Petrolio: il meeting di Doha per congelare la produzione potrebbe fare più male che bene

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Mentre i bassi prezzi del petrolio continuano a sollevare questioni sui budget dei governi dei petro-stati e sulle compagnie petrolifere, le maggiori nazioni produttrici di petrolio devono affrontare crescenti pressioni per far fronte all'attuale eccesso di offerta globale.

Funzionari provenienti da diversi paesi ricchi di petrolio si incontreranno alla fine di questa settimana a Doha, in Qatar, per discutere un possibile accordo che possa far risalire i pezzi del petrolio. Il paese ha invitato tutti i 13 membri dell'OPEC, il maggiore cartello dei paesi produttori di petrolio, insieme a Russia, Messico e altre cinque Nazioni non facenti parte dell'OPEC ad un meeting il prossimo 17 aprile, dove i leader di queste nazioni discuteranno un accordo volto a congelare la produzione di petrolio ai livelli di gennaio.

La prospettiva di un accordo ha scatenato molte opinioni sui mercati energetici nelle ultime settimane, con i trader che sono passati fra diverse fasi di speranza e dubbio relativamente agli accordi. I prezzi del petrolio hanno raggiunto nuovi massimi di periodo negli ultimi giorni, con il Brent, il benchmark internazionale, che è salito sopra i 44 dollari al barile ai massimi da novembre, mentre il barile WTI statunitense ha raggiunto i livelli più alti delle ultime tre settimane.

Nonostante ciò gli esperti del mercato dell'energia dubitano che un tetto alla produzione riesca a fare granché per affrontare lo sbilanciamento fra offerta e domanda che ha spinto al ribasso i mercati petroliferi globali. Alcuni analisti affermano che il meeting riuscirà ad inviare un importante segnale del fatto che i produttori hanno intenzione di affrontare l'eccesso di offerta, tuttavia altri esperti ritengono che i negoziati potranno fare più male che bene se la discussione finirà per essere semplicemente una faida tra paesi rivali.

«Non ho grandi aspettative per il meeting di Doha, per quanto riguarda l'effetto che avrà sui mercati globali», ha detto T. Homer Bonitsis, professore di Finanza associato presso il New Jersey Institute of Technology’s Martin Tuchman School of Management.

imageI prezzi del petrolio dal 2012 IBTimes USA

I prezzi del petrolio sono scesi di oltre il 60% dal loro picco a 110 dollari al barile del giugno 2014 a causa dei timori che la produzione globale di petrolio sia eccessiva rispetto alla sete di energia del mondo. Con quei prezzi a tre cifre ormai un lontano ricordo, i ricavi petroliferi dei governi dei profitti delle compagnie che sono nel settore hanno subito un drastico declino, con diffusi licenziamenti, tagli ai sussidi federali e centinaia di miliardi di dollari in investimenti cancellati. Il Qatar, che detiene la presidenza dell'OPEC nel 2016, ha indetto il meeting con i maggiori produttori di petrolio per fermare questa spirale economica ribassista.

«Il bisogno di riportare bilanciamento sul mercato e far recuperare l'economia globale è diventata una questione urgente» ha detto il ministro dell'Energia del Qatar nella lettera con cui ha invitato i paesi produttori di petrolio.

Il Qatar a febbraio si è unito ad Arabia Saudita, Russia e Venezuela nella promessa di porre un tetto alla produzione ai livelli di gennaio. L'annuncio ha colto di sorpresa i trader, e i prezzi sono saliti di quasi il 50% dopo aver toccato un minimo da dodici anni sotto i 28 dollari al barile.

Il congelamento della produzione petrolifera ha comunque una condizione molto significativa. L’Arabia Saudita ha chiarito che non firmerà alcun accordo a meno che gli altri produttori di petrolio, compreso il suo principale rivale geopolitico, ovvero l'Iran, non faranno lo stesso. L'Iran ha rifiutato di porre un tetto alla propria produzione finché non riuscirà ad aumentarla di un milione di barili al giorno per riportarla ai livelli precedenti alle sanzioni internazionali e, per quanto l'Iran abbia confermato in linea di massima la sua partecipazione, non è chiaro se il paese invierà delegati a Doha. La Libia ha a sua volta snobbato il meeting mentre cerca di recuperare la produzione perduta durante la sua sanguinosa guerra civile.

Con Iran e Libia che difficilmente cambieranno idea, l’Arabia Saudita potrebbe subire pressioni affinché riconsideri le sue richieste relative al coinvolgimento di altri produttori di petrolio, ha detto Fadel Gheit, senior analyst per petrolio e gas presso l’Oppenheimer Holdings a New York.

In qualità di maggiore esportatore di petrolio del mondo, l'Arabia Saudita ha una forte influenza sul mercato energetico globale, nonostante la competizione da parte dei produttori statunitensi, e ogni accordo senza il regno saudita sarebbe probabilmente privo di significato. A differenza di Bonitsis, che ha detto che i colloqui di Doha siano inutili, Gheit ha affermato di ritenere l'incontro cruciale per arrivare ad un aumento dei prezzi e dare sollievo alle economie dipendenti dal petrolio.

«Non riuscire a raggiungere un accordo su una politica relativa alla produzione potrebbe portare ad una prolungata guerra dei prezzi del petrolio che potrebbe avere un significativo impatto negativo su tutti i produttori di petrolio».

Martedì dei nuovi sviluppi hanno suggerito che l'Arabia Saudita potrebbe andare avanti nonostante la mancata partecipazione dell'Iran. Il regno e la Russia questa settimana hanno raggiunto un accordo sul congelamento della produzione, stando all'agenzia di stampa russa Interfax, che cita una fonte diplomatica anonima a Doha.

imageLa crescita della produzione petrolifera nei vari Paesi fra gennaio e febbraio 2016 IBTimes USA

Il collasso dei prezzi del petrolio ha colpito duramente le economie emergenti come il Venezuela, che fa affidamento sulle vendite di greggio per il 96% delle sue esportazioni e più della metà del suo prodotto interno lordo. La nazione sudamericana è ad un passo dal collasso economico, mentre i prezzi bassi del petrolio stanno peggiorando crisi finanziarie in Brasile e Russia.

In Arabia Saudita il governo sta rapidamente dissipando le sue enormi riserve valutarie per riempire il gap nel budget statale, che ha raggiunto i 98 miliardi di dollari nel 2015. Il regno saudita ritiene che il debito nazionale possa salire del 50% nei prossimi cinque anni, spingendo i funzionari ad effettuare grossi cambiamenti all'economia. I leader sauditi hanno recentemente svelato un piano volto a creare il più grande fondo sovrano del mondo, che controllerebbe più di duemila miliardi di dollari dei cespiti più importanti del legno. Come parte di questa strategia, il regno venderà azioni del colosso petrolifero di Stato Saudi Aramco e renderà la compagnia un conglomerato industriale.

Il regno, come altre nazioni esportatrici di petrolio in sofferenza, ha anche cominciato ad aumentare le tasse e a tagliare i sussidi nel tentativo di piegare la spesa governativa, una mossa che minaccia di aumentare la forza dei movimenti di opposizione in Arabia Saudita e nel resto della regione, secondo Gheit.

«Questi cambiamenti sono difficili da implementare e potrebbero provocare proteste della popolazione, instabilità politica e cambiamenti di regime - ha detto l'analista - Il tempo e la tecnologia non sono dalla parte dell'OPEC, della Russia e delle altre nazioni esportatrici di petrolio».

imageLa produzione petrolifera dell'Arabia Saudita negli ultimi decenni IBTimes USA

Ma anche se i paesi partecipanti riuscissero ad arrivare ad un congelamento della produzione, l'accordo non riuscirebbe comunque ad affrontare il vero problema, ovvero che l'offerta di petrolio supera non di poco la domanda.

In primo luogo le varie nazioni ricche di petrolio hanno prodotto un volume di greggio superiore al normale nel mese di gennaio. La Russia, ad esempio, ha prodotto quasi 10,9 milioni di barili al giorno a gennaio, un record dalla caduta dell'Unione Sovietica. I sauditi hanno prodotto 10,2 milioni di barili di petrolio al giorno nello stesso mese, poco sotto il record di giugno 2015 di 10,5 milioni. Un congelamento della produzione ai livelli di gennaio non farebbe nient'altro che bloccare la produzione a livelli elevatissimi.

La domanda globale di petrolio, intanto, è stata debole negli ultimi mesi per via della più bassa crescita della Cina e dell'Europa. La crescita della domanda petrolifera dovrebbe arrivare a 1,2 milioni di barili al giorno nel 2016, in ribasso rispetto agli 1,8 milioni di barili al giorno del 2015, secondo le previsioni dall’Agenzia Internazionale per l'Energia.

«Dato l'impatto incerto e il rischio che i negoziati possano fallire sarebbe stato meglio se non avessero convocato la conferenza» ha detto Bonitsis.

Quindici paesi hanno attualmente confermato ufficialmente che parteciperanno al meeting. Questi sono Algeria, Angola, Ecuador, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Venezuela e i paesi non membri dell'OPEC Russia, Oman e Bahrain. Non è chiaro se Azerbaijan, Kazakhstan e Norvegia parteciperanno al meeting. Il Messico ha detto che invierà delegati a Doha, ma solo come osservatori per condividere informazioni. La Libia ha rifiutato l'invito.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/petrolio-il-meeting-di-doha-congelare-la-produzione-potrebbe-fare-piu-male-che-bene-1447032

 

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