banche a patto, però, che siano disposte a conferire la licenza bancaria ad una SPA e fondersi con un istituto più grande che rispetti il requisito dei 200 milioni. Le BCC interessate a intraprendere questa strada avranno 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per presentare un’istanza a Bankitalia per il conferimento della licenza bancaria ad una SPA, anche di nuova costituzione.

In questo modo la BCC modificherà il proprio oggetto sociale escludendo l’esercizio dell’attività bancaria, ma mantenendo la forma cooperativa. Gli istituti che non otterranno le autorizzazioni necessarie potranno chiedere l'adesione a un gruppo già costituito entro i successivi 90 giorni. Così facendo le BCC non interessate a confluire nella holding, potranno mantenere la loro forma cooperativa e le riserve indisponibili (che non andranno nella SPA) pagando, però, (questo resta) una “tassa” pari al 20% del patrimonio da versare allo Stato. La forma cooperativa è così salvaguardata perché la BCC ha l'obbligo di "modificare il proprio oggetto sociale per escludere l'esercizio dell'attività bancaria" e destinare le riserve a fondi mutualistici. La modifiche alla riforma introducono anche un fondo temporaneo,promosso dall'associazione nazionale del credito cooperativo, per accompagnare il processo di aggregazione e di adeguamento alla nuova normativa,  Il fondo svolgerà una funzione mutualistico-assicurativa e dovrà favorire i processi di consolidamento e di aggregazione.

Secondo punto: il diritto di recesso. Introdotto il diritto di recesso per le BCC che intendano recedere dal gruppo bancario cooperativo in un secondo momento. In questo caso la BCC deve chiedere l’autorizzazione a Bankitalia e deliberare la propria trasformazione in società per azioni. In mancanza dell’autorizzazione di Bankitalia la BCC delibera la propria liquidazione.

Novità anche per la Capogruppo e Bankitalia. Nella prima versione il capitale della BCC capogruppo era detenuto per il 51% dalla BCC che hanno deciso di aderire alla holding, ma con le ultime modifiche al testo Bankitalia avrà la facoltà di emanare un decreto con il quale ridurre sotto la soglia del 51% la quota di capitale detenuto dalle BCC. Tale eventualità dovrebbe essere giustificata con la necessità di reperire, per esigenze di stabilità finanziaria, capitali freschi sul mercato.

Modifiche alla riforma delle BCC: favorevoli e contrari

Il testo uscito dalla commissione finanze della Camera ha raccolto il favore di alcuni, come Federcasse e Bankitalia, e le critiche di altri, partiti politici di minoranza e operatori delle BCC.

Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento vigilanza bancaria di Bankitalia, ad un convegno della Fondazione Italianieuropei ha rivelato che secondo l’istituto sono circa 50 le BCC che presentano delle “fragilità” che potrebbero portare "tensioni" a causa di "difficoltà" patrimoniali. E ribadisce l’importanza di rafforzare il settore delle BCC tramite la riforma del credito cooperativo: "Nell'iter parlamentare di conversione del decreto sono stati approvati taluni emendamenti, alcuni dei quali particolarmente importanti, attinenti alla governance e al capitale della capogruppo nonché alla cosiddetta way out per le Bcc che non vogliano aderire a un gruppo". "Si tratta di miglioramenti che, se definitivamente confermati, rafforzerebbero molto l'efficacia della riforma".

Dello stesso parere il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, che giudica positivamente le ultime modifiche alla riforma delle BCC, parlando di interventi che vanno "nel senso giusto". E sul nodo della way out per le BCC che non vogliono aderire alla capogruppo sottolinea che “è stata individuata una soluzione che non ci entusiasma ma, vista in una logica di straordinarietà, ci può stare”.

Totalmente contrari ai ritocchi in commissione del testo sulle BCC alcuni operatori del settore. Tra questi Sandro Palombini e Marco Bindelli, presidente e vice presidente della BCC di Civitanova Marche e Montecosaro che annunciano anche battaglie legali contro le disposizioni. Oggetto di critica è soprattutto il lasso di tempo ristretto, 60 giorni, a disposizione delle BCC per decidere del proprio futuro, senza sapere: “Chi sarà la capogruppo o le capogruppo; gli statuti, i piani industriali e la governance di queste e il contenuto minimo del contratto di coesione, la cui redazione è ora demandata alla Banca d’Italia”. Mentre per la creazione della Capogruppo si prevedono 18 mesi di tempo (dall’entrata in vigore del decreto), le BCC che non hanno il requisito patrimoniale di 200 milioni di euro al 31 dicembre 2015 “viene chiesto di scegliere, probabilmente senza nemmeno avere il tempo di consultare i proprietari, ossia i propri soci, tra morire nella sconosciuta capogruppo società per azioni (probabilmente governata dai “soliti noti” che spesso hanno anche male amministrato le proprie BCC) o scomparire all’interno di una nuova società per azioni governata da una BCC con un patrimonio netto superiore a 200 milioni di euro della quale nulla viene richiesto in termini di solidità patrimoniale e/o di efficienza e trasparenza”.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/riforma-credito-cooperativo-il-governo-modifica-il-testo-sulle-bcc-e-pone-la-fiducia-ecco-novita-e

 

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