Riforma delle pensioni: 80 euro per le minime e flessibilità in uscita. Ecco il punto e le incognite di bilancio

E-mail Stampa PDF

Riprende il balletto sulle pensioni e sulla flessibilità in uscita, possibilità bramata da milioni di italiani che con la riforma delle pensioni Fornero hanno visto allontanarsi inesorabilmente il meritato riposo. Ma il premier Renzi, in evidente affanno politico di fronte agli ultimi turbamenti del governo, ha annunciato la possibilità di mettere nelle tasche delle pensioni minime 80 euro, il bonus IRPEF introdotto nel 2014 (alla vigilia delle elezioni europee) per i dipendenti con redditi entro i 26mila euro l’anno. Politici e Tito Boeri, presidente dell’INPS, tornano a parlare di pensioni e flessibilità e i lavoratori tornano a sperare.

Ma, come sempre, tra il dire e il fare ci sono di mezzo i saldi di finanza pubblica che devono tornare nonostante una coperta fiscale cortissima. E così anche il premier rampante - dopo la figuraccia dello scorso anno quando promise la flessibilità in uscita per le nonne che vogliono andare in pensione e stare con i nipoti e poi disse che costava troppo - questa volta è stato molto più cauto ed ha precisato: 80 euro per le pensioni minime se ci sono i soldi. Ecco, il problema per la riforma delle pensioni è sempre quello: i soldi sono pochi, quelli che ci sono sono spesi male (si guardi l’abolizione della TASI per i ricchi o il bonus 500 euro per i giovani, figli di ricchi), Bruxelles non vede di buon occhio le spese per la flessibilità delle pensioni e la Consulta non vuole che si tocchino i diritti acquisiti (che spesso sono quelli dei facoltosi giudici della Corte).

Quindi questa riforma delle pensioni si fa o no?

Sul tema è tornato a parlare il presidente dell’INPS Tito Boeri cercando di attirare nuovamente l’attenzione sulla proposta di riforma delle pensioni avanzata dall’INPS che prevede anche un contributo di solidarietà per le pensioni più alte a favore dei giovani e di coloro che vogliono andare in pensione prima e quindi lasciare posto a chi cerca lavoro. Il Ministro Poletti ha subito frenato gli entusiasmi dicendo che non ci sono allo studio del governo ipotesi di contributi dalle pensioni più alte e che è controproducente alimentare insicurezza nei pensionati.

Restano, però, sul tavolo le numerose ipotesi per la flessibilità: c’è la proposta del prestito pensionistico, della pensione anticipata con taglio sull’assegno (in due versioni, quella di Cesare Damiano e quella di Boeri), c’è l’opzione donna. Insomma il cantiere della flessibilità in uscita per le pensioni è ancora aperto, ma i toni dei membri del governo sono molto meno trionfalistici e ottimisti dello scorso anno. Ricordiamo che la legge Fornero, per quanto spietata e dannosa per i lavoratori che si ritrovati esodati, ha riportato alla sostenibilità il sistema pensionistico italiano, nonostante all’INPS resti un buco di bilancio di oltre 11 miliardi. I margini di manovra, quindi, sono stretti e il governo, visto anche l’andamento dell’economia che non aiuta, lo sa bene.

Di recente il Coordinamento statistico dell’INPS, ha presentato una simulazione sull’impatto di una norma per la flessibilità in uscita a 63 anni e 7 mesi con 35 anni di contributi. Ponendo che a queste condizioni andrebbe in pensione il 70% dei lavoratori interessati il risultato sarebbe: 98mila pensioni in più nel 2017 in crescita fino a 206 mila in più nel 2026, per una spesa di 1,5 miliardi nel 2017 fino a 3,3 miliardi nel 2026.Una cifra contenuta se paragonata alla spesa complessiva per le pensioni che si aggira intorno ai 277 miliardi, ma un fardello troppo pensante per le malmesse casse dello Stato italiano.

80 euro per le pensioni minime

E i margini di manovra molto ridotti, ormai li conosce anche il premier che annunciando gli 80 euro per le pensioni minime è sembrato più cauto del solito. “Se ci sono i soldi”, ha precisato. Ma di quanti soldi si parla?Secondo i primi calcoli estendere il bonus di 80 euro alle pensioni minime significa coinvolgere 2,2 milioni di pensionati con il trattamento minimo, intorno ai 500 euro al mese, per una spesa di 2 miliardi e rotti. Premesso che mettere soldi in tasca ai pensionati che incassano una pensione da fame come la minima a 500 euro è un’ipotesi da accogliere con favore anche solo per una questione di equità e dignità dei pensionati. Ma l’operazione avrebbe anche diverse zone d’ombra. Intanto perché secondo le stime dell’INPS al momento ci sono circa 3 milioni di pensionati incapienti, con redditi praticamente nulli che non avrebbero alcun aiuto da questa operazione. Se si vuole dare un sostegno alla fascia più povera dei pensionati, allora, è necessario un disegno più organico, strutturato e con risorse più ingenti. Altrimenti si rischia di essere accusati di dare una mancetta elettorale in vista delle prossima tornata elettorale, ormai alle porte.

Qualsiasi intervento sulle pensioni, comunque, non dovrebbe arrivare prima della prossima legge di stabilità. Lo stesso premier, nella sua diretta su Facebook, ha spiegato che “stiamo studiando un meccanismo che, mantenendo i conti in pareggio, consenta la flessibilità in uscita ma è un tema delicato e lo annunceremo solo quando avremo i numeri a posto”. L’eventuale riforma delle pensioni dovrà passare per il “ricalcolo con il sistema contributivo” senza, però, “ammazzare quelli che stanno per andare in pensione con il retributivo”.

Anziché studiare interventi “tampone” come l’opzione donna a scadenza, o gli 80 euro in più per le pensioni minime, il governo dovrebbe mettere a punto una riforma organica delle pensioni. Ma l’equazione che vorrebbe la riforma delle pensioni con maggior flessibilità e magari l’aumento delle pensioni minime per dare dignità agli anziani è difficile da far quadrare con la necessità di tenere i conti in ordine. Non ci dimentichiamo che nel 2015 la legge di stabilità ha fatto diverse riforme in deficit e Bruxelles non ha ancora deciso se accordarci la flessibilità sui conti che abbiamo già utilizzato. Il primo obiettivo per il 2017 resta il disinnesco delle clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento di accise e IVA e proseguire sulla strada delle riduzione del debito sulla quale siamo già in abbondante ritardo. Fatto questo, la coperta fiscale a disposizione resta davvero cortissima soprattutto alla luce delle nuove difficoltà dell’economia mondiale che avranno ripercussioni negative sulla crescita italiana.

Insomma, la strada maestra (bilancio permettendo) sarebbe quella di una riforma organica delle pensioni che operi una riqualificazione delle spesa pensionistica italiana verso una maggior equità degli assegni e verso la flessibilità in uscita tanto invocata dai lavoratori e dai giovani che cercano lavoro. Ma un’operazione simile, da libro dei sogni, rischia di infrangersi contro il muro delle scarse risorse economiche, dei veti della Corte Costituzionale e dell’incapacità della politica che di fronte ad un'operazione faticosa e complessa preferisce seguire la strada più facile delle mancette elettorali.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/riforma-delle-pensioni-80-euro-le-minime-e-flessibilita-uscita-ecco-il-punto-e-le-incognite-di

 

Menu Principale

Risorse Utili