Il settore bancario italiano è un disastro, e il suo collasso rischia di mettere definitivamente al tappeto l'Italia (e l'Europa)

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Il settore bancario italiano sta tornado sotto la lente di ingrandimento, dopo un avvio di 2016 decisamente da dimenticare. I risultati di questo primo trimestre sono stati tutt’altro che incoraggianti per la maggiorparte degli istituti di credito, compresi quelli che hanno una maggiore propensione all’internalizzazione come Unicredit, che ha mostrato per i primi tre mesi dell’anno un utile netto pari a 406 milioni di euro. La maggiore banca italiana risulta anche essere quella con un CET1 ratio tra i peggiori delle prime 9 banche del nostro paese. Nonostante le continue rassicurazioni dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni il CET1 ratio di Unicredit continua a oscillare tra l’11 e il 10%: in questo trimestre il coefficiente si è attestato al 10,89%, leggermente in calo rispetto alla scorsa lettura, ma poco sopra il 10,53% registrato a settembre 2015.

Per chi non lo sapesse, il CET1 ratio (acronimo di Capital Equity Tier 1) è, insieme al Total Capital Ratio, tra gli indicatori più importanti per valutare la solidità di un istituto bancario secondo le regole di vigilanza europea. Il coefficiente non è nient’altro che un rapporto tra il capitale che dispone la banca e le sue attività ponderate per il rischio: maggiore è il coefficiente più solida è la banca. Se il rapporto cala al di sotto dell’8% l’istituto di credito, secondo le norme BCE, passa forzatamente sotto un regime di amministrazione controllata.

Come possiamo vedere l'unica tra le tre banche prese in considerazione a mostrare un coefficiente CET1 ratio in costante crescita è Intesa San Paolo, che non a caso è anche quella che mostra impostazione grafica (parlando di analisi tecnica) migliore rispetto ai titoli di Unicredit e MPS, come vedremo di seguito.

A inizio maggio il comparto bancario italiano ha fatto registrare sui listini di borsa una perdita aggregata di circa 9 punti percentuali, in primo luogo a causa dei brutti dati relativi alle sofferenze bancarie (salite a 196,96 miliardi di euro), come avevamo già riportato precedentemente in un nostro articolo. Per il resto, andando a ritroso nel tempo, troviamo il fallimento di quattro banche italiane (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara) e lo sfiorato default di Monti Paschi di Siena, giusto per ricordare i casi più significativi e chiacchierati che hanno interessato il nostro sistema bancario. Un contesto che ha contribuito ad alimentare il clima di sfiducia che si respira tra i correntisti, come dimostrano anche i dati rilasciati a gennaio dall’ABIsulla raccolta bancaria.

Quello che deve far preoccupare sono i maggiori rischi collegati alle sofferenze bancarie: da quando è scoppiata la crisi la qualità del credito raccolto è mediamente peggiorata, con i soggetti che incontrano difficoltà maggiori a restituire i capitali presi a prestito. È un problema che va rapportato al peso che banche e assicurazioni hanno dentro al sistema finanziario italiano, la cui evoluzione risulta incompiuta rispetto ai maggiori paesi industrializzati. In particolare, nonostante alcuni timidi segnali positivi fatti registrare negli ultimi 10 anni, la maggior parte dei finanziamenti alle imprese - indipendentemente dalla dimensione e dalle esigenze di credito - rimane concentrata nelle mani degli istituti bancari. E questo è un problema dovuto in parte anche al tessuto produttivo di un paese fatto prevalentemente di piccolissime imprese, spesso guidate da imprenditori che hanno una preparazione in materia economico e finanziaria tutt'altro che brillante. La conseguenza più evidente è che poche di queste imprese si rivolgono direttamente al mercato per raccogliere la liquidità necessaria alla propria attività, o che si aprono al venture capital (se parliamo dei primi anni di attività di un’impresa). 

Se in parte è quindi vero che le banche italiane hanno mostrato una buona tenuta negli anni neri della crisi dei derivati è altrettanto vero che rischiano di essere travolte dagli stessi problemi strutturali del sistema Italia, e di cui il sistema Italia risulta essere contemporaneamente esposto.  

Per quanto concerne invece l’aspetto puramente tecnico il quadro che ne esce è particolarmente preoccupante, con la quasi totalità delle banche che si trova a testare i minimi del 2012 (che in molti casi sono inferiori a quelli fatti registrare con la crisi dei derivati del 2008). Le tre banche da noi prese in analisi si rilevano essere degli ottimi proxy per descrivere la situazione delle rimanenti banche con un’alta capitalizzazione di borsa.

UNICREDIT

imageUnicredit chart on the monthly timeframe updated to the 11th May close IBTimes Italia / XTB

Partendo dall’esaminare il grafico mensile di Unicredit possiamo vedere che i prezzi si sono portati ormai molti vicini a testare i minimi del 2008 e del 2012. Quello che possiamo inoltre vedere su questo timeframe è che al momento manca il pullback sulla rottura dei minimi del 2009, ma è probabile che l’indice riesca a perforare al ribasso i minimi del 2008 e del 2009 prima di rivedere questi livelli. Una volta effettuato il pullback potremmo a questo punto ipotizzare due scenari: uno pessimista, che vede il titolo sprofondare ulteriormente e far registrare altri minimi; uno ottimista, che prevede la possibilità di una timida ripartenza.

imageUnicredit chart on the weekly timeframe updated to the 11th May close IBTimes Italia / XTB

Sul grafico settimanale abbiamo invece evidenziato il pullback sulla rottura dei minimi di dicembre 2014, dove poco sopra troviamo in gap down aperto a inizio 2016.

MONTE PASCHI DI SIENA

imageMps chart on the monthly timeframe updated to the 11th May close IBTimes Italia / XTB

MPS presenta una situazione addirittura peggiore. Il titolo ha dei minimi nel 2012 più bassi rispetto a quelli fatti registrare durante la crisi dei derivati e da allora non ha avuto alcun cenno al rialzo, complice la crisi interna che ha investito direttamente questo gruppo bancario. L’unica nota è da fare sulla candela che presenta quella lunghissima uppershadow, che si è avuta poco prima dell’estate 2015 con un grande aumento di capitale.

imageMps chart on the weekly timeframe updated to the 11th May close IBTimes Italia / XTB

Sul grafico settimanale notiamo un gap down che è rimasto aperto addirittura dal 2008, ma al momento non c’è alcun tipo di segnale - neanche minimo - che può far pensare ad un’inversione di tendenza.

INTESA SAN PAOLO

Andiamo infine ad analizzare il titolo di Intesa San Paolo, che è uno dei pochi a presentare qualche piccola nota positiva in un comparto totalmente martoriato.

imageIntesa San Paolo chart on the monthly timeframe updated to the 11th May close IBTimes Italia / XTB

Come possiamo vedere dal grafico mensile il titolo ha avuto una buona reazione dopo i minimi del 2012, riuscendo a rompere i massimi del 2009. In generale il titolo presenta una forza al rialzo decisamente maggiore rispetto ad altri titoli dello stesso comparto e vediamo che negli ultimi mesi abbiamo avuto minimi e massimi sempre più alti. In questo momento il titolo è prossimo a testare i minimi del 2014, quando il resto del settore sta praticamente testando i minimi del 2012. Questo non significa che l’outlook di Intesa San Paolo è positivo (la rottura dei minimi del 2014 non sarebbe un bel segnale), ma se paragonato con titoli più pesanti come Unicredit e MPS non si può non notare la maggiore forza rialzista. In generale quindi il titolo rimane sicuramente meglio impostato rispetto alla media del comparto.

Quello che preoccupa del settore bancario italiano è che quasi tutti i gruppi bancari presenti nella top ten per capitalizzazione di borsa hanno configurazioni grafiche simili a quelle presentate dai titoli Unicredit e MPS. È il caso di UBI Banca, Banco Popolare (messo probabilmente anche peggio di MPS), Banca Popolare di Milano. Si salva invece Banca Generali (che presenta una formazione grafica anche più interessane di quella di Intesa San Paolo). In definitiva, il settore bancario italiano appare decisamente sotto pressione e consigliamo quindi di rimanere a debita distanza da questo comparto, che rischia di collassare e creare seri problemi all'intero sistema paese (più di quanti ne abbia già ora).

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/il-settore-bancario-italiano-e-un-disastro-e-il-suo-collasso-rischia-di-mettere-definitivamente-al

 

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