MPS: in salita la soluzione di mercato si va verso il "burden sharing" o il "bail-in". Ma di cosa si tratta?

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La soluzione di mercato per il salvataggio di MPS sembra sempre meno realizzabile e, di conseguenza, l’intervento della Stato sempre più vicino. La situazione intorno alla terza banca del Paese si fa sempre più scottante e il tempo stringe: entro il 31 dicembre MPS deve aver trovato una soluzione per il rafforzamento del capitale chiesto dalla BCE.

Il piano curato da JP Morgan e Mediobanca e approvato a luglio non è andato in porto. Negli ultimi giorni, complice anche la vittoria del No al referendum, la situazione è precipitata e adesso le opzioni sul tavolo di MPS sono ridotte al lumicino. Parole che prima venivano solo sussurrate dei corridoi di Palazzo Sansedoni adesso rappresentano opzioni concrete sul tavolo del Governo: nazionalizzazione, burden sharing, risoluzione, bail-in. Se la “soluzione di mercato” dovesse tramontare definitivamente, l’unica strada possibile sarebbe l’intervento governativo e il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti di MPS.

In questo complesso scenario, i soci e i clienti di MPS si stanno facendo un’unica cruciale domanda: i miei soldi sono a rischio? Per rispondere proviamo a fare il punto della situazione e valutare le ipotesi attualmente sul tavolo di MPS.

MPS: il punto sulla situazione

Riassumiano brevemente. In seguito alla bocciatura degli stress test, la BCE ha imposto ad MPS la cessione di un pacchetto consistente di sofferenze e il rafforzamento di capitale da 5 miliardi. Per abbassare l’importo dell’aumento di capitale MPS ha lanciato la conversione di bond subordinati in azioni della banca ottendendo oltre un miliardo di adesioni da parte di investitori istituzionali. Mancano circa quattro miliardi. Il via libera all’aumento di capitale sarebbe dovuto arrivare all’indomani del referendum, ma la vittoria del No, la caduta del Governo e i timori sui mercati hanno fatto slittare l’operazione. Il CDA di MPS ha chiesto alla BCE di rimandare al 20 gennaio la scadenza imposta al 31 dicembre per il rafforzamento di capitale in modo da avere più tempo per trovare una soluzione. Ma nei giorni scorsi la BCE ha negato la proroga.

Intanto JP Morgan, Mediobanca e il consorzio di banche a garanzia dell’aumento di capitale, sentendo che tira aria di tempesta, hanno battuto la ritirata tirandosi fuori dall’operazione su MPS. La riunione del board di domenica però, ha deciso di andare avanti sulla strada della “soluzione di mercato”, ipotizzando una nuova conversione per ridurre ulteriormente l’ammontare dell’aumento di capitale.

In queste ore MPS sta aspettando il via libera della Consob al prospetto per la conversione di bond subordinati in azioni destinato alla clientela retail, quella che per questioni di direttiva MIFID sul rischio era stata esclusa dalla prima tornata di conversione. La palla quindi passa in mano ai 40mila risparmiatori di MPS che detengono circa 2,1 miliardi di euro del bond subordinato (Upper Tier II) collocato nel 2008 e con scadenza nel maggio 2018.

Ammesso che la Consob dia il suo via libera e che gli obbligazionisti decidano di aderire, MPS avrebbe recuperato altri 2 miliardi. Sommati al miliardo ottenuto dalla conversione degli istituzionali, la conta sarebbe di oltre 3 miliardi.

Poi la parola passerebbe al Fondo sovrano del Qatar che nelle scorse settimane ha dato la disponibilità a partecipare al piano di salvataggio di MPS con un miliardo. Il precipitare degli eventi però ha congelato l’operazione e adesso non è chiaro se il Qatar voglia ancora salire a bordo della nave. Se così fosse, MPS dovrebbe chiedere al mercato, con l’aumento di capitale, meno di un miliardo di euro, una cifra realizzabile anche in questa situazione di turbolenza.

Ma se soltanto uno di questi tasselli non dovesse andare al suo posto, l’intervento dello Stato sarebbe obbligato.

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MPS: burden sharing o bail-in?

In queste ore clienti e soci di MPS si stanno chiedendo quanto i propri investimenti o soldi sui conti correnti della banca senese siano a rischio. In caso di intervento dello Stato, in effetti, il coinvolgimento di azionisti ed obbligazionisti è obbligato, ma ci sono delle precisazioni da fare.

Le strade più probabili al momento sono due: la ricapitalizzazione precauzionale con il burden sharing, la risoluzione con il bail-in.

La ricapitalizzazione precauzionale è un meccanismo di aiuti di Stato previsto prima che entrasse in vigore la direttiva europea con il bail-in (che coinvolge in modo più pesante i clienti della banca). In pratica è applicabile alle banche, ancora solventi, ma che sono state bocciate agli stress test della Banca centrale europea, come MPS. In questo caso la normativa europea (l'unica in vigore fino alla fine del 2015) prevede che prima del coinvolgimento dello Stato e quindi dei soldi pubblici venga attuata la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate o la conversione in capitale.Questo “Burden sharing” riduce l’onere a carico dello Stato che a quel punto può intervenire per mettere in sicurezza la banca.

In alternativa c’è il bail-in, entrato in vigore il primo gennaio del 2016. Secondo la normativa europea (Bank Recovery and Resolution Directive), prima del coinvolgimento del Fondo di Risoluzione (in pratica dei soldi pubblici) si deve procedere alla riduzione del valore nominale non solo delle azioni e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito più senior, quali le obbligazioni ordinarie e i depositi di importo superiore ai 100mila euro.

Detto in breve quindi, la ricapitalizzazione precauzionale coinvolge azionisti e detentori di obbligazioni subordinate (junior), mentre il bail-in coinvolge anche gli investitori senior e i correntisti. Con il bail-in, in pratica, lo Stato interviene con soldi pubblici, ma a patto che azionisti, obbligazionisti e correntisti partecipino alle perdite per l’8% del passivo della banca.

La direttiva europea prescrive chiaramente che “le perdite dovrebbero essere assorbite innanzitutto da strumenti del capitale regolamentare e dovrebbero essere ripartite tra gli azionisti mediante la cancellazione, il trasferimento o una forte diluizione delle azioni. Se ciò non bastasse, il debito subordinato dovrebbe essere convertito o svalutato. Le passività di primo rango dovrebbero essere convertite o svalutate se le categorie subordinate sono già state convertite o azzerate”.

Come spiega il sito di Bankitalia,il bail-in prevede il rispetto della gerarchia concorsuale, quindi si applica (in ordine):

  • alle azioni;
  • altri titoli di capitale e ai debiti subordinati,
  • ai debiti chirografari, incluse le obbligazioni ordinarie emesse dalla banca in crisi;
  • i depositi sui conti correnti superiori ai 100mila euro detenuti da persone fisiche o imprese (e solo per la parte che accede la soglia).

Restano, quindi, fuori dal meccanismo di bail-in:

  • i correntisti con liquidità sul conto corrente inferiore ai 100mila euro;
  • i possessori di covered bond;
  • i debiti verso dipendenti, fisco, enti previdenziali e fornitori.

Ricapitoliamo semplificando: se la “soluzione di mercato” (cioè conversione e aumento di capitale) per MPS dovesse fallire dovrebbe intervenire lo Stato tramite la ricapitalizzazione precauzionale che andrebbe a coinvolgere azionisti e obbligazionisti junior, oppure tramite bail-in e risoluzione che ricadrebbero anche su obbligazionisti senior e correntisti sopra i 100mila euro. Le prossime ore saranno cruciali per capire il destino di MPS.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/mps-salita-la-soluzione-di-mercato-si-va-verso-il-burden-sharing-o-il-bail-ma-di-cosa-si-tratta

 

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