Moody’s smonta il mito della PMI italiane: sono le più deboli d’Europa. Pesano burocrazia e il blocco del credito

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“Piccolo è bello” dicono gli italiani, “mica tanto” risponde Moody’s. In un rapporto di 17 pagine sulla salute delle piccole e medie imprese europee l’agenzia di rating internazionale smonta il mito italiano delle Piccole e Medie Imprese. Sono le più deboli d’Europa, con un tasso di mortalità annuale superiore di un punto percentuale rispetto alle nascite e con un fardello di non permorming loans che ne impediscono la crescita. L’Italia dal 2008 ad oggi registra il tasso di fallimenti delle PMI più alto d’Europa e mentre alcuni Paesi che come noi hanno sofferto in modo particolare la crisi economica, come la Spagna, stanno vivendo un momento di rinnovata vitalità delle imprese, l’Italia resta ancora impantanata negli anni della crisi.

Ma perché le nostre PMI, che rappresentano il 67,3% del valore aggiunto totale sull’economia nazionale (dato più alto di tutta Europa) continuano a fallire? L’Italia purtroppo negli anni ha creato un ambiente inospitale per le imprese, non diciamo niente di nuovo: le grandi aziende volano all’estero e le PMI sopravvivono a fatica o falliscono. Il problema principale è la difficoltà di accesso al credito e l’accumulo di sofferenze che continua a crescere, anche se con un tasso in rallentamento a cui si aggiungono una burocrazia spaventosa, una pressione fiscale pesante e la pubblica amministrazione che è il primo cliente a non pagare la fatture.

Rapporto di Moody’s

A fronte di un peso sull’economia italiana che non ha pari in Europa (67,3% contro il 54% del Regno Unito, il 57,9% della Francia, il 62,3% del Belgio, il 62,8% della Spagna, e il 67% del Portogallo) le PMI italiane risultano essere, però, le più deboli.

Nell’Unione europea sono 22 milioni le PMI e rappresentano il 99% delle imprese sui mercati, oltre al 58% del valore aggiunto totale. Secondo il rapporto di Moody’s le più sane sono le PMI del Regno Unito e del Belgio che secondo l’agenzia di rating “continueranno ad avere la performance di credito più forte in Europa” e soprattutto sono più forti di fronte ad eventuali shock economici. Quadro molto diverso, invece, quello delle PMI del sud Europa: in Paesi come Spagna, Portogallo, ma soprattutto Italia la crisi economica del 2008 ha mandato al tappeto il mito della PMI, innalzato il livello di crediti in sofferenza e aumentato il numero di fallimenti. L’Italia vanta il primato di crediti deteriorati, anche se nel 2015 si registra un primo timido rallentamento dal 2011: il tasso di nuove sofferenze per le PMI, pari al 3,6% nel 2015, è minore del 3,9% del 2014.

Dal 2008 ad oggi il tasso di saracinesche abbassate supera la creazione di nuove aziende di oltre un punto percentuale (8,5% contro 7,1% nel 2013). Si tratta del tasso di mortalità più alto tra i Paesi considerati dallo studio di Moody’s. Questo, secondo l’agenzia, è legato al “peggioramento della performance delle PMI italiane”, che nel 2013 avevano uno stock di sofferenze al 13,3%, il quadruplo rispetto agli anni prima della crisi. Ma il rapporto smonta anche un altro mito: quello del nord Italia sano e del sud malato.E’ vero che al sud i fallimenti sono più numerosi, ma lo sono anche le nascite delle nuove Pmi, quindi, a conti fatti Moody’s non registra grandi differenze interne al Paese. Non si tratta di dati nuovi, il rapporto si basa, infatti, sui numeri di Bankitalia, MEF e ISTAT, ma messi tutti insieme e confrontati con quelli dei colleghi europei creano un quadro drammatico per l'Italia.

Italia, habitat inospitale per le imprese

Il quadro emerso dal rapporto di Moody’s conferma ancora una volta le difficoltà tutte italiane nel fare impresa. L’agenzia di rating, commentando i dati relativi alle sofferenze, riconosce che “il governo ha presentato un piano che mira a risolvere il problema della grande quantità di crediti in sofferenza nel sistema bancario”, ma che “il piano avrà un impatto limitato nel breve termine sulla ricostituzione dei bilanci delle banche”. Qualche beneficio si avrà, ma sul lungo periodo, (“questa misura non riduce in modo significativo le sofferenze di quest'anno, ma si assisterà ad una riduzione graduale”) e intanto le PMI continuano a chiudere i battenti perché non riescono ad avere accesso al credito. Nonostante le misure adottate dalla Banca centrale europea di Mario Draghi, dai rubinetti del credito passano ancora soltanto gocce di liquiditià, insufficienti a sostenere il tessuto della PMI. E le altre forme di finanziamento, dal venture capital al private equity, passando per il crowdfunding stentano a decollare per la scarsa propensione degli investitori italiani a scommettere sulle piccole imprese private. Secondo l’ultimo report del Crowdfunding hub, i numeri in Italia sono in crescita spinti soprattutto della difficoltà del sistema bancario che invita a rivolgersi altrove, ma c’è ancora tanto da lavorare su volumi, piattaforme e agevolazioni per raggiungere i livelli di Gran Bretagna, Olanda, Francia dove si registra grande vitalità di investimenti privati.

Al problema centrale del credito, si aggiungono anche le difficoltè legate alla burocrazia e alla jungla degli adempimenti che sottrae tempo prezioso a chi lavora nella PMI, una pressione fiscale che resta tra le più alte d’Europa così come il costo dei dipendenti e, per ultimo, ma non meno importante, il ritardo mostruoso con cui la Pubblica amministrazione paga le fatture delle PMI che forniscono prodotti o servizi.Il fatto che lo Stato sia il primo e più grande debitore delle aziende italiane indica chiaramente che qualcosa in questo Paese non funziona.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/moodys-smonta-il-mito-della-pmi-italiane-sono-le-piu-deboli-deuropa-pesano-burocrazia-e-il-blocco

 

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