Le conseguenze politiche ed economiche del caso Regeni

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Verità per Giulio Regeni. Dal 3 febbraio scorso, giorno in cui il corpo martoriato del giovane ricercatore italiano è stato ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo, questa frase l’abbiamo letta, sentita e pronunciata parecchie volte. Eppure a quasi due mesi di distanza l’impressione è che quella verità che l’Italia cerca, chiede e pretende sia più lontana che mai.

Mentre l’Egitto prova a chiudere la questione con l’ennesima storiella di comodo volta a salvaguardare una reputazione ormai inesistente, l’opinione pubblica (internazionale, non solo italiana) rimane attonita davanti alla profonda dignità di due genitori che chiedono giustizia per il loro figlio. “L’ho riconosciuto dalla punta del naso”, ha dichiarato la madre di Giulio nel corso della conferenza stampa al Senato tenutasi martedì 29 marzo. Provare ad immaginare il suo dolore è impossibile, così come lo è cercare di capire cosa significhi vedere il corpo del proprio figlio straziato da torture inferte in modo esperto, professionale, scientifico; da sevizie effettuate, per giorni, con un’accuratezza e un’efferatezza tali da renderlo irriconoscibile, tranne che per la punta del suo naso, l’unica cosa rimasta a Paola e Claudio Regeni.

La “verità egiziana”

A compiere quest’abominio, secondo la procura del Cairo, sarebbe stata una banda di criminali locali che si “dilettava” a sequestrare cittadini stranieri (chi? Quando? Dove? Perché?) L’avrebbero rapito il 25 gennaio, l’avrebbero torturato con professionalità, poi gli avrebbero inferto il corpo di grazia procurandogli una frattura cervicale. Il tutto senza chiedere alcun riscatto alla famiglia, alla sua Università, al Governo italiano e conservando accuratamente i suoi documenti e i suoi effetti personali in modo da consentire alle autorità di rintracciarli con facilità. Gli accusati non potranno però confermare né difendersi. Le forze dell’ordine hanno già provveduto a sterminare i cinque membri della banda durante un conflitto a fuoco. Tutti morti.

Questa l’ultima versione egiziana cui più passa il tempo e più si fatica a credere. Martedì 5 aprile, a Roma, si terrà un incontro tra gli investigatori egiziani e quelli italiani. Lo scopo è quello di provvedere a uno scambio di materiale, ma soprattutto, per l’Italia, sarà l’occasione di capire quanto la collaborazione “garantita” dall’Egitto sia reale e cosa le autorità Nordafricane intendano fare per dare alla famiglia e a un Paese intero quella verità necessaria, dovuta ad un ragazzo di ventotto anni che si trovava lì per studiare il ruolo dei sindacati in un Nazione che, dopo la deposizioni di Morsi e dei Fratelli musulmani, vive in una sorta di “Stato di Sicurezza” governato dal Presidente al Sisi.

L’incontro e le possibili sanzioni

Questa settimana sarà decisiva. Su quella riunione le aspettative crescono di giorno in giorno. Sarà in quel momento che l’Italia dovrà decidere quali saranno i futuri rapporti tra i due Paesi.

Nel caso in cui non arrivassero delle risposte ingenti il Governo italiano potrebbe scegliere di imporre una serie di sanzioni contro l’Egitto, una misura estrema, ma dovuta ad un giovane italiano e alla sua famiglia. Nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è stato chiaro. Dovranno arrivare delle risposte convincenti. In caso contrario “compiremo i passi conseguenti”.

Passi che implicano un totale irrigidimento dei rapporti diplomatici e commerciali tra Italia ed Egitto. Ad oggi, il nostro Esecutivo ha già deciso di sospendere i contatti avviati durante la missione effettuata da 60 imprenditori italiani che si trovavano al Cairo per affari proprio nel momento in cui è stato ritrovato il corpo di Giulio Regeni.

Ma nel caso in cui la verità non arrivasse, il prezzo sarebbe alto, molto più alto. Se venissero inflitte delle sanzioni, economicamente il danno sarebbe ingente: cinque miliardi di investimenti che spaziano dall’energia all’edilizia. Per non parlare del significato politico che avrebbe la chiamata “per consultazioni” dell’ambasciatore italiano.

Ad oggi, l’Italia è uno dei principali partner europei dell’Egitto, secondo solo alla Germania. Nel futuro, l’interscambio tra i due Paesi sembra destinato ad aumentare. In base ai dati riportati dall’ISTAT negli ultimi due anni la crescita è stata costante, con un giro d’affari che nel 2014 è salito del 9,9% rispetto all’anno precedente.

Secondo SACE, gruppo assicurativo-finanziario attivo nell'export credit, nell'assicurazione del credito, nella protezione degli investimenti, nelle garanzie finanziarie, nelle cauzioni e nel factoring, le esportazioni italiane verso l’Egitto, riguardanti in particolare meccanica, metallurgia e raffinazione, arriveranno nell’anno in corso a 3,1 miliardi, con un incremento del 4,7% rispetto al 2015. Ancora meglio negli anni successivi: +5,6% nel 2017, +4,7% nel 2018. Prospettive che potrebbero essere deluse nel caso in cui non si arrivasse alla verità.

La famiglia Regeni ha infatti chiesto la sospensione degli accordi già attivi, una richiesta che non può non far pensare alle attività egiziane di uno dei più importanti colossi industriali italiani: ENI. Il gruppo del cane a sei zampe è attualmente il primo produttore di idrocarburi in Egitto, con 200mila barili di olio equivalente al giorno. Dopo sessant’anni di attività, l’anno scorso è arrivata una scoperta che vale miliardi. Nelle acque del Cairo, la società energetica italiana ha infatti “trovato” il giacimento di gas Zohr, grande 100 km quadrati e con un potenziali pare a 850 miliardi di metri cubi di gas. Una vera e propria miniera d’oro. Per non parlare delle concessioni attive nel Golfo di Suez e della produzione onshore nel Delta del Nilo, per la quale, nel 2015, è stata firmata un’intesa da 5 miliardi di dollari.

Ma non solo, perché nello stesso frangente altre aziende italiane hanno sottoscritto accordi con l’Egitto per un valore complessivo superiore agli 8 miliardi di dollari. La partita infatti non riguarda solo ENI, ma anche colossi del calibro di Ansaldo, Edison, Technip e Assiut.

Tutti affari miliardari che potrebbero andare in fumo nel caso in cui l’Egitto decidesse di continuare con le verità di comodo. Da sottolineare che poco tempo fa il Presidente Al Sisi ha annunciato un piano d’investimenti da 90 miliardi di dollari riguardanti settori chiave dell’economia (dalle infrastrutture al turismo, dai trasporti all’energia). Soldi che farebbero gola alle cento imprese italiane attive nel Paese.

I danni sul turismo

Un’altra delle possibile “conseguenze" prese in considerazione è l’inserimento dell’Egitto nella black list della Farnesina che, significherebbe porre un’etichetta pesante come un macigno, quella di “Paese a rischio”. Molti penseranno "questo lo sappiamo già". In parte potrebbe essere vero, ma una presa di posizione ufficiale da parte del ministero degli Esteri italiano implicherebbe nei fatti delle ripercussioni pratiche da non sottovalutare.

Non garantendo le condizioni di sicurezza per i turisti italiani, la Farnesina bloccherebbe totalmente le attività dei tour operator, farebbe salire a dismisura il valore dei premi assicurativi e chiuderebbe le rotte con le principali località turistiche egiziane, già in pesanti difficoltà dopo l’attentato al jet russo (-63% rispetto al 2014).

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/le-conseguenze-politiche-ed-economiche-del-caso-regeni-1444968

 

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