Brexit: il Regno Unito brancola nel buio ancora prima di aprire i negoziati. Ecco tutti i problemi politici ed economici da risolvere

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Il Regno Unito non ha ancora fatto nemmeno il primo passo verso la porta di uscita dall’Unione europea che già si moltiplicano i problemi interni ed esterni. A sparigliare le carte in tavola potrebbe arrivare la sentenza dell’Alta Corte di Londra, chiamata a pronunciarsi da una business woman londinese, che potrebbe confermare una decisione di un tribunale inferiore e rigettare l’ipotesi che il Regno Unito possa uscire dall’UE senza passare dal voto parlamentare. In testa al coro di coloro che chiedono un nuovo voto sulla Brexit ci sono Scozia, Nord Irlanda e Galles che vogliono almeno avere voce in capitolo sulla modalità di uscita del Paese dall’Unione.

Mentre il partito euroscettico del premier Theresa May lavora per quella che è stata definitiva una "hard Brexit", è sempre più folta la schiera di coloro che, al contrario, spingono per un’uscita "soft" che non preveda per esempio l’addio al mercato unico.

I benefici economici dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, infatti, al momento nemmeno si intravedono, mentre l’esito del voto del referendum del 23 giugno ha già presentato un conto, in termini di buco di bilancio, di circa 100 miliardi di sterline. E le modalità con cui il Regno Unito dirà addio all’Unione europea sono un rebus di difficile soluzione che sta mostrando tutti i suoi interrogativi. È dei giorni scorsi la polemica innescata da Boris Johnson, ex sindaco di Londra, campione di Brexit e ora ministro degli Esteri britannico, che ha minacciato l’Italia di non poter più esportare prosecco nel Regno Unito se il Paese uscirà dal mercato unico.

Il Governo di Londra dà l’impressione di essere spaccato al suo interno, con il premier May da una parte e il cancelliere Hammond dall’altra, ma sembra anche brancolare nel buio quando si tratta di fissare i termini dell’uscita del Paese dall’UE: i sostenitori della Brexit vorrebbero prendersi i benefici di una ritrovata indipendenza come la facoltà di chiudere le frontiere all’immigrazione, ma dall’altra non vogliono perdere i benefici derivanti dalla presenza all’interno del mercato unico europeo. Prospettiva che Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ha definito “intellettualmente impossibile, politicamente non realizzabile”.

La Brexit deve passare dal Parlamento?

Si chiama Gina Miller la donna d'affari che potrebbe cambiare il destino del Regno Unito e dell’UE. Nel mese di ottobre la Miller si è rivolta ai tribunali presentando un ricorso contro la decisione del premier May di procedere con l’iter di uscita dell’UE in base all’esito del referendum consultivo del 23 giugno scorso senza un voto parlamentare. Il tribunale ha dato ragione alla signora Miller, e ora il caso è arrivato all'Alta Corte di Londra, tribunale di massima istanza, che a gennaio deciderà definitivamente se il Parlamento del Regno Unito dovrà dire la sua per l'attivazione dell'articolo 50 del Trattato dell’Unione, quello che prevede la possibilità per un Paese membro di dire addio all’Unione.

“Brexit seconda”: ci sarà un altro referendum?

La decisione della Corte potrebbe davvero cambiare il corso della storia. La May potrebbe doversi presentare in parlamento, spiegare che tipo di Brexit vuole negoziare con i vertici dell’Unione e affrontare il voto della Camera dei Comuni e quella dei Lord. E non è detto che il parlamento confermi il voto popolare. In quel caso si aprirebbe un’altra fase di profonda incertezza: il Governo potrebbe cercare un accordo soft, indire un nuovo referendum oppure andare ad elezioni anticipate cercando nuova conferma nel voto popolare.

Di certo l’affare si complicherrebbe notevolmente e i tempi indicati per l’addio del Regno Unito dall’UE sarebbero destinati a saltare. Il premier, infatti, dovrebbe invocare l’attivazione dell’articolo 50 entro il marzo 2017 e iniziare i negoziati con i vertici dell’Unione per ridefinire gli accordi commerciali, politici ed economici tra il Regno Unito e l’Unione europea a 27 membri. Ma prima di iniziare l’iter sarebbe il caso che il Governo di Londra avesse le idee ben più chiare su quale tipo di Brexit chiedere all’Unione. Prendere soltanto benefici ed evitare le conseguenze negative non è possibile.

Sul punto si focalizzano le critiche dei contrari alla Brexit, ma anche di Scozia e Galles che vorrebbero un passo indietro del Governo o almeno una soft Brexit che non preveda l’uscita del Paese dal mercato unico. Il Governo scozzese, guidato dalla premier Nicola Sturgeon, ha annunciato il sostegno alla battaglia condotta dalla Miller contro il Governo di Londra. A giugno infatti, gli scozzesi hanno votato a maggioranza per rimanere nell’Unione e ora vorrebbero evitare l’uscita o almeno poter optare per la soft Brexit.

Se, al contrario, prevalesse la posizione dell’ala più euroscettica del Governo di Londra, la Scozia minaccia di indire un nuovo referendum (uno si è svolto due anni fa) per decretare la secessione del Paese dal Regno Unito e quindi poter negoziare con l’Unione la permanenza all’interno del mercato unico.

Ancor prima di iniziare il negoziato vero e proprio con l’Unione europea quindi, il Governo del Regno Unito deve affrontare le divisioni interne. Il premier May ha invitato Scozia, Irlanda del Nord e Galles alla discussione sui termini per l’uscita del Paese dall’UE, ma senza dare loro la possibilità di far votare i rispettivi parlamenti sull’accordo.

Al momento resta tutto sospeso fino a gennaio, quando l’Alta Corte dovrà discutere il ricorso del Governo contro la decisione di far votare il parlamento di Londra sulla Brexit.

Mercato unico e conseguenze della Brexit

Come abbiamo già spiegato gli eventuali benefici di un Regno Unito fuori dall’Unione europea arriveranno soltanto nel medio-lungo periodo. Al momento invece, il voto del 23 giugno scorso ha presentato un conto di circa 100 miliardi di sterline di buco di bilancio.A cui si aggiunge le quota di contributi dovuti dal Paese all’UE, pagamento che sarà sospeso soltanto quando la Brexit sarà davvero realtà.

La conseguenze economiche dell’uscita, minimizzate dai sostenitori della Brexit in campagna elettorale, stanno diventando realtà. E crescono le preoccupazioni su cosa potrebbe accadere nel caso in cui il Paese uscisse dal mercato unico europeo.

Boris Johnson, con la sua ultima uscita sul Prosecco italiano, ha mostrato quanto nervosismo ci sia intorno a questo tema. L’ex sindaco di Londra ha consigliato al governo italiano di appoggiare la linea del premier britannico sul mercato unico per permettere agli imprenditori italiani di continuare a vendere il loro vino in Gran Bretagna. A Johnson ha ribattuto il ministro dello Sviluppo economico italiano, Carlo Calenda, che ha definito “offensivo” il tentativo dell’ex sindaco di Londra di indirizzare la linea italiana in base ad una minaccia sull’export di Prosecco.

Il botta e risposta Londra-Roma però, indica chiaramente qual’è il nodo che il Governo inglese si troverà a dover sciogliere: l’Europa non permetterà mai al Paese di godere soltanto dei benefici della Brexit senza far pesare anche gli svantaggi. Ma Londra sa benissimo che in caso di uscita dal mercato unico europeo il primo Paese a rimetterci in termini economici sarà il Regno Unito: l'Italia potrà anche vendere meno Prosecco in un Paese, ma il Regno Unito avrà le stesse difficoltà in 27 Paesi, che rappresentano il più grande mercato del mondo.

Chi ci perde dovrebbe essere sufficientemente chiaro.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/brexit-il-regno-unito-brancola-nel-buio-ancora-prima-di-aprire-i-negoziati-ecco-tutti-i-problemi

 

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