Brexit: le banche italiane tremano e il Governo pensa al paracadute d'emergenza. Ipotesi e criticità

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Il tempo è scaduto. Sono mesi che parliamo delle debolezze del nostro sistema bancario e del rischio che il castello di carte crolli davanti ai nostri occhi al primo soffio di vento. E quel momento potrebbe essere arrivato. Altro che soffio di vento, la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’UE, somiglia più ad una libecciata in piena regola: da venerdì mattina (quando è uscito il risultato del referendum) le borse europee sono sotto pressione, in modo particolare il sistema bancario, che continua a perdere terreno seduta dopo seduta. Scosse di assestamento legate ad un evento inedito poco preoccupanti per un Paese con un sistema bancario solido, oppure guai seri per chi combatte ogni giorno per mettere al riparo un sistema bancario che scricchiola.

E così è sceso in campo il premier Renzi per rassicurare gli italiani: i risparmi “non sono a rischio” perché il governo “è pronto a fare tutto il necessario”. Una sorta di whatever it takes di draghiana memoria in salsa italiana. Il problema è che non è ancora chiaro quali siano le intenzioni del premier e soprattutto quanto siano ampi i margini di manovra a livello europeo.

Renzi ha incontrato Angela Merkel e François Hollande proprio per discutere di un possibile paracadute per le banche italiane. Negli ultimi mesi è scoppiato il bubbone del sistema bancario del Belpaese, da quando sono entrate in vigore nuove regole europee: il bail-in e il divieto di aiuti pubblici per le banche.Mentre gli altri Paesi europei, infatti, mettevano al sicuro il proprio sistema creditizio, la politica e la stampa italiana erano troppo impegnati a sostenere che il sistema bancario italiano è il più solido del mondo per sentire il rumore degli scricchiolii. E così niente è stato fatto ed oggi le banche italiane sono costantemente sotto pressione (anche prima della Brexit) e hanno in mano armi spuntate per mettersi al riparo.

Le ipotesi per mettere in sicurezza le banche dal rischio Brexit

Quello che sappiamo è che il governo ha intenzione di mettere in atto qualche misura di sostegno alle banche, quello che ancora non è chiaro e quali siano queste misure e soprattutto chi ne pagherà il prezzo finale. Sul tavolo ci sono diverse ipotesi.

La prima è una sospensione del meccanismo europeo del bail-in che prevede la partecipazione di azionisti, obbligazionisti e in ultima istanza dei correntisti alle perdite di una banca in risoluzione. Non si capisce quale sia il nesso tra la Brexit e il bail-in che interviene quando ormai della banca non c’è più niente da fare, ma apprezziamo il tentativo di rassicurare i clienti delle banche che stanno crollando in Borsa.

Seconda ipotesi: deroga alle norme che impediscono gli aiuti di Stato per le banche in difficoltà. L’Italia potrebbe appellarsi all’articolo 108 del Trattato sull’Unione Europea che permette interventi pubblici sulle banche in “circostanze eccezionali” in questo caso rappresentate dai rischi e dalle turbolenze legate alla Brexit.

Infine, si parla di introdurre nuovi strumenti per la tutela delle banche italiane. Tra questi: una garanzia da parte della Cassa Depositi e Prestiti e/o di investitori privati per nuovi round di aumenti di capitale che mettano al riparo il capitale delle banche più deboli; dei Padoan Bond, sulla scia dei suoi predecessori, titoli ibridi emessi dalle banche e sottoscritti dal Tesoro; un fondo Atlante 2 con una dotazione più ampia per l’acquisto di buona parte dei crediti deteriorati delle banche italiane. 

La domanda a questo punto è: chi paga per questi interventi? Bene togliere il peso della cattiva gestione di una banca dalle spalle dei suoi correntisti, ma chi paga se la banca fallisce? Una risposta può essere lo Stato. Rimbalza sui giornali l’ipotesi di una sorta di corridoio di emergenza della durata di sei mesi, nel corso dei quali i Paesi in difficoltà possono aiutare le proprie banche a superare la tempesta Brexit. Per l’Italia la “scusa” della Brexit potrebbe essere l’occasione buona per ottenere una deroga alle regole europee e risolvere debolezze storiche che nessuno ha mai voluto affrontare. 

Ma la cifra di cui si parla (non confermata da fonti ufficiali) gira intorno ai 40 miliardi di euro, diversi miliardi in più della legge di stabilità 2015 per la quale il governo ha dovuto raschiare il fondo del barile. Quindi, cosa facciamo?Facciamo un’altra manovra lacrime e sangue facendo ricadere sui cittadini l’incompetenza di chi ci governa da anni? Sforiamo il tetto deficit/PIL rischiando l’apertura di una procedura d’infrazione? Mettiamo a rischio, tramite la CDP, tutto il risparmio postale degli italiani? troviamo con una bacchetta magica investitori privati disposti a fare beneficenza per 40 miliardi?

Le cronache di oggi, per tentare una risposta a queste domande, ipotizzano il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità, una delle tre gambe della Troika, già stato in Grecia, Irlanda, Spagna, Cipro e Portogallo per i piani di salvataggio. Ma anche l’intervento dell’ESM non sarebbe senza ripercussioni economiche e politiche, uno smacco per il “Governo del fare” abituato a risolvere i problemi senza chiedere l’aiuto di nessuno, figuriamoci della Troika.

Insomma, da una parte la Brexit potrebbe avere il merito di alleggerire le rigidità europee e rappresentare una “scusa” per intervenire su problemi e debolezze che niente hanno a che fare con il Regno Unito, ma che ci trasciniamo dietro da decenni; dall’altra, però, il rischio è che a pagarne il prezzo, alla fine dei conti, siano sempre i soliti noti.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/brexit-le-banche-italiane-tremano-e-il-governo-pensa-al-paracadute-demergenza-ipotesi-e-criticita

 

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