Da Ventotene un piano Juncker straordinario per la cultura, ma quello originale ancora non decolla

E-mail Stampa PDF

È in programma per oggi 22 agosto il vertice di Ventotene, un incontro tra il premier Matteo Renzi, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande che intendono “rifondare l’Europa” dopo la Brexit, dicono. Per farlo il premier Renzi, secondo un’anticipazione di Repubblica, ha intenzione di lanciare un nuovo piano Juncker per la cultura, cioè “investimenti fuori dai vincoli del patto per restaurare e valorizzare luoghi simbolo dell'identità europea”.

Per difendere l’Europa dagli attacchi terroristici e dalla disgregazione iniziata con il referendum per l’uscita del Regno Unito dell’UE, Renzi proporrà di puntare sugli investimenti in cultura, considerati strategici “un'ottica di battaglia identitaria” dell’Europa, per riaffermarne i valori e l'unità. La proposta nasce sulla scia del piano Juncker originale, un pacchetto consistente di investimenti lanciato nel 2014 e partito nel 2015 per finanziare importanti progetti europei. Ma il piano Juncker ad un anno dal suo inizio sembra andare a rilento con una lunga procedura per la scelta dei progetti e lo sblocco dei finanziamenti. Tuttavia, il piano ha durata triennale e un vero bilancio potrà essere fatto soltanto alla fine. 

Piano Juncker, cos’è e a che punto siamo

Il piano Juncker per gli investimenti è stato presentato a fine novembre 2014 dal presidente dell’esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker al parlamento di Strasburgo. Il piano prevede l’uso di 315 miliardi di euro in un triennio per finanziare settori strategici e rilanciare crescita e occupazione. Secondo la Commissione il piano potrebbe far lievitare di 330-410 miliardi di euro il PIL europeo e creare da 1 a 1,2 milioni di posti di lavoro.

Negli anni della crisi economica il livello degli investimenti europei è crollato. Per questo Juncker ha presentato un piano che, tramite una serie di effetti leva, intende attivare il fondo di investimenti strategici europei, per finanziare progetti più rischiosi di quelli che sostiene di solito la Banca europea degli investimenti (BEI).

Il Consiglio Europeo e il Parlamento hanno approvato la creazione di un fondo ad hoc chiamato Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI), nato con una dotazione di 21 miliardi di euro provenienti da due fonti: 5 miliardi della BEI e altri 16 dal bilancio europeo. Queste risorse, utilizzate sotto forma di garanzia, dovrebbero attivare investimenti privati con un moltiplicatore di 15 a 1 e, quindi, portare allo sblocco di 315 miliardi di investimenti nel triennio. I progetti da finanziare saranno scelti da una lista presentata da Paesi dell’UE. Commissione europea e BEI li sceglieranno in base al loro valore aggiunto europeo e del loro valore economico privilegiando quelli che riguardano infrastrutture strategiche, come quelle energetiche e di fibra ottica, ma anche trasporti e scuola, ricerca e innovazione.

Ad un anno dall’attivazione del piano Juncker, a che punto siamo? A fronte di un piano che, sulla carta, sembra poter funzionare, nei primi 12 mesi sono emerse criticità dal punto di vista della sua applicazione e dei tempi burocratici per l’effettivo sblocco dei finanziamenti.

A giugno 2016 la Federazione banche, assicurazioni e finanza (FEBAF), il fondo europeo per gli investimenti (FEI) e la BEI hanno organizzato un convegno a Roma per fare il punto sul primo anno di piano Juncker. Nel primo anno la BEI ha approvato finanziamenti per 17,7 miliardi che hanno sbloccato investimenti complessivi per 106,8 miliardi, il 34% dei 315 auspicati. Dunque “siamo a un terzo di investimenti realmente sbloccati”, ha ricordato il vicepresidente della Banca Europea per gli investimenti, Dario Scannapieco.  Se il presidente Juncker vuole mantere le promesse in termini di investimenti e posti di lavoro i tempi dovranno essere accelerati.

In particolare, in Italia la BEI ha finanziato 40 progetti per un totale di 2 miliardi di euro destinati a prestiti, garanzie ed equity che hanno sbloccato 13,7 miliardi di investimenti. Luigi Abete, numero uno di BNL e FEBAF, nel corso dell’incontro a Roma, ha spiegato che “sì, il piano Juncker è un piano intelligente, ma nettamente insufficiente rispetto al bisogno di investimenti in Europa. Tutti, oggi, fanno meno investimenti di quello che dovrebbero e l’Europa ne fa di meno perché è complicata per sua natura”.

Piano Juncker per la cultura

Partendo dal presupposto che ogni proposta utile a sostenere gli investimenti in cultura debba essere ben accolta, resta, però, il dubbio della sua efficacia. In primis guardando gli scarsi risultati ottenuti dal piano Juncker originale dopo il primo anno dalla sua attivazione. E poi perché, per come viene presentato dal premier, a questo piano Juncker verrà dato un compito decisamente fuori dalla sua portata. Per quanto la cultura identitaria di un Paese (o Unione) sia importante per riaffermarne l’unità, è difficile pensare come alcuni investimenti in cultura fatti qua e là per l’Europa siano in grado di risolvere i problemi strutturali di un’Unione sempre più in affanno. Insomma, ben venga l'idea di un piano per la cultura, ma prendiamolo per quello che è: una proposta di facciata, davvero utile solo sulla carta. 

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/da-ventotene-un-piano-juncker-straordinario-la-cultura-ma-quello-originale-ancora-non-decolla

 

Menu Principale

Risorse Utili