Mediaset: cosa sta facendo Vivendi? Compra i gioielli che l'Italia ha messo in saldo

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Dopo il tentativo della primavera scorsa, finito in un fallimento a colpi di carte bollate, Vincent Bollorè prova a conquistare Mediaset con le maniere “forti”. Da mercoledì la società controllata dall’imprenditore francese, Vivendi, è arrivata al 20% dell’azienda della famiglia Berlusconi.

L’ex premier ha fatto sapere che la famiglia e la Fininvest non permetteranno la conquista di Mediaset da parte dello “straniero”. Almeno non senza combattere. E a difesa del Biscione, come da tradizione italiana, si è schierato anche il Governo criticando la mossa di Bollorè.

La vicenda è indicativa dello stato dell’arte dell’imprenditoria italiana, da sempre abituata a fare business nascondendosi dietro la protezione e i favoritismi del Governo del momento. Ma in un mercato globale, davvero competitivo, le debolezze italiane vengono a galla: nel Belpaese non ci sono capitali e mancano i capitalisti. E se gli “stranieri ci comprano” è perché non siamo in grado di camminare sulle nostre gambe, perché se la politica non alza muri a difesa del nostro piccolo orticello il capitalismo italiano è destinato al fallimento. In poche parole, i capitalisti italiani hanno i soldi solo quando paga Pantalone.

Mediaset vs Vivendi

Ricapitoliamo un attimo le puntate precedenti. L’8 aprile scorso Mediaset e Vivendi hanno raggiunto un primo accordo che prevedeva l’acquisto da parte della società francese dell’89% di Premium (con l’11% al gruppo spagnolo Telefonica) e uno scambio azionario: il 3,5% di azioni Vivendi in cambio del 3,5% di Mediaset. Il tutto corredato da una clausola che obbligava le due società a tenere la partecipazione del 3,5% nell’altra per almeno 3 anni e la possibilità per Vivendi in questo triennio di passare dal 3,5% ad un massimo del 5% del capitale Mediaset.

Ad un certo punto però, Vivendi ha chiesto a Mediaset di cambiare i termini dell’accordo: Bollorè ha proposto al Biscione di acquistare soltanto il 20% di Mediaset Premium, anziché l’89% e la possibilità di arrivare nei prossimi tre anni a detenere il 20% di Mediaset, accusando di fatto la società della famiglia Berlusconi di aver truccato i conti per convincere i francesi a firmare l’accordo. Apriti cielo. Da qui è iniziata una battaglia a suon di accuse, colpi bassi e carte bollate. Di fatto l’accordo è saltato.

Vivendi e la scalata ostile

Saltato l’accordo Vivendi è rimasta con il suo 3,01% di Mediaset, fino a lunedì. Già ieri, (mercoledì 14 dicembre) la società francese di Bollorè deteneva il 20% del Biscione. Berlusconi ha subito parlato di “scalata ostile” schierando famiglia, aziende e soci storici a difesa del gioiello di famiglia.

Come contromossa la Fininvest, holding che detiene tutte le partecipazioni azionarie della famiglia Berlusconi, è salita dal 38,266% al 39,775% di Mediaset. E più di lì non può andare. La holding infatti, nel 2016 ha già raggiunto il tetto massimo di titoli acquistabili (il 5% all’anno), senza che scatti l’obbligo di lanciare un’Opa totalitaria.

Fininvest quindi ha le mani legate fino all’aprile del 2017, quando se ci sarà ancora bisgono potrà rafforzare la sua posizione in Mediaset. Qualcosa, forse, lo potrebbe fare Mediaset aumentando le azioni proprie (oggi il 3,75%), ma il rischio è che scatti l’obbligo d’OPA.

Aperta parentesi esplicativa. L’OPA è l’offerta pubblica d’acquisto, ovvero un invito che una società fa a investitori e azionisti di minoranza perché vendano le azioni in loro possesso della società oggetto di scalata. 

L’OPA totalitaria, cioè per la conquista del 100% della società, può essere volontaria, cioè lanciata dall’acquirente per ottenere il controllo della società-target, oppure obbligatoria quando un azionista supera la soglia del 30% del capitale (oppure quando un azionista sopra il 30% acquista ulteriori azioni che di fatto concentrano il controllo della società nelle sue mani). In quest'ultimo caso l'acquirente è costretto dalla legge a tentare la scalata al fine di tutelare soprattutto i piccoli azionisti, che potrebbero non gradire il nuovo assetto proprietario: per tale ragione il prezzo dell'OPA è spesso molto generoso per gli azionisti (e per converso oneroso per chi lancia l'OPA). 

Berlusconi parla di “operazione ostile” perché il consiglio di amministrazione di Mediaset non è d’accordo con il rafforzamento di Bollorè nell’azionariato della società e teme che possa lanciare un’OPA totalitaria. Ma anche senza tentare la scalata al 100% di Mediaset, il nuovo azionista di peso può pretendere di essere rappresentato nel consiglio di amministrazione della società con tutti i poteri (specie di controllo) che ne derivano. Chiusa parentesi.

Mediaset e la difesa del Governo

A fare eco alle dichiarazioni dell’ex premier Berlusconi, arriva a stretto giro il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Premettendo "l’assoluto rispetto del Governo italiano per le regole di mercato", al ministro "non sembra davvero che quello che potrebbe apparire come un tentativo, del tutto inaspettato, di scalata ostile a uno dei più grandi gruppi media italiani, sia il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia".

La verità è che anche per Mediaset è finita l’era delle vacche grasse. Bei tempi quelli del duopolio italiano Rai-Mediaset, in cui il Biscione erodeva anno dopo anno lo zoccolo duro di telespettatori della tv pubblica e faceva manbassa di pubblicità. L’arrivo di Sky prima e poi di altre piattaforme online per la fruizione dei programmi tv, ha cambiato il quadro complicando non poco la vita alla famiglia Berlusconi.

L’ex premier, in perenne conflitto di interessi, ha sempre curato le proprie aziende, così come prevede la migliore tradizione italiana: in mancanza di capitali sonanti per fare impresa lo stretto legame politica-imprenditori, che spesso di traduceva in muri a difesa dell’orticello italiano, è da sempre la chiave di volta del business italiano. Come ricorda Mario Seminerio sul su Phastidio basta ricordarsi dello stretto legame che Agnelli aveva con la politica italiana e di tutti i soldi pubblici andati a finanziare la FIAT oppure a quanti salvataggi di Alitalia siano stati fatti con i nostri soldi.

Ma ad oggi la politica italiana ha le mani legate perché gli argini del protezionismo si sono rotti per l’imporsi della globalizzazione e perché i tempi del boom economico e delle spese (pubbliche) pazze sono finiti da un pezzo perché sono finiti i soldi. Così le aziende e i grandi imprenditori italiani si trovano nudi di fronte al mondo che cambia e risultano facile preda di “stranieri” con portafogli gonfi e tanta voglia di entrare sul mercato italiano (che non ha soldi, ma ha eccellenze). Quindi se gli stranieri arrivano alla conquista dell’Italia comprandone un pezzetto alla volta è solo colpa nostra che abbiamo aperto la svendita facendo credere ai nostri miliardari di cartapesta che i soldi dei contribuenti sarebbero intervenuti per sempre a salvar loro le braghe.

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/mediaset-cosa-sta-facendo-vivendi-compra-i-gioielli-che-litalia-ha-messo-saldo-1479042

 

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