Banca Etruria: conflitti di interesse, truffa e mancata vigilanza. Nessuno ha le mani pulite, nemmeno la Consob

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L’inchiesta della procura di Arezzo sta scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora contenente tutti i mali di Banca Etruria: gestione clientelare, prestiti approvati in chiaro conflitto di interessi, truffa ai danni dei risparmiatori convinti a comprare obbligazioni ad alto rischio spacciandoli per investimenti sicuri. In questa situazione drammatica che ha portato alla risoluzione di Banca Etruria con il famigerato decreto salva-banche insieme a banca Marche, Carichieti e Cariferrara, nessuno, ma proprio nessuno, ha le mani pulite.

Suonano quantomeno curiose, infatti, le parole di autoassoluzione del presidente della Consob, Giuseppe Vegas in occasione della relazione annuale difende dalle critiche l’operato a suo dire “corretto” della Consob. Stessa linea di difesa anche per Bankitalia che ha inflitto, con colpevole ritardo, sanzioni agli amministratori di banca Etruria. Ma come la procura sta dimostrando, in questa faccenda la vigilanza di Consob e di Bankitalia ha fallito in pieno. Entrambe le autorità italiane stanno cercando di salvarsi la faccia, ma l’impressione è che mentre una banca disastrata come banca Etruria stava truffando i piccoli risparmiatori nel disperato tentativo di rimanere a galla, la vigilanza italiana abbia chiuso gli occhi rendendosi complice.

Banca Etruria: l’origine del buco

Il 22 novembre scorso, il governo ha avviato la procedura di risoluzione per banca Etruria, istituto particolarmente legato al territorio toscano e laziale. Ma come siamo arrivati alla necessità di salvare banca Etruria? La risposta arriva forte e  chiara dalla relazione del commissario liquidatore Giuseppe Santoni appena consegnata alla procura di Arezzo che sta indagando per bancarotta fraudolenta l’ex presidente Lorenzo Rosi, i suoi vice Alfredo Berni e Pierluigi Boschi e il CDA entrato in carica nel maggio 2014. La relazione indica come “nel biennio 2013-2104 ci sia stata un’esplosione delle spese di consulenza” per la quale si sta pensando di procedere con un’azione di responsabilità civile nei confronti degli ex vertici.

A questo si aggiungono milioni di prestiti dati dai vertici a familiari o amici senza alcuna garanzia e poi finiti in gran parte ad ingrassare le fila delle sofferenze di Banca Etruria. Esempio su tutti è Paolo Schiatti, vicedirettore della banca dal 31 gennaio 2008 al 31 dicembre 2012: suo fratello Carlo è stato amministratore della High Facing srl che ha un debito con banca Etruria di 3,16 milioni. E questo non è un caso isolato; nei mesi scorsi era già emerso che 13 amministratori e 5 sindaci avevano interessi in 198 posizioni di fido, per un importo totale di circa 185 milioni.

Questa gestione clientelare della banca l’ha condotta sulla strada del dissesto. Ed è qui che entrano in gioco i risparmiatori. Per cercare di stare in piedi banca Etruria ha fatto un aumento di capitale tra il 2012 e 2013 per complessivi 110 milioni di euro e nel 2013 ne mette a segno un altro, quando ormai, però, la situazione, scrive il commissario, "era irrimediabile". Nel giugno del 2013 banca Etruria ha emesso un aumento di capitale da 60 milioni di euro sottoscritto per il 97% da parte degli investitori retail.

Banca Etruria e la “cabina di regia”

Vedendo che gli investitori istituzionali, sentendo puzzo di bruciato, non erano interessati all’aumento di capitale di banca Etruria, i vertici dell’istituto hanno pensato bene di appioppare le azioni di una banca bollita ai piccoli risparmiatori. Dalle carte della procura emerge la presenza di una “cabina di regia” che avrebbe imposto ai direttori di filiale di vendere in modo “granulare” le obbligazioni tossiche. In realtà gli obbligazionisti di banca Etruria gridano alla truffa da tempo e le mail di alcuni funzionari della banca che provano il comando dall’alto sono state pubblicate da alcuni giornali nel dicembre 2015, ma soltanto recentemente la Guardia di Finanza ha svolto perquisizioni confermando la tesi.

In pratica i vertici della banca hanno imposto alle filiali di banca Etruria di vendere le obbligazioni tossiche a tutti i costi. Il taglio minimo era di 1.000 euro, proprio per coinvolgere anche i piccoli risparmiatori a cui le obbligazioni sono state presentate come investimento sicuro. A volte i clienti sono stati convinti a togliere i soldi da investimenti davvero sicuri come i titoli di Stato per comprare le obbligazioni tossiche.

La truffa di banca Etruria corre su un doppio binario. I rendimenti delle obbligazioni che avevano un rischio altissimo erano in linea con quello dei titoli di Stato (3,8% i titoli di Stato e 4% netto le obbligazioni di banca Etruria) e quindi non erano indicativi del rischio sul capitale. In pratica se anche la banca non fosse finita in risoluzione, i risparmiatori sarebbero stati truffati comunque perché avrebbero avuto un rendimento basso in relazione al rischio corso.

Per poter vendere a piccoli investitori che non masticano di finanza obbligazioni tossiche destinate ad investitori professionisti i dipendenti di banca Etruria hanno manomesso i questionari MIFID indicando età, professione, e tipologia degli investimenti precedenti dei clienti diversi dalla realtà. Così il pensionato che ha sempre messo un piccola percentuale del capitale in Titoli di Stato, risulta essere un investitori professionale alle ricerca di investimenti speculativi. Ma cosa c’entra la Consob in tutto questo?

Nemmeno la Consob ha le mani pulite

La Consob c’entra eccome. Ogni aumento di capitale, infatti, deve incassare il via libera dell’Autorità che analizza il prospetto informativo della banca. Nell’aprile 2013, quindi, la Consob ha approvato il prospetto per l’aumento di capitale di banca Etruria su cui adesso stanno indagando gli inquirenti che vogliono far luce sulle responsabilità della Consob. Il prospetto di banca Etruria conteneva una lunga lista di rischi per l’investitore, ma pagava un rendimento in linea con gli investimenti sicuri ed era rivolto “al pubblico indistinto”, non agli investitori in grado di comprenderne il rischio. Inoltre nel contratto di acquisto dei bond tossici non era indicata la classe di rischio dell’investimento se non con una supercazzola che un piccolo investitori non era in grado di tradurre. Per questo motivo anche l’operato della Consob è finito sotto accertamento da parte della procura di Arezzo.

In questo contesto fanno sorridere le dichiarazioni del presidente Consob, Vegas, che tenta di salvare la faccia dell’autority dicendo che i prospetti indicavano chiaramente i rischi dell’investimento, ma senza commentare il fatto che la banca ha venduto ai risparmiatori bond tossici sotto le false sembianze di un investimento iper sicuro. È chiaro come una supercazzola scritta in burocratese finanziario non sia adatta a spiegare ad un piccolo risparmiatore il rischio che sta correndo a maggior ragione se il dipendente di fiducia della banca te lo presenta come sicuro e conveniente. Il punto è che quei titoli tossici non dovevano essere sottoscrivibili agli sportelli della banca versando piccole cifre (a partire da mille euro) e su questo la Consob avrebbe dovuto vigilare.

Perché se ammettiamo che Consob e Bankitalia non avrebbero potuto fare di più per vigilare sul comportamento delle banche, la domanda a cui qualcuno dovrebbe rispondere è: allora chi deve evitare che le banche truffino i risparmiatori?

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/banca-etruria-conflitti-di-interesse-truffa-e-mancata-vigilanza-nessuno-ha-le-mani-pulite-nemmeno-la

 

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