Legge di stabilità e spending review, una vecchia storia: i trucchetti per tagliare solo a parole i costi della politica

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Ci avviciniamo alla presentazione della prossima legge di stabilità e come vuole la tradizione si riapre il balletto intorno alla spending review, il cavallo di battaglia di ogni Governo, ma che alla fine non viene mai messo in condizione di correre.

Anche il Governo Renzi ha seguito l’esempio dei suoi predecessori nominando un commissario con tutti gli attributi del caso, chiedendo di trovare un tot di miliardi di sprechi e spese inutili e poi quando si è trovato un dossier sul tavolo, l’ha messo nel cassetto, ben nascosto. E così anche Roberto Perotti, dopo Piero Giarda nel 2012, Enrico Bondi nel 2013 e Carlo Cottarelli nel 2014 è stato archiviato insieme alla sua ipotesi di spending review.

Ma il lavoro di Roberto Perotti sugli sprechi italiani è diventato un libro, Status Quo – Perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”, in cui l’ex commissario spiega la differenza tra l’apparenza e la sostanza. Dietro agli annunci e ai proclami, in realtà, in molti casi si sono nascosti piccoli trucchetti o meccanismi utili a lasciare le cose così com’erano, soprattutto quando si tratta di costi della politica.

Il problema è annoso: non si può chiedere alla classe politica italiana, una delle più voraci in Europa, di togliersi da sola il terreno sotto i piedi. E allo stesso tempo non si può nemmeno chiedere ad una classe politica fatta di favori, corruzione, do ut des di andare a tagliare su partecipate, Corte Costituzionale, manager delle aziende, PA, dandosi la zappa sui piedi.

Ma allora perché ogni anno torna in ballo la spending review? E perché ogni Governo nomina un nuovo commissario annunciando tagli drastici e strutturali? Perché per la politica contano solo gli annunci e in un Paese in cui il fact cheking è una pratica sempre più rara è facile far passare gli annunci per realtà. Il Governo Renzi aveva annunciato 10 miliardi di euro di tagli alla spesa, che poi con la legge di stabilità sarebbero dovuti diventare 20. Alla fine dei conti, il Governo Renzi ha tagliato soltanto 5 miliardi, ovvero lo 0,5% dei circa 700 miliardi di euro l’anno di spesa pubblica corrente, al netto degli interessi.

Non solo. Secondo la Corte dei conti, oltretutto la timida spending review del Governo Renzi ha toccato poco gli sprechi, ma ha ridotto o comunque peggiorato i servizi ai cittadini. Il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri ha spiegato che la spending review del premier “non è più solo riconducibile a effettivi interventi di razionalizzazione e di efficientamento di strutture e servizi, quanto piuttosto a operazioni assai meno mirate di contrazione, se non di soppressione, di prestazioni rese alla collettività”. Insomma, dalla spending review del governo “è derivato un progressivo offuscamento delle caratteristiche dei servizi” al cittadino.

Eppure di sacche di sprechi da cui attingere per fare economia di spesa il commissario Perotti ne aveva individuate tante. In cima alla lista di Perotti ci sono i privilegi dei dirigenti e quelli della classe politica. I dirigenti ministeriali italiani per esempio sono molto più numerosi di quelli della Gran Bretagna dove i servizi della pubblica amministrazione risultano tra i più efficienti d’Europa e, inoltre, sono anche pagati circa il 20% in più dei loro omologhi stranieri. E ogni tentativo di arginare il fenomeno dei dirigenti strapagati è andato vano. Il tetto dei 240mila euro di retribuzioni introdotto dal Governo Renzi in realtà è facilmente aggirabile e, spiega Perotti, i tentativi di bloccare questi escamotage sono considerati incostituzionali dalla Corte. Quindi si torna al punto di partenza.

Per non parlare dei giudici della Corte costituzionale, coloro che devono decidere se le leggi, per esempio quelle che tagliano o mettono un freno agli stipendi d’oro di classe politica e sè stessi, sono ammissibili o meno. Qui il conflitto di interessi è lampante. E infatti, i giudici italiani della Corte costituzionale guadagnano 360mila euro “più del doppio di quelli francesi, esattamente il doppio di quelli statunitensi e circa due terzi più di quelli britannici e canadesi”, spiega Perotti.

Anche sui tagli ai costi della politica, basta qualche trucchetto per lasciare lo status quo. Gli stipendi dei consiglieri regionali, per esempio, hanno un tetto (introdotto dal Governo Monti) di 11.100 euro lordi, ma in realtà in cinque anni la riduzione media in Italia è stata soltanto del 5%, e in alcune Regioni il compenso per i politici regionale è addirittura cresciuto. Il tetto, qui sta il trucchetto, vale soltanto per il compenso lordo e non per le sue componenti, quindi basta diminuire l’indennità di carica (che viene tassata) e aumentare il rimborso spese (non tassato) per avere un netto più alto.

Per non parlare degli stipendi dei parlamentari che tra rimborsi, indennità, diaria e privilegi vari restano tra i più pagati d’Europa. Tagliare i privilegi o, come propone il numero uno dell’INPS, Tito Boeri, ricalcolare con il metodo contributivo gli assegni oltre i 3.500 ridurrebbe le spese di circa un terzo.

Non si tratta di cifre in grado di risollevare le sorti del Paese, è chiaro, ma sarebbero un tentativo da parte del Governo di cercare di ricucire lo strappo tra la politica dei privilegi e i cittadini a cui si chiedono continui sacrifici.E non solo. Un piano serio di spending review, che preveda risparmi e tagli anche di importi contenuti, ma su tutta la lunga lista di categorie coinvolte, darebbe comunque risultati interessanti.

Al contrario, in questi giorni in cui si è tornati a parlare di spending review, le ipotesi sul tavolo riguardano due miliardi di risparmi dalla sanità, minori trasferimenti alle Regioni, che alla fine vanno a pesare sui servizi ai cittadini, razionalizzazione delle aziende partecipate e potenziamento delle centrali d’acquisto. La prossima legge di stabilità varrà tra i 23 e i 26 miliardi e se Bruxelles non ci darà il via libera per un rapporto deficit/PIL al 2,4% anziché all’1,8% come stabilito, per il Governo non sarà facile reperire le risorse necessarie. Buona parte dovrà arrivare dalla spending review, ma visti i precedenti, il timore è che si continui sulla strada dei tagli ai servizi per i cittadini oppure si metta un’altra bella clausola di salvaguardia per rinviare al 2018 eventuali aumenti di IVA o accise in caso i conti non tornassero. Comunque sia, i veri sprechi e i privilegi della classe politica e dirigente del Belpaese resteranno lì dove sono sempre stati. 

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/legge-di-stabilita-e-spending-review-una-vecchia-storia-i-trucchetti-tagliare-solo-parole-i-costi

 

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