Referendum: il No fa tremare le banche. Cosa succede ora a MPS e compagnia bella?

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Al referendum confermativo sulla riforma costituzionale ha stravinto il voto contrario degli italiani. Ma stamattina, contrariamente a quanto previsto da alcuni analisti apocalittici, il sole è sorto nel Belpaese e non c’è stata alcuna invasione di cavallette. Anche il mercato, udite udite, ha tenuto allo shock delle immediate dimissioni di Matteo Renzi.Guardando nel complesso la reazione di euro, spread, rendimenti e Borsa, l’unica cosa che davvero desta preoccupazione sono le banche.

Come previsto infatti, è il comparto bancario a pagare il prezzo più alto della vittoria del No al referendum. Adesso per il Paese si apre una fase di incertezza politica, di fibrillazione finanziaria e di timore per la tenuta del sistema bancario.

Purtroppo il Governo non ha affrontato prima il problema delle banche italiane rimandando fino all’ultimo la ricerca di una soluzione per MPS e company. Ora però, che qualcosa deve essere fatto per il rafforzamento del capitale delle banche, sarebbe invece il momento di stare fermi, reggersi forte e aspettare che passi la tempesta. È quello che vorrebbe poter fare Marco Morelli, amministratore delegato di MPS, la banca che tra oggi e domani deve dare il via libera all’aumento di capitale da circa 5 miliardi (meno il valore dei bond convertiti). Se salta l’operazione di salvataggio di MPS, salta MPS e con la banca senese rischia di saltare buona parte del sistema bancario italiano.

Referendum: la reazione del mercato

Con l’annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi arrivate poco dopo la mezzanotte l’euro scivola a quota 1,05 sul dollaro, ritornando poi a 1,07 nella giornata di lunedì. La netta vittoria del No che ha spinto il premier ha farsi da parte, ha anche spinto gli investitori a riposizionarsi su uno scenario di incertezza. Dopo il discorso del premier la moneta unica europea ha rimbalzato in modo evidente. Anche Piazza Affari non sembra eccessivamente turbata dall’esito del referendum: il FTSE MIB a metà mattinata segna un timido rialzo trascinato la FCA, Saipem, Azimut e altri industriali, anche se la giornata è stata caratterizzata da forte volatilità e diversi cambi si segno. In profonda difficoltà soprattutto il comparto bancario.

Lo spread, come previsto, è in rialzo, ma al momento resta ampiamente sotto quota 200.La disponibilità della BCE di acquistare titoli di Stato italiani per la fase di incertezza più acuta, terrà sotto controllo spread e rendimenti.

Secondo Loris Centola, global head of private banking research di ‎Credit Suisse, “nel breve tempo assisteremo ad un ampiamento dello spread italiano di 20-50 punti base, ben oltre quota 200 punti, e ovviamente vendite sull'azionario, anche se qui i prezzi già scontavano una vittoria del No e quindi non mi aspetto un tracollo. Per quanto riguarda i BTP, invece, tale esito non era incorporato. La BCE potrebbe tamponare la fase più acuta, acquistando più titoli di Stato italiani di quanto già faccia. Poi sarà fondamentale il messaggio che darà dopo il meeting di giovedì: a questo punto potrebbe estendere il QE fino a settembre dell'anno prossimo. Per quanto riguarda le banche, che hanno bisogno di fare una serie di cose, come aumentare il capitale e vendere i crediti deteriorati, questi processi saranno per il momento congelati”.

Insomma la reazione negativa della finanza alla vittoria del No al referendum non ha proporzioni rilevanti, né tantomeno preoccupanti. L’andamento delle prossime settimane però sarà segnato dal modo in cui sarà gestita la crisi politica italiana.Se il presidente della Repubblica e i partiti riusciranno ad indicare una via per uscire dall’impasse, il mercato non potrà che festeggiare.

Referendum: cosa succedere ora per le banche?

Come previsto, il mercato non ha subìto alcuno shock per la vittoria del No al referendum. A Piazza Affari regna la volatilità con il listino che apre a -2% e poi rimbalza sopra la parità. La costante però della prima seduta post referendum è il profondo rosso dei bancari, le vere vittime delle dimissioni del premier Renzi.

Se c’è qualcuno su cui peserà negativamente la sconfitta del Governo e la fase di incertezza sono le banche italiane. Dei problemi strutturali delle banche italiane abbiamo parlato in tutte le lingue, abbiamo già detto che queste non sono responsabilità di Renzi, ma al Governo si può imputare la perdita di tempo prezioso. I problemi di un comparto bancario bollito e in equilibrio precario sono stati sottostimati dal Governo e mai affrontati come, invece, la situazione di emergenza avrebbe richiesto.

E ora nel momento di maggior instabilità finanziaria del Paese i problemi non sono più rinviabili. Il simbolo di questa situazione è MPS, croce e delizia del sistema bancario italiano. Terza banca del Paese e tra le più antiche del mondo, la banca senese deve, per forza, portare a termine un piano di salvataggio in due fasi.

Superato lo scoglio della conversione dei bond in azioni MPS, tra oggi e domani il CDA deve decidere prezzo, ammontare e dare il via libera all’aumento di capitale. Oggi il fondo del Qatar e altri grandi investitori avrebbero potuto firmare accordi per proporsi come anchor investor dell’operazione svolgendo il ruolo di paracadute per l’intera operazione. Ma visto l’esito del referendum è probabile che il Fondo del Qatar stamattina abbia staccato il telefono per non essere rintracciato da Marco Morelli.

Le prossime ore saranno concitate e decisive. Nel piano della banca c’è il lancio dell’aumento di capitale tra il 7 e l’8 dicembre per chiuderlo prima di Natale, ma considerato l’esito del referendum, non è escluso che il CDA decida in extremis di prendere altro tempo. Ma l’operazione deve essere fatta e al più presto: la BCE, ha chiesto a MPS di rafforzare il capitale all’inizio dell’estate, e ora sta con il fiato sul collo del board senese.

Se l’aumento di capitale dovesse saltare, la strada per MPS sarebbe segnata: aiuto di Stato e risoluzione con tanto di bail-in. Nei giorni scorsi infatti, è andata avanti la trattativa con le autorità europee per mettere a punto un piano B che preveda la nazionalizzazione della banca e un bail-in il più possibile soft per famiglie e piccoli investitori travolti dalla gestione malata dell’istituto.

Ma l’eventuale risoluzione di MPS comporterà una reazione a catena su tutto il sistema. Altre banche sono indaffarate in operazioni delicate: le Good bank devono ancora trovare un pretendente e UBI banca, interessata, dovrebbe però fare un aumento di capitale per sostenere l’investimento; per la Popolare di Vicenza e Veneto banca si studia l’integrazione, ma anche una sorta di bad bank per liberarle dalle sofferenze che continuano a lievitare; Unicredit va verso un aumento di capitale monstre da 13 miliardi; Banco Popolare e BPM convolano a nozze tra nuove ipotesi di aumenti di capitale e crediti deteriorati in crescita.

Perché ogni tassello di questo complicato puzzle vada a posto serve che gli investitori tornino a credere nell’Italia e nella capacità del sistema bancario italiano di rimettersi in carreggiata. Il fallimento di MPS, in questo senso, non sarebbe di certo un segnale incoraggiante. Se questa è la fine del 2016, tenetevi forte per l’inzio del nuovo anno.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/referendum-il-no-fa-tremare-le-banche-cosa-succede-ora-mps-e-compagnia-bella-1477703

 

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