Banche: dopo GACS e Atlante arrivano le BIN. Cosa sono e cosa potrebbero (non) fare

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Sono due i punti fermi emersi negli ultimi mesi: il settore bancario italiano scricchiola come non mai a causa della malagestione dei vertici e delle sofferenze che pesano, rispetto ai crediti totali, il 16,7%, contro una media europea del 5,6%; le recenti regole europee vietano agli Stati di intervenire per salvare le banche in difficoltà e, quindi, il governo italiano brancola nel buio alla ricerca di una soluzione.

L’ultima ipotesi, lanciata dal Sole 24 Ore (magari su suggerimento dei piani alti), è di rispolverare le BIN, le banche di interesse nazionale. Nate con la riforma bancaria del 1936, le tre storiche BIN, la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano e il Banco di Roma erano partecipate dall’IRI, l’Istituto pubblico per la Ricostruzione Industriale. La situazione allora era diversa dall’attualità, ma le finalità hanno punti di contatto: salvaguardare il sistema del credito mentre si cerca di superare la crisi e far ripartire il credito. Questo potrebbe essere l’ultimo di una serie di jolly giocati contro le debolezze del sistema bancario italiano.

Il decreto salva banche del 22 novembre scorso ha acceso i riflettori sulle banche italiane in affanno a cospetto delle colleghe straniere per l’alta incidenza dei crediti in sofferenza nei bilanci, dove oltretutto gli accantonamenti per “la perdita attesa” sono risicati. Il banco di prova del salvataggio di banca Marche, Etruria, Cariferrara e Carichieti è stato un pasticcio, il primo appuntamento del governo italiano con la realtà: le banche italiane sono in difficoltà, ma le nuove regole europee vietano al governo di intervenire. Dovevamo pensarci prima, come hanno fatto tutti i Paesi con le banche in bilico, ma l’Italia era convinta di avere un sistema bancario “tra i più solidi d’Europa”.

Dopo l’esperienza con il salva banche, il governo è andato in Europa a trattare con la commissaria alla concorrenza Vestager per trovare un meccanismo utile a pulire i bilanci delle banche dalle sofferenze senza incappare nei divieti europei. Come al solito, la montagna di annunci e aspettative ha partorito un topolino: le GACS. Non una bad bank, ma una garanzia pubblica di cartolarizzazione delle sofferenze bancarie che entra in gioco soltanto sulle tranche senior ovvero le prime ad essere rimborsate, quelle che non avrebbero bisogno di garanzie.

Dopo le GACS è arrivato Atlante.È di poche settimane fa la nascita del fondo privato che ha il compito di comprare l’inoptato degli aumenti di capitale delle banche in difficoltà, (Popolare di Vicenza e Veneto banca in primis) e di facilitare la vendita delle sofferenze. I problemi di Atlante sono principalmente due. Per prima la dotazione: Atlante ha raccolto tra le banche sane del sistema, Poste italiane, Fondazioni, Cassa Depositi e Prestiti 4 miliardi di euro con i quali deve combattere contro una montagna di crediti deteriorati del valore di 200 miliardi. Ok l’effetto leva, ma per i miracoli non ci siamo ancora organizzati. Il secondo punto è il rischio contagio tra le banche che stanno per andare a gambe all’aria e quelle che imbarcandosi su Atlante cercano di andare in loro aiuto. Il blog Noisefromamerika spiega che il fondo Atlante va a comprare le sofferenze di una qualsiasi banca X del sistema italiano con i soldi depositati dai correntisti delle banche o con il credito postale degli italiani detenuti da Poste e CDP in un pericoloso gioco delle tre carte. 

Comunque sia, sia le GACS che il fondo Atlante forse vanno nella direzione giusta, ma non hanno benzina sufficiente per arrivare al traguardo e portare in salvo le banche italiane. Per questo motivo qualcuno sta pensando di riesumare le BIN di mussoliniana memoria per eludere le regole europee e aiutare le banche.

Il Sole ipotizza che “lo Stato potrebbe creare due o tre “nuove Bin” acquisendo di ciascuna una quota di dimensioni compatibili con il “principio dell'investitore privato” e rispettando così i vincoli imposti dalle regole europee sugli aiuti di Stato. Tutte le banche in difficoltà, le ex popolari e le Bcc dovrebbero essere obbligate a confluire nelle nuove Bin”. In questo modo il patrimonio sarebbe rafforzato e quindi in grado di sopportare il peso delle sofferenze nel corso del processo di vendita, terminato il quale lo Stato potrebbe rivedere le proprie quote. In questo caso inoltre, i soldi spesi dallo Stato italiano non andrebbero a ingrassare le fila del deficit, ma sarebbero contabilizzati come investimenti.

Ma anche questa soluzione presenta due criticità. Lo stato dovrebbe entrare nelle BIN partecipando ad un aumento di capitale ed entrando nell’azionariato al pari degli altri investitori privati. Ma chi sarebbe disposto a comprare azioni di un aggregato di banche in difficoltà? Non si tratta di una bad bank a tutti gli effetti, ma comunque di una banca che raccoglie tutti gli istituti in crisi. Basta vedere l’esempio della Popolare di Vicenza: nonostante l’intervento di Atlante come garante l’aumento di capitale rischia di andare deserto, perché gli investitori non fanno la fila per buttare soldi in banche bollite.

E anche se così fosse, cioè se la presenza o la pressione dello Stato convincesse per esempio altre banche o fondazioni ad entrare nelle BIN, il rischio sarebbe quello del contagio. L’idea di utilizzare soldi pubblici come leva per risolvere tutti i mali del sistema bancario italiano è sempre rischioso: la forza di enti sani può servire per favorire la guarigione delle banche malate, ma se, invece, avvenisse il contrario?

 

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/banche-dopo-gacs-e-atlante-arrivano-le-bin-cosa-sono-e-cosa-potrebbero-non-fare-1448895

 

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