Smart Working: il lavoro agile presto sarà legge. Ecco diritti e doveri dei dipendenti "smart"

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Qualcuno l’ha già definita la rivoluzione copernicana del lavoro dipendente: forse è presto per parlare di rivoluzione, ma di certo lo smart working si sta facendo spazio anche nel dibattito italiano e presto avrà anche un quadro normativo entro cui prendere piede nel Paese. Lo Smart Working intende cambiare il vecchio paradigma fordista del lavoro, spostando il lavoratore da una postazione fissa raggiunta dopo aver timbrato il cartellino ad una tipologia di lavoro più flessibile, più adatta al nuovo modo di intendere il lavoro. E non si tratta soltanto di voler conciliare i tempi di vita e lavoro, e aiutare mamma e papà nella gestione della casa e dei figli, lo Smart Working è qualcosa di più. Lo Smart Working gira intorno al concetto di produttività: lasciando il dipendente libero di organizzarsi spazi, tempi e luoghi di lavoro si rende più responsabile del proprio operato e si possono fissare degli obiettivi di produttività da raggiungere in totale autonomia.

Multinazionali e imprese stanno già sperimentando o discutendo da tempo di Smart Working, o per dirla all’italiana di “lavoro agile”, ma a breve questa nuova modalità di lavoro troverà anche uno spazio tra le leggi dello Stato. Il 27 luglio scorso, infatti, la commissione Lavoro del Senato ha dato il via libera al disegno di legge sul lavoro autonomo che dovrà ora passare all’esame dell’aula, quasi sicuramente dopo la pausa estiva.

Smart working: cos’è

Il disegno di legge sullo Smart working è stato presentato dal Governo come delega nella legge di Stabilità 2016 e per la fine dell’anno potrebbe diventare legge dello Stato. I principi cardine del lavoro agile sono semplici: vengono meno i vincoli legati a luogo e orario lavorativo; il dipendente organizza il lavoro in piena autonomia e flessibilità; acquista maggior importanza la responsabilità personale dei risultati ottenuti.

In Italia lo Smart Working ha un suo precedessore nel telelavoro che, però, presenta alcune differenze significative. Introdotto nel settore privato (nel pubblico è regolamentato dal DPR 70/99) nel 2004 tramite l'Accordo Interconfederale del 09/06/2004 (recependo l'Accordo quadro europeo del 2002), il telelavoro prevede delle postazioni remote fisse dalle quali il lavoratore deve svolgere in determinati orari il proprio lavoro. Il telelavoro è stato prevalentemente usato per venire incontro alle esigenze di lavoratori disabili, senza mai riuscire a trasformarsi in uno strumento di flessibilità organizzativa per l'azienda. Lo Smart Working può essere considerato una sua evoluzione, resta il principio del lavoro esterno all’ufficio, ma il lavoro agile presenta maggior flessibilità per quanto riguarda tempi e luoghi.

La legge sullo smart working

Il tema dello Smart Working non è nuovo per il parlamento italiano. È di gennaio 2014 una proposta di legge dell’europarlamentare del PD Alessia Mosca, 9 articoli per definire il quadro normativo dello Smart Working, rimasti per quasi due anni in un cassetto di Montecitorio e recentemente portato in discussione dal governo Renzi.

La legge sullo Smart Working prevede che datore di lavoro e dipendente sottoscrivano un accordo individuale, sia a tempo determinato che indeterminato, per disciplinare la nuova tipologia di lavoro. Questo accordo deve definire:

  •       le forme di esercizio del potere direttivo del datore di lavoro;
  •       gli strumenti tecnologici utilizzati dal lavoratore;
  •       i tempi di riposo;
  •       l’esercizio del potere di controllo del datore, nei limiti della disciplina dei controlli a distanza;
  •       le condotte legate al lavoro esterno all’ufficio che danno luogo a sanzioni disciplinari.

Il pilastro portante dello Smart Working deve essere un rapporto di fiducia tra il datore di lavoro e il dipendente che, sentendosi più libero di organizzare luoghi e tempi di lavoro, può garantire maggior produttività all’azienda. In questo modo a guadagnarci sono tutti: i dipendenti guadagnano tempo, flessibilità ed energie per esempio sprecate per andare e tornare dal luogo di lavoro; il datore di lavoro ci guadagna in termini di spese per la gestione dell’ufficio che perde di centralità, e in produttività dei dipendenti.

Per quanto riguarda i diritti del dipendente, restano validi tutti i diritti “tradizionali” come la tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Il testo italiano, nel recente passaggio in commissione Lavoro, ha accolto il “diritto alla disconnessione” introdotto nella disciplina francese: si prevede che con un accordo aziendale tra dipendente e datore si stabiliscano le regole per lasciare tempi liberi dalla connessione con l'ufficio.

La legge sullo Smart Working, inoltre, prevede che lo stipendio del dipendente che lavora all’esterno dell’ufficio non possa essere inferiore a quello dei dipendenti che svolgono la stessa mansione all’interno dell’azienda.

Lo Smart Working in Italia

Come spesso accade la pratica e le tendenze della società anticipano l’operato del legislatore. Secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2015 il 17% delle imprese italiane ha dichiarato di aver avviato progetti di smart working, il 14% si dichiara in una fase “esplorativa” mentre un altro 17% ha già progettato iniziative legate a ruoli specifici all’interno dell’azienda. In pratica quasi il 50% delle grandi aziende italiane sta sperimentando lo smart working, un approccio più “agile” all’organizzazione del lavoro. Insomma, si parla ancora di percentuali contenute soprattutto per quanto riguarda le piccole aziende, ma l’impressione è che nella società italiana qualcosa stia già cambiando.

Ne sono una dimostrazione i recenti rinnovi dei contratti nazionali che hanno spalancato la porta allo Smart Working anche in settori apparentemente meno adatti ad accogliere questa novità. Lo Smart Working in teoria può essere valido per tutti i lavori, ma ovviamente si applica più facilmente a lavori di tipo intellettuale che non implicano necessariamente la presenza del lavoratore in ufficio o per esempio sulla catena di montaggio (in quest'ultimo caso diventa molto più complicato).

Ma negli ultimi mesi si parla di Smart Working, non solo nei settori che per primi hanno accolto questa novità, come quello bancario, assicurativo, delle telecomunicazioni o dell'informatica, ma anche nel recente accordo tra i metalmeccanici di Cisl e Uil e le piccole e medie imprese rappresentate da Confimi. Ad oggi, senza ancora una disciplina approvata, gli accordi integrativi sullo Smart Working, individuati dall'Osservatorio Adapt, sono oltre 15. In questa situazione ancora in via di definizione ogni azienda stipula accordi in base alle proprie esigenze produttive o interpretazione dello Smart Working: Wind prevede 6 giorni al mese di lavoro fuori dall’ufficio; 8 per Intesa Sanpaolo, uno a settimana per A2A, 2 per Zurich oppure, 32 ore mensili per Barilla. A queste si aggiungono anche altre grandi aziende come BNP, Generale Motors Powertrain, Snam e Banca Etica.

Questa carrellata conferma che, almeno per il momento, a sperimentare lo Smart Working sono soprattutto grandi aziende multinazionali. Approvare la legge sul lavoro agile è quindi importante per fornire un quadro normativo in grado di superare le incertezze e spingere le aziende interessate ad intraprendere forme innovative di sperimentazione del lavoro fuori dall’ufficio.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/smart-working-il-lavoro-agile-presto-sara-legge-ecco-diritti-e-doveri-dei-dipendenti-smart-1461536

 

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