Jobs act, 80 euro, TASI e IMU: la ricetta economica del Governo Renzi che ha portato l’Italia alla crescita zero

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Il dato è fresco, ma le cause sono ben note: la scorsa settimana l’ISTAT ha rivelato che la crescita del PIL italiano nel secondo trimestre dell’anno è stata zero, non zero virgola qualcosa, ma zero e basta. I membri del Governo sempre pronti con gli hastag #italiariparte, #lasvoltabuona, #cambioverso si sono all’improvviso ammutoliti, probabilmente nascondendo lo smartphone e la testa sotto la sabbia.

PIL fermo al palo

Lo stallo dell’economia italiana è dovuto in gran parte alla ricetta economica che il Governo Renzi ha messo in campo negli ultimi due anni. Una serie di misure spot, o chieste da quello e quell’altro che, al netto degli scopi propagandistici e prettamente politici, non hanno sortito gli effetti sperati sulla traballante economia italiana. E così mentre altri Paesi che hanno sofferto la crisi come e più di noi, vedi la Spagna, nel 2016 cresceranno davvero (la Spagna stima un 2,6% di PIL), l’Italia resta ancora una volta ferma al palo. Il PIL italiano del 2016 doveva crescere dell’1,2%, poi lo stesso ministro dell’economia Padoan sfiduciato dai primi dati economici ha parlato di un 1%, ma secondo molti sarà grasso che cola arrivare allo 0,9%.

Come abbiamo già spiegato, questo risultato deriva dalla totale mancanza di una ricetta economica in grado di rafforzare la crescita, dell’ennesima occasione mancata. Nel 2015 la congiuntura economica mondiale era favorevole, molti erano i fattori che spingevano in positivo l’economia italiana e del resto d’Europa. Ma invece di cavalcare l’onda mettendo in campo riforme per sostenere il rilancio della produzione, del lavoro, dei consumi, degli investimenti, il Governo ha cavalcato l’onda della propaganda prendendosi meriti che non gli spettavano, facendo riforme inutili (o al massimo poco utili) e costose e portando l’Italia alla crescita zero. E adesso purtroppo il vento è cambiato, le condizioni favorevoli si sono affievolite o sono state sostituite da fattori di rischio e incertezza che tengono l’Italia con il freno a meno tirato.

Le scuse per la crescita zero

In questi giorni qualcuno ha tentato una difesa dell’operato del Governo dando la colpa del triste risultato del PIL a Brexit, attentati ed emergenza migranti. Partiamo dalla prima: si tratta di una scusa ridicola. Il trimestre a crescita zero riguarda i mesi di aprile, maggio e giugno, e il voto del referendum si è svolto il 23 giugno, l’ultima settimana dell’ultimo mese del trimestre, difficile pensare che possa aver influenzato retroattivamente tutto il trimestre.

Per quanto riguarda gli attentati, per fortuna, al momento l’Italia non è ancora stata oggetto di episodi di violenza, e volendo essere cinici, i fatti internazionali hanno spinto in positivo il turismo italiano perché in molti hanno deciso per l’estate 2016 di viaggiare in macchina e rimanere in patria e una fetta di turisti internazionali ha virato sull’Italia, sentita, per il momento, come meta sicura.

La terza scusa, quella dei migranti, è la più plausibile, ma certamente non è una novità. Purtroppo l’Italia, essendo la porta per l’Europa, affronta da anni l’emergenza di sbarchi continui, poche risorse, e scarsa organizzazione. Non è certo una novità del terzo trimestre del 2016. Sorvolando sulle scuse ridicole, quindi, vediamo la ricetta del Governo Renzi che ha portato l’Italia al terzo anno di PIL a zero virgola qualcosa.

Le misure del Governo

La più famosa e più criticata novità della legge di stabilità 2014 è stato il bonus di 80 euro. Riservato ai dipendenti con reddito tra 8 e 24mila euro l’anno, il bonus varato a poche settimane dalle elezioni europee avrebbe dovuto rilanciare i consumi. In realtà, in questi due anni di bonus 80 euro, i consumi non hanno registrato il rialzo sperato: come previsto, infatti, i contribuenti dopo anni di crisi in cui hanno eroso il proprio tesoretto di risparmi, hanno messo gli 80 euro mensili in banca, senza aumentare i propri consumi. Insomma gli 80 euro hanno fatto ottenere al Governo Renzi un ottimo risultato alle elezioni europee, ma non hanno rilanciato i consumi del Paese costando oltretutto 9,5 miliardi di euro l’anno. Quasi 10 miliardi l’anno buttati.

Il premier Renzi, in questi anni di Governo è riuscito anche a realizzare il sogno della destra italiana e di Confindustria: rendere molto più semplici i licenziamenti dei lavoratori.Tutto grazie al jobs act e al contratto a tutele crescenti. Inoltre ha stanziato anche ingenti risorse per la decontribuzione dei nuovi contratti a “tempo indeterminato”, contratti che comunque sarebbero nati per legge, per cui la decontribuzione è risultata in mero spreco di denaro. Con la Legge di stabilità per il 2015 ha stanziato 11,8 miliardi per il triennio 2015-2017 (1,886 miliardi di euro per il 2015, 4,885 per il 2016 e 5,030 per il 2017, a cui vanno aggiunti i costi da corrispondere tra il 2018 e il 2019), stimando un aumento di contratti a tempo indeterminato pari a circa un milione.

Come abbiamo più volte commentato la decontribuzione ha fatto registrare un picco di contratti a dicembre 2015, perché dal primo gennaio 2016 l’importo e la durata del bonus assunzioni è stato dimezzato. Il bonus quindi ha “drogato” per qualche mese il dato delle assunzioni (che comunque in buona parte sono solo trasformazioni di vecchi contratti) senza, però, far ripartire davvero l’occupazione. Per questo, infatti, sarebbe necessario un taglio strutturale del costo del lavoro e non una misura spot che esaurisce i suoi effetti nel giro di un anno. Infine, c’è da notare che questi “contratti a tempo indeterminato” in realtà sono contratti a tutele crescenti, quelli previsti dal Jobs act che niente hanno a che vedere con i vecchi contratti “stabili”.

Per aiutare le imprese il Governo ha anche messo in campo 2,3 miliardi per l’ammortamento degli investimenti e altri 5 miliardi per il taglio della componente lavoro dell’IRAP. Misure apprezzate da Confindustria e da CNA, ma non in grado di rilanciare la produzione italiana. A giugno 2016 l’Italia ha registrato un calo della produzione industriale dell’1% rispetto al 2015, la maggior caduta tendenziale dal maggio dello scorso anno.

Infine, il piatto forte del Governo Renzi è stata l’abolizione di IMU e TASI. L’obiettivo era di eliminare la tassa più odiata dagli italiani e spingere la ripresa del settore delle costruzioni andato in coma profondo negli anni della crisi. La novità è stata certamente apprezzata dai proprietari di casa, ma non dall’ANCE che negli investimenti in nuova edilizia residenziale prevede nel 2016 un ulteriore calo del 3,4% sul 2015. Il discorso in questo caso è anche di “opportunità”: il costo annuale dell’abolizione di IMU e TASI (in termini di minori entrate) è di 4,6 miliardi di euro, risorse che sarebbero potute andare su altri capitoli di spesa prioritari, e magari in grado di spingere la ripresa del Paese anziché portare soltanto voti nelle casse del PD.

Insomma, soltanto citando le principali riforme si parla di oltre 30 miliardi di euro utili più a raccogliere consensi che a spingere l’economia dell’Italia. E che il risultato della ricetta economica del Governo sia davvero scarso non lo dicono i gufi, lo dice l’ISTAT.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/jobs-act-80-euro-tasi-e-imu-la-ricetta-economica-del-governo-renzi-che-ha-portato-litalia-alla

 

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