Unicredit: il maxi-piano industriale pesa come un macigno su dipendenti e comparto bancario

E-mail Stampa PDF

Unicredit chiude con il passato e lancia un mega piano industriale per la messa in sicurezza e il rilancio della banca. Con tanto di aumento di capitale da 13 miliardi di euro, il più grande mai tentato in Italia e, oltretutto, in un momento di forte turbolenza sui mercati.

L’amministratore delegato, Pierre Mustier, arrivato l’estate scorsa dopo anni di regno Ghizzoni e Company ha iniziato subito a lavorare ad un maxi piano per la cessione di aziende e partecipazioni per fare cassa, la cessione di crediti deteriorati e un imponente aumento di capitale per riportare la banca ben oltre i limiti di sicurezza indicati dalla BCE. Un bel problema per le altre banche che in qualche modo dovranno fare i conti con un aumento di capitale da 13 miliardi che monopolizzerà nel 2017 l’attenzione degli investitori e con una banca italiana che, nonostante il quadro delicato, diventerà la prima della classe agli occhi internazionali.

Peccato però, che il rilancio di Unicredit passi sul cadavere dei dipendenti: il piano industriale presentato il 13 dicembre dall’amministratore delegato Pierre Mustier infatti ha più che raddoppiato il numero degli esuberi previsti e la chiusura delle filiali. Il mercato, guardando al piano e ai 14mila esuberi, cinicamente, ha festeggiato.

Unicredit e il cambio di passo

La storia di Unicredit è cambiata con l’arrivo di Pierre Mustier. La banca infatti, è stata per anni tra l’incudine di una gestione controversa, e il martello del peso delle Fondazioni bancarie principali azioniste dell’istituto. Da tempo si parla tra i corridoi di Unicredit della necessità di un rafforzamento di capitale per migliorare la copertura dei crediti deteriorati, ma l’amministratore delegato Federico Ghizzoni continuava a prendere tempo. Così si è consumato il cambio al vertice nella speranza che l’arrivo di un nuovo AD desse la spinta giusta verso il rinnovamento.

Unicredit e il maxi piano industriale

Atteso ormai da mesi, martedì 13 dicembre, l’AD Mustier ha svelato i contorni del nuovo piano industriale di Unicredit, quello che entro il 2019 punta a riportare la banca alla redditività. E nell’epoca dei tassi negativi, il ritorno alla redditività passa per quattro strade.

La prima, in realtà, è già stata imboccata nei mesi scorsi. Unicredit ha già alleggerito la sua posizione in Fineco, anche se è rimasta prima azionista dell’istituto; ha ceduto Bank Pekao e venduto alla francese Amundi la società del risparmio gestito Pioneer che Ghizzoni aveva cercato di dare agli spagnoli di Santander. Da questa ondata di cessioni Unicredit ha recuperato oltre 6 miliardi, cifra che potrebbe salire con le prossime operazioni.

La seconda mossa prevede la cessione di un ingente pacchetto di crediti deteriorati, ereditati dalla vecchia gestione: la maggior parte delle sofferenze che pesano sul bilancio di Unicredit sono datate prima del 2011. La cartolarizzazione di 17,7 miliardi di sofferenze è già stata varata con il supporto di Fortress e Pimco che se ne faranno carico. Il piano industriale, nel complesso, prevede oltre 8 miliardi di rettifiche sui crediti deteriorati per portare le coperture oltre il 74%, un valore altissimo guardando al panorama italiano delle sofferenze bancarie. Un’azione così incisiva sui crediti deteriorati è una prova di forza per Unicredit, ma anche un problema per le altre banche italiane che vedranno alzarsi l’asticella delle aspettative da parte del mercato e degli investitori.

Ma il cuore pulsante del piano industrial di Mustier è il maxi aumento di capitale da 13 miliardi, il più imponente tentato da una banca italiana. Unicredit, varerà l’operazione il prossimo 12 gennaio, in occasione dell’assemblea straordinaria.

L’aumento, da far partire nel mese di febbraio, sarà con diritto d’opzione per i soci attuali, ma non prevede la presenza di alcun anchor investor. Saranno quindi il mercato e gli investitori a decidere il profilo del nuovo azionariato di Unicredit su cui, secondo i piani di Mustier, sarà ridefinito anche il nuovo management allo scadere dall’attuale gestione, nel 2018.

La riuscita dell’operazione può contare sul consorzio di garanzia delle banche che si sono già impegnate a sottoscrivere l’eventuale inoptato: Morgan Stanley e Ubs agiranno come structuring advisor, BofA Merrill Lynch, Jp Morgan e Mediobanca come joint global coordinator; ma ci saranno anche Citi, Credit Suisse, Deutsche, Goldman Sachs e Hsbc come co-global coordinator. Per gli attuali soci, Fondazione in testa, un aumento di capitale da 13 miliardi significa, nel caso in cui decidessero di non partecipare, una pesante diluizione.

Secondo alcuni osservatori il maxi aumento di capitale che Unicredit lancerà nel 2017 è sovradimensionato rispetto alle necessità della banca e rischia di cannibalizzare il sistema, mettendo a repentaglio le altre operazioni in campo. Non si tratta solo di MPS, il panorama bancario italiano infatti dovrà affrontare altre faticose sfide nel 2017 e il piano industriale di Unicredit potrebbe spostare l’attenzione di mercato e investitori sulla prima della classe lasciando le altre banche sempre più nell’ombra.

Il rilancio di Unicredit sulla pelle dei dipendenti

Il quarto pilastro del piano industriale di Unicredit pesa sui dipendenti: entro il 2019 il gruppo vuole ridurre l’occupazione del 14%. A regime si tratta di risparmi per 1,7 miliardi fatti però, sulla pelle di 14mila esuberi. Rispetto al precedente, il piano industriale presentato da Mustier prevede altri 6.500 esuberi: in Italia, dopo i 5.700 già individuati, se ne aggiungono altri 3.900, con una riduzione dell’organico del 21% e la chiusura di 883 filiali (sulle 944 totali). La stessa cura dimagrante è prevista anche in Germania e Austria.

La drastica riduzione di dipendenti e filiali va esattamente nella direzione indicata da bassa redditività e forte digitalizzazione dei servizi bancari.Come abbiamo già spiegato, nei prossimi anni l’intero comparto bancario sarà oggetto di una forte mutazione: la rete capillare di piccole e piccolissime filiali sul territorio lasceranno il posto ad una struttura più snella e centralizzata e le migliaia di lavoratori del comparto bancario saranno sostituiti da servizi digitali e dalla continua diffusione dell’home banking.

L’intenzione di agire con una mannaia sui costi del personale, è una storia che piace al cinismo del mercato, è così, probabilmente che si spiega il forte rialzo registrato a Piazza Affari dal titolo Unicredit.

Il piano industriale di Mustier farà certamente bene ai conti di Unicredit: se tutto va secondo i piani il CET1 nel 2019 sarà superiore al 12,5%, i ricavi stabili a 0,6%, ma il RoTE (il tasso di rendimento sul patrimonio netto tangibile) sarà al 9%, il doppio di oggi. Non farà altrettanto bene ai dipendenti di Unicredit spazzati via dalla necessità di tagliare i costi, né alle altre banche del sistema italiano che dovranno far i conti con una nuova prima banca della classe.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/unicredit-il-maxi-piano-industriale-pesa-come-un-macigno-su-dipendenti-e-comparto-bancario-1478838

 

Menu Principale

Risorse Utili