Referendum: il Financial Times lancia l'allarme sulle banche italiane. Ecco perché ha scoperto l'acqua calda

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A poco meno di una settimana dal fatidico voto del referendum confermativo sulla riforma costituzionale arriva un’altra stoccata dal Financial Times sui rischi di un’eventuale vittoria del No. In realtà il famoso quotidiano economico ha scoperto l’acqua calda dicendo che le banche italiane, con tutti i problemi che hanno, saranno ancora più in difficoltà in caso di maggior volatilità sui mercati e di apertura di una fase politica di incertezza, soprattutto in caso di dimissioni del premier Renzi e arrivo di un Governo tecnico.

Secondo il FT sarebbero otto le banche a rischio fallimento in caso di vittoria del No al referendum. In cima alla lista, ovviamente, c’è MPS che sta attraversando la fase più delicata della sua lunga storia, proprio di pari passo con un referendum costituzionale che segnerà il futuro politico ed economico del Paese. Al Monte si aggiungono tre banche di medie dimensioni, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige e le quattro piccole banche salvate l'anno scorso: Banca Etruria, CariChieti, Banca Marche e CariFerrara.

Il quotidiano della City scrive che con il referendum del 4 dicembre “fino a otto banche italiane in difficoltà saranno a rischio fallimento” perché, secondo gli analisti interpellati, l’incertezza che si creerà sui mercati scoraggerà gli investitori chiamati alle ricapitalizzazioni.

“Renzi, scrive il FT, che ha detto che si dimetterà se perderà il referendum, ha promosso una soluzione di mercato per risolvere i problemi da 4.000 miliardi di euro del sistema bancario italiano”. E nel caso di vittoria del No e di dimissioni di Renzi, analisti e banchieri temono “la protratta incertezza durante la creazione di un Governo tecnico”.  

Il sistema bancario italiano presenta molte criticità che né le autorità, né gli ultimi Governi italiani sono stati in grado di risolvere e la fase di incertezza creatasi con la campagna referendaria accentua l’instabilità e i rischi legati alle operazioni in corso o dietro l’angolo. Secondo il quotidiano, lo scenario peggiore vede la vittoria del No al referendum, il fallimento del salvataggio di banca MPS e un crollo generalizzato della fiducia degli investitori sul comparto bancario italiano che metterebbe a rischio anche le altre banche italiane alla ricerca di una “soluzione di mercato”.

Un altro dei timori del FT è che le eventuali difficoltà delle otto banche possano "minacciare l'aumento di capitale di 13 miliardi di euro di Unicredit, la prima banca italiana per asset e la sua unica istituzione finanziaria di rilievo, in calendario all'inizio del 2017".

Questo scenario preoccupa anche gli analisti europei che vedono nel voto referendario e nella condizione delle banche italiane, una bomba pronta ad esplodere in faccia all’intero comparto europeo. Il FT scrive che “la situazione è tenuta sotto stretta sorveglianza da banchieri e politici di tutta Europa e non solo, che temono che un fallimento di massa delle banche italiane possa innescare il panico in tutto il settore bancario della zona euro”.

Che il referendum costituzionale stia agitando le acque del comparto bancario italiano non è certamente una notizia. Anche qui ad IBTimes, senza bisogno di scomodare analisti del FT o banchieri europei, abbiamo più volte spiegato che la condizione già così precaria delle banche italiane non può di certo migliorare in un clima di guerriglia referendaria e incertezza politica.Ma non dimentichiamo che le carenze strutturali della banche e la montagna di crediti in sofferenze che le sta portando a fondo hanno radici lontane che niente hanno a che fare con la riforma costituzionale. 

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Il quadro delineato dal FT inoltre non è completo. Le banche italiane a rischio non solo soltanto quelle indicate nell’articolo, il panorama è molto più complesso. Al disastro di MPS, si aggiungono le difficoltà legate alla vendita delle quattro banche salvate, e dell’ipotesi di fusione della Popolare di Vicenza e Veneto banca dopo il flop degli aumenti di capitale, ma anche le difficoltà del matrimonio tra Banco popolare e BPM, il dilemma di UBI interessata a Banca Marche, Etruria e CariChieti per le quali però dovrebbe fare un aumento di capitale da 600 milioni, il maxi aumento da 13 miliardi di Unicredit e le difficoltà di piccole e medie banche del territorio comprese le BCCalle prese con la fase di transizione della riforma.

Insomma, il comparto bancario italiano sta attraversando una delle sue fasi più delicate e il clima creato da una campagna referendaria aggressiva e totalizzante non è certamente l’ideale per portare a termine operazioni di rafforzamento del capitale. La vittoria del No comporterà un aumento dell’incertezza sui mercati a causa degli interrogativi sul futuro del Governo Renzi, ma al contrario, la vittoria del Sì non farà dissolvere nel niente tutti i problemi delle banche italiane. Nel 2017, come abbiamo già spiegato, le banche dovranno affrontare altre importanti sfide che metteranno a repentaglio il sistema, indipendentemente dal risultato del referendum.   

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/referendum-il-financial-times-lancia-lallarme-sulle-banche-italiane-ecco-perche-ha-scoperto-lacqua

 

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