Banche: ora tocca a Unicredit. AD sulla porta e aumento di capitale sempre più vicino

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Il cerchio si sta stringendo intorno a Unicredit. La banca italiana sembra essere sempre più vicina ad un cambio al vertice e all’aumento di capitale necessario per mettere al riparo la solidità patrimoniale dell’istituto. Ma la partita è ancora tutta da giocare. Gli azionisti di Unicredit devono riuscire a convergere su un nuovo amministratore delegato che, dopo il regno di Federico Ghizzoni, dia nuova spinta alla stabilità della banca e al piano industriale. Ma l’aumento di capitale si preannuncia molto diluitivo per gli azionisti e forse potrebbe aver bisogno dell’intervento del fondo privato Atlante come già accaduto per il sofferto aumento di capitale della Popolare di Vicenza. Di numeri e di ipotesi intorno ad Unicredit ne stanno girando molte a conferma che non c’è ancora una strada segnata per la banca, ma che qualcosa, intorno all’istituto, sta per accadere.

Il punto debole: il patrimonio

Il 10 maggio scorso Unicredit ha approvato la prima trimestrale del 2016 con un utile netto in calo rispetto allo scorso anno (406 milioni, il 20,8% in meno dei 512 riportati nel 2015) ma superiore alle attese degli analisti, che facendo una media delle varie previsioni avevano indicato un bilancio inferiore ai 400 milioni. La riduzione dei costi (soprattutto quelli per il personale dopo la chiusura di molte filiali) non è, però, riuscita a compensare in maniera incisiva il calo dei ricavi che ha registrato un -4,7%.Con la BCE che tiene i tassi di interesse ai minimi storici, per le banche fare utili è sempre più un’impresa.

Ma il vero dato che fa intravedere all’orizzonte la necessità di un aumento di capitale è il patrimonio. Il primo trimestre del 2016 ha visto il coefficiente CET1 pari al 10,85%, in calo di 9 punti base rispetto a fine 2015 ma in miglioramento di 75 punti base rispetto a marzo 2015. L’amministratore delegato, nel suo piano industriale, aveva promesso di portare il CET1 al 12,6% entro il 2018, ma il coefficiente di Unicredit ha imboccato la strada opposta.

Ghizzoni ha sottolineato che per far salire il livello di patrimonializzazione, Unicredit potrà considerare «vendita di asset o attività di M&A» e che inoltre ci sono «anche altre opzioni che stiamo considerando per i prossimi mesi».

Ma perché è così importante questo parametro? Il Common Equity Tier 1, il CET1 per gli amici, è il parametro considerato dalla BCE per valutare la solidità patrimoniale delle banche europee. In pratica è il rapporto tra il capitale ordinario versato nella banca e la attività ponderate per il rischio. Secondo le norme della BCE, il CET1 deve essere superiore all'8%, mentre per le banche italiane deve essere superiore al 10,5%. Con il suo 10,85%, il CET1 di Unicredit si pone sopra il livello minimo indicato dalla BCE, ma comunque in una zona di rischio e al di sotto della media delle malconce banche italiane.

Ghizzoni indica come strade da imboccare la vendita di asset o le operazioni di M&A come fusioni o acquisizioni per il rafforzamento patrimoniale. Ma gli analisti sembrano scettici sulla buona riuscita di queste operazioni: di questi tempi si scrive vendita di asset, ma si legge svendita con impatti positivi quasi nulli sul patrimonio. E per quanto riguarda le fusioni, al momento all’orizzonte si intravede soltanto Mediobanca, ma per gli analisti la fusione non risolverebbe i problemi patrimoniali di Unicredit.

Unicredit opzione aumento di capitale

Partendo da queste premesse è chiaro perché si senta parlare sempre più spesso di aumento di capitale e di ricambio al vertice per avviare una nuova fase. L’AD Ghizzoni, in occasione della presentazione della trimestrale, ha negato per l’ennesima volta l’intenzione di intraprendere un aumento di capitale, ma a margine del lancio dell'iniziativa Digital Today, giornata dedicata al digitale che si terrà il prossimo 15 giugno, il vero argomento erano i nomi dei possibili successori di Ghizzoni. A quanto pare il ricambio al vertice potrebbe concretizzarsi nel breve periodo, nel giro di un mese. Gli analisti di Banca Imi, per esempio, credono che “il possibile cambiamento dell'AD possa accelerare il processo verso un aumento di capitale, volto a rafforzare la base patrimoniale che attualmente offre un buffer limitato”.

Unicredit è tutt'altro che nuova ad operazioni del genere. Negli ultimi 10 anni l’istituto ha fatto ben tre aumenti di capitale per 15 miliardi di euro. E la nuova operazione, secondo le stime, dovrebbe aggirarsi intorno ai 5-6 miliardi di euro, un ordine di grandezza che significa diluire al massimo le partecipazioni dei soci.

Questa prospettiva non sembra spaventare i soci industriali come Aabar, Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, ma è mal vista dalle Fondazioni che a fronte di una robusta ricapitalizzazione di Unicredit non avrebbero le forze per partecipare all’operazione subendo così l’effetto diluitivo. La forte eterogeneità dell’azionariato di Unicredit rende quindi complessa la ricerca di un nuovo amministratore delegato e soprattutto la definizione di una nuova strategia da seguire per il futuro.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/banche-ora-tocca-unicredit-ad-sulla-porta-e-aumento-di-capitale-sempre-piu-vicino-1452166

 

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